domenica, 28 Novembre, 2021

Islanda, la complessa partita per il governo

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I primi dati, provvisori, delle elezioni legislative della scorsa domenica, avevano erroneamente fatto dell’Islanda il primo Paese europeo, dove il Parlamento sarebbe stato composto per la maggioranza di donne. I riconteggi hanno poi stabilito che saranno solo 30 su 63 le rappresentanti femminili elette nell’Althingi, l’Assemblea unicamerale di Reykjavik. Il 47,6%, scusate se è poco al primo, che comunque pone l’Islanda davanti alla Svezia che capeggiava in Europa la classifica degli Stati nella gender equality. Del resto sull’isola nordica, dove la capitale e la maggior parte del territorio sono alimentati da energia geotermica, i diritti civili e il ruolo pubblico delle donne sono costantemente promossi e perseguiti. E questo accade in un Paese dove, a differenza di altri, non ci sono quote legali sulla rappresentanza femminile in Parlamento anche se alcuni partiti osservano la norma che un numero minimo di candidati siano donne. Qui il congedo parentale è uguale per entrambi i sessi e la parità di retribuzione è sancita da una legge che ha ormai sessant’anni di vita mentre, per eliminate le residue sperequazioni, nel 2018 è entrata in vigore una normativa che impone alle aziende con più di venticinque dipendenti una certificazione che accerti la parità di trattamento non solo di genere ma anche etnico. Non desta stupore quindi che l’Islanda sia stato il primo Paese a mondo a eleggere democraticamente nel 1980 una donna come Presidente della Repubblica, Vigdis Finnbogadottir. I 370000 islandesi che sono stati chiamati alle urne il 26 settembre hanno premiato la coalizione di Governo sinistra-destra che è uscita rafforzata dal voto ma con qualche importante mutamento interno. Il partito dell’attuale Premier, guarda caso una donna, Karin Jakobsdottir, il Movimento verde di sinistra, ha subito una flessione mentre i suoi partners di destra hanno ottenuto una crescita di consensi tali da mettere in dubbio la sua riconferma come Primo Ministro. È soprattutto il Partito del progresso (di destra) che già rivendica il ruolo guida della Nazione. Il suo leader Bjarni Benediksson ha fatto intendere che o vi sarà un forte riequilibrio nei posti di Governo o si sentirà con le mani libere per comporre un nuovo Esecutivo sostenuto solo dai partiti di destra. Una partita complessa che annuncia che le trattative politiche, già iniziate a Reykjavik, non saranno facili e di breve durata. La coalizione sinistra destra, che ha governato per tutta la scorsa legislatura, è riuscita a risanare il Paese ancora in difficoltà dopo la gravissima crisi bancaria e finanziaria del 2008. Anche la gestione della pandemia da coronavirus è stata positiva e grazie alle vaccinazioni il settore del turismo, motore dell’economia con le sue entrate monetarie, ha ripreso vigore aggiungendosi a quello tradizionale della pesca. Un quadro rassicurante per gli elettori islandesi che hanno premiato l’azione di Governo. Le prossime settimane ci diranno se la coalizione di Governo verrà confermata e quali saranno i mutamenti richiesti dai partiti usciti rafforzati dal voto di domenica. Il Presidente della Repubblica Gudni Johanesson non ha dato per ora a nessuno l’incarico di formare il nuovo Governo: attende segnali precisi dai partiti in un quadro politico ancora incerto per quanto concerne chi guiderà il Paese.

Alessandro Perelli

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