giovedì, 6 Maggio, 2021

Ilva, Natale sotto il segno dell’incertezza

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Ilva-TarantoL’Ilva continua a far parlare di sé e dell’incognita del futuro di una delle industrie storiche italiane.
Oggi c’è stata la ripresa dell’attività degli altiforni Ilva, dopo il black out di questa notte a seguito del crollo improvviso di una delle gru che serve allo scarico dalle navi di minerali e fossile, le materie prime usate nella produzione dell’acciaio.

Ma lo Stato quando si tratta di Ilva si comporta da “interventista”: il governo, infatti, ha fatto pressione su Eni perché continuasse a rifornire di gas gli altoforni dell’Ilva di Taranto, scongiurandone così la chiusura minacciata entro il 29 dicembre.
Eni aveva annunciato la sospensione della fornitura di gas alla fine del mese a causa della fine del cosiddetto “regime di defalut”, proprio mentre il governo sta lavorando a un piano per il rilancio della più grande azienda siderurgica italiana. Lo stesso Renzi ha promesso un decreto ad hoc previsto per la vigilia di Natale, ma dopo la notizia del mancato salvataggio da parte della cordata dei privati per lo Stato il sito di Taranto potrebbe rappresentare uno dei tanti “carrozzoni” da addossarsi.

Le spese per l’intervento statale non sono di poco conto: la pesantissima zavorra dei debiti con le banche (1,5 miliardi di euro), i fornitori (come l’Eni e una fidejussione da 240 milioni), l’Inps (che attende i contributi dei dipendenti non versati), i costi da sostenere per il risanamento e, non ultimo, il rapporto con gli attuali azionisti, la famiglia Riva (90%) e il gruppo Amenduni (10 per cento).
A tutto questo vanno poi sommati i risarcimenti che deriverebbero da un’eventuale sentenza di condanna nel maxi processo che si sta celebrando a Taranto. Il gup Vilma Gilli ha accolto molte delle richieste, oggi anche quella di Usb, di costituzione di parte civile presentate da 1.100 tra associazioni ed enti pubblici, per un ammontare complessivo di danni superiore ai 30 miliardi di euro.

La cordata dei privati formata da parte del tandem formato dagli indiani di ArcelorMittal e dal gruppo Marcegaglia, a fronte dei costi e dei rischi ha preferito quindi ritirarsi piuttosto che impegnarsi in per un’azienda che ha sei reparti formalmente sotto sequestro e la situazione dell’area non sequestrata con un alto rischio, tanto che continuano a registrarsi incidenti (l’ultimo l’11 dicembre).

Ma gli operai rischiano anche dal punto di vista economico: l’azienda rischia di non potere pagare gli stipendi a partire da gennaio, il commissario nominato dal governo Piero Gnudi, intervenuto in audizione alla Camera ha infatti avvertito: “Oggi purtroppo i denari in cassa li abbiamo finiti. Possiamo pagare gli stipendi di dicembre e forse di gennaio, ma più in là non si può andare”.

Mentre per il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi si prospetta solo l’intervento dello Stato per risanare l’impresa e cederla poi, in futuro, ai privati. Questa sembra ormai essere la decisione definitiva del governo, dimenticando che il rischio è anche quello di incorrere in una procedura europea per “aiuto di Stato”.

Maria Teresa Olivieri

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