domenica, 26 Settembre, 2021

Incarta(bia)ti

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Innanzitutto sorprende, ma quando si parla di giustizia non c’é mai nulla di sorprendente, che un testo del governo (dunque accettato da tutti i suoi partner) e frutto di una paziente mediazione della ministra Cartabia, dopo decine di incontri coi partiti che fanno parte della maggioranza, appaia oggi figlio di nessuno o quasi. Tanto da aver provocato la presentazione di ben 916 emendamenti alla Camera, in stragrande maggioranza dagli stessi partiti che avevano raggiunto il faticoso accordo. Cos’é avvenuto di cosi imprevedibile da far cambiare idea in particolare ai Cinque stelle e al Pd, ma d’altro canto anche a Forza Italia che vorrebbe inserire nel provvedimento una sorta di salvaguardia dei pubblici ufficiali dal reato di abuso d’ufficio? Come un fulmine a ciel sereno si é scatenata l’ennesima reazione della magistratura. Parlo delle roventi dichiarazioni di Gratteri e di De Raho e del comunicato di quell’Anm che nel massimo momento della sua crisi di credibilità non ha mancato di emettere il suo ennesimo grido d’allarme. Conseguentemente, sollecitato dal giornale delle procure, il Fatto quotidiano, e solleticato nell’assumere una posizione che parla alla pancia del suo movimento mentre sta assurgendo al ruolo di leader (o co-leader) dei Cinque stelle, Giuseppe Conte ha minacciato il governo dicendosi pronto a proporre un voto negativo anche a fronte di un voto di fiducia sul testo concordato dai suoi ministri. E il Pd, subito a rincorrerlo, ha finito per proporre uno slittamento al 2024 dell’applicazione del provvedimento, sconfessando cosi anche il ministro Orlando, oggi al Lavoro, ma fino all’altro ieri al dicastero della Giustizia. Chi la spara più alta e propone che tra i reati imprescrivibili ci siano anche quelli di corruzione, come i Cinque stelle, e chi si accontenta che vi siano solo quelli di mafia. Da ricordare che già adesso, anche prima della riforma Bonafede, non andavano mai in prescrizione tutti i reati che prevedevano l’ergastolo. Non basta. Non basta che l’abolizione della prescrizione scatti non più prima del processo, e che non scatti mai fino a due anni dal processo all’appello, e fino a un anno dall’appello alla Cassazione. E che le pene non vengano nemmeno prescritte, ma si dichiari l’improcedibilità del tragitto processuale, perché non si può essere condannati a vita in attesa della sua conclusione. Non basta che sia l’Europa a chiederci di velocizzare i tempi dei nostri processi, considerando tale riforma una delle condizioni per erogare i fondi del Recovery. E non conta che attraverso la riforma Cartabia tali tempi vengano ridotti del 25%. E non conta nemmeno che venga sancita la possibilità per l’indagato – per reati fino a 6 anni di reclusione – di chiedere subito al giudice nella fase delle indagini preliminari di essere impiegato in lavori socialmente utili non retribuiti. E con conta il fatto che con la riforma si punti su riti alternativi come i patteggiamenti, nonché sull’ampliamento della giustizia ‘pecuniaria’: sono convertibili in ‘multe’ le condanne fino a 12 mesi. E che fino a 4 anni il giudice possa decidere gli arresti domiciliari o la semilibertà, secondo le valutazioni caso per caso, cosi come che si introduca l’inappellabilità per alcuni reati minori. Il tutto anche per evitare il super affollamento delle carceri (sono previsti stanziamenti anche per costruire nuovi padiglioni e aumentare il numero della polizia penitenziaria, oltre a un piano di assunzioni di oltre 21mila impiegati, tra i quali i magistrati, nei palazzi di giustizia nei prossimi 5 anni). No, i Cinque stelle minacciano, se non vengono accolte le loro condizioni, di gettare tutto all’aria e il Pd di gettare tutto all’aria fino al 2024. E di gettare all’aria anche la credibilità dei loro ministri. D’altronde un comunicato dell’Anm vale eccome una sconfessione di Di Maio e di Orlando, no?

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