domenica, 1 Agosto, 2021

Israele, anche il Sudan verso il riconoscimento diplomatico

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Benjamin Netanyahu, dopo il cosiddetto “Accordo di Abramo” siglato a Washington con Emirati Arabi e Bahrein si avvia a un riconoscimento diplomatico anche da parte del Sudan che sarebbe il terzo Paese a maggioranza musulmana ad avviare rapporti ufficiali con Israele. La notizia, anticipata dal Presidente americano Donald Trump è stata confermata dalle autorità sudanesi subito dopo la decisione degli Usa di togliere il Sudan dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. Un ‘ altra vittoria sul piano internazionale per Netanyahu che gli consentirà di avviare relazioni economiche oltreché diplomatiche con un Paese che finora aveva sempre contrastato duramente la politica di Tel Aviv. E l’ accordo di Abramo (detto così dal nome del patriarca riconosciuto sia dalla religione ebraica che da quella musulmana) continua a fare i suoi effetti positivi  con l’ annuncio di una prossima apertura di una ambasciata israeliana a Manama, capitale del Bahrein. Quanto all’Arabia Saudita , che già aveva dato segnali di interesse, parrebbe intenzionata ad attendere l esito delle elezioni presidenziali americane di novembre prima di prendere una decisione in merito. Tutti questi movimenti delle monarchie del Golfo hanno portato a un mutamento degli scenari anche nel campo palestinese. Si sta assistendo infatti ad un notevole riavvicinamento tra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas che controlla la striscia di Gaza. Riavvicinamento dettato anche dal fatto che gli aiuti finanziari dei paesi Arabi del Golfo sono diminuiti enormemente ponendo come necessaria una riunificazione delle forze palestinesi.

 

Riunificazione fortemente voluta da Erdogan che proprio recentemente ha provveduto a convocarle per cercare un accordo. Ma è sul piano Interno che Netanyahu non può dormire sonni tranquilli. Non tanto per le manifestazioni di protesta che settimanalmente si ripetono nella capitale da parte delle opposizioni riferite soprattutto alle sue pendenza giudiziarie. Per il momento infatti, dopo la pronuncia della Corte Suprema che sostanzialmente gli ha consentito di continuare a fare il Premier anche se inquisito, in attesa della sentenza non corre alcun pericolo mantenendo la maggioranza all’ interno della Knesset  dopo l’accordo con Gantz e la spaccatura del partito di quest’ultimo. Ma è proprio all’interno di questa maggioranza che gli vengono i maggiori pericoli. La sua gestione della pandemia da coronavirus è stata considerata dalla destra estrema ultra religiosa assolutamente insufficiente. Essa prima ha boicottato le misure prese che a suo giudizio, limitavano in modo intollerabile la libertà religiosa e poi ha minacciato un voto contrario in Parlamento ben sapendo di essere indispensabile per la tenuta del Governo. E d’altra parte l’ inevitabile parziale cedimento di Netanyahu alle istanze degli ultra ortodossi con alcune concessioni alle loro richieste gli ha precluso le simpatie della parte più moderata del suo partito. Nei sondaggi infatti il Likud ha toccato le percentuali più basse degli ultimi anni,  facendo riaffiorare di fatto l’incertezza politica che contraddistingueva il Paese prima delle ultime elezioni. E se Netanyahu nell’ultima conferenza stampa può a ragione vantarsi di aver cambiato la cartina del Medio Oriente, i problemi interni del suo Governò non gli permettono di dormire sonni tranquilli.

 

Alessandro Perelli

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