martedì, 11 Maggio, 2021

Il vento del nord e il virus mortale del leaderismo

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Ho letto con vivo interesse e, come sempre, confortato dall’idem sentire de re pubblica, l’editoriale di Terza Repubblica del 30 novembre. Finalmente si enfatizza quello la realtà che i grandi mass media ignorano o minimizzano: in Piemonte, in Lombardia, in Veneto e in Emilia-Romagna “la produzione industriale frena, le esportazioni rallentano e gli investimenti, persino quelli già programmati, si contraggono”.
Al cospetto di questo inquietante scenario, “il fronte delle degli interessi produttivi” di questa “locomotiva” del Paese, Confindustria, Confartigianato ed area riformista della CGIL cominciano a reclamare “un cambio radicale del verso che il governo populista-sovranista ha dato alla politica economica” .
Per contro, fino ad ora il dissenso e la protesta nei confronti dell’azione di governo del mondo del lavoro considerato da sempre “di sinistra”, che comprende anche il movimento cooperativo, sono state finora assai flebili: nessuna mobilitazione di massa, scarsi i gridi di allarmi sui grandi giornali e nelle televisioni: manca finora il fronte comune con il “partito del Pil” e degli investimenti strutturali. Niente di paragonabile alla sollevazione delle “madamine” di Torino in difesa della TAV italo-francese e dunque degli investimenti ad essa correlati. Per la verità, anche il maggior partito di opposizione, il PD.
Se questa osservazione, come a me pare, è fondata, è utile ed opportuno che le forze politiche e culturali presenti e vive nel Paese, ancorché minoritarie, suppliscano alla pochezza del PD, dedito alla faticosa gestazione del suo congresso.
Va da sé che, in relazione al mio passato politico, mi piacerebbe partecipare a manifestazioni comuni di quel che resta dei partiti storici della Repubblica: socialisti, repubblicani e democratico-cristiani. Mi auguro anche che siano criticamente attive le Fondazioni e gli organi di stampa che custodiscono e sviluppano la storia dei partiti della Prima Repubblica. Le minoranze, come rimarcavano i miei maestri de “Il Mondo”, sono il sale della terra, e spesso “fanno la storia”, come scriveva Mario Pannunzio.
La seconda riflessione di Terza Repubblica. coerente sviluppo della prima, è questa: il governo in carica “rappresenta il problema, non la soluzione”, poiché non è in grado di “raccogliere il disagio e restituirlo sotto forma politico-programmatica per uscire dalla depressione”.
Oh gran bontà dei cavalieri antichi! Mi vengono alla mente il “Piano Vanoni” e il Piano del Lavoro di Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi. Da qui prese avvio quello che passerà alla storia come “ il miracolo economico italiano”.
Ancora altri punti stimolanti dell’aureo messaggio di Terza Repubblica: “Trovare i giusti collegamenti con i movimenti civici”. Vado oltre: centinaia di Comuni della penisola sono guidati da “sindaci civici”, fra cui emerge quello di Parma. Sono forze nuove -sindaci, assessori, consiglieri, cittadini che li hanno votati da mobilitar per far uscire l’Italia dal pantano in cui l’hanno immersa gli apprendisti stregoni oggi al potere o all’opposizione. Chi meglio del Sindaco di Milano potrebbe guidarli?
Resta ancora da riflettere sull’ultimo messaggio virtuoso di Terza Repubblica: “Costruire il partito che non c’è”, facendo in modo che sia esente dal virus mortale del leaderismo che ha ucciso la politica italiana”.
E’ un’esortazione che merita qualche puntualizzazione. Qualcuno dei personaggi cui è toccato di governare l’Italia prima del 4 marzo, dopo tangentopoli e dopo l’avvento di Berlusconi, non è affetto “dal virus mortale del leaderismo”; non merita dunque la dannazione. E’ bene non dimenticare che la democrazia liberale si nutre di leadership. Lo scriveva già Bryce: lo confermano nelle loro opere Norberto Bobbio, Max Weber e Giovanni Sartori. Per quel poco che può valere la mia testimonianza, aggiungo che. ho conosciuto nella mia non breve esperienza parlamentare e di governo, alcuni segretari di partito e Presidenti del Consiglio, da Fanfani ad Andreotti, da Craxi a Giuliano Amato a Ciampi a Spadolini. Ciascuno di loro esercitava il proprio primato praticando il dialogo e la collaborazione con i maggiori esponente del proprio e dei partiti alleati. Anche Enrico Berlinguer, che è stato il capo carismatico del PCI, si avvaleva della collaborazione, anche dialettica, di altri dirigenti che ho conosciuto da vicino, come Napolitano, Macaluso e Bufalini. Sono le virtù e la prassi che mancano ai maggiori protagonisti dell’attuale rissosa stagione politica. Insomma il leaderismo che funziona non è monocratico, ma collegiale.

 

Fabio Fabbri

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