lunedì, 12 Aprile, 2021

Ilva, a un passo dalla chiusura è braccio di ferro tra azienda e magistratura

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L’Ilva è ad un passo dalla chiusura. Il braccio di ferro ingaggiato con la magistratura jonica sembra essersi spinto oltre il livello di guardia. Ben al di là di quanto sia logico immaginare in uno Stato di diritto. A Taranto le relazioni industriali si declinano, ormai, attraverso l’originale schema dello scontro permanente. Nella città dei due mari vige la logica del tutti contro tutti. Le possibilità, a questo punto, che possa ricercarsi una sintesi tra quanto auspicato dall’azienda (il dissequestro delle aree sottoposte a fermo giudiziario per poter ottemperare al piano d’investimento richiesto dal ministro Clini) e la decisione assunta dai custodi giudiziari (l’Ilva, a partire dai prossimi giorni, non potrà utilizzare più di 15000 tonnellate di materiale per volta) appaiono pressoché nulle.

POCHE SOLUZIONI ALL’ORIZZONTE – La famiglia Riva spera in un intervento del governo per dipanare una matassa a dir poco ingarbugliata. Spera di tirarsi fuori dall’angolo nel quale i dati epidemiologici dello studio “Sentieri” l’hanno confinata. Gli restano soltanto queste adesso che anche il sindacato le ha voltato le spalle. In caso contrario, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa chiuderà battenti. Magari per delocalizzare gli impianti altrove: si parla, sempre con più insistenza, della Libia e dell’Albania. La nuova Autorizzazione integrata ambientale, emanata dal ministero dell’Ambiente lo scorso 17 di ottobre, non ha sortito alcun effetto. Anzi, un risultato lo ha raggiunto: quello di acuire ulteriormente lo scontro tra governo e autorità giudiziaria. Tornare indietro appare difficile.

RICATTO O ARROGANZA? – L’Ilva non ha alcuna intenzione di rendere gli impianti ecocompatibili: “Niente investimenti se calano i profitti e l’azienda esce fuori mercato”, ripete ossessivamente il presidente Bruno Ferrante. Una maniera, questa, neanche troppo velata per agitare lo spauracchio del ricatto occupazionale e chiedere il conto al ministro Clini. Si spera in un ricorso del Governo presso la Corte Costituzionale per indurre a più miti consigli la Procura tarantina. Chiamasi tutto questo ricatto o arroganza da potere? Di certo alla storiella che a Taranto salute e lavoro possano coesistere non crede più nessuno.

Vincenzo Carriero

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