martedì, 3 Agosto, 2021

Israele. Governo con i voti del Partito islamico Raam

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La fine di un “regno” o una momentanea sospensione? È questo l’interrogativo che ci si può porre dopo il voto di domenica alla Knesset, il Parlamento israeliano, che ha approvato il nuovo Governo con Premier Naftali Bennet. Il regno è quello di Benjamin Netanyahu da più di dodici anni a capo del Paese. L’Esecutivo della nuova coalizione al potere è stato approvato con 60 voti favorevoli, 59 contrari e un’astensione sui 120 di cui dispone la Knesset. E già nei numeri si può facilmente intuire che non avrà vita facile. Ma è dal punto di vista politico che i dubbi sulla effettiva governabilità sono ancora maggiori. Il vero unico collante della nuova coalizione di Governo appare il fatto di aver scongiurato la riproposizione di Netanyahu, fatto sicuramente importante a livello Interno e internazionale ma tuttora privo di connotati politici precisi a parte le abbastanza generiche affermazioni in Aula del nuovo Premier e l’illustrazione della composizione del nuovo Esecutivo che oltre a essere composto dai 27 rappresentanti degli otto partiti coinvolti conta sulla presenza di nove donne. E soprattutto prevede a metà mandato la staffetta tra Bennet e Yair Lapid, il vero vincitore della recente prova elettorale, ora Ministro degli Esteri. Chissà se questa volta la staffetta andrà in porto dopo che nell’ultima legislatura era saltata portando le elezioni anticipate. “Una truffa” ha voluto ribadire Bibi nel suo intervento di domenica alla Knesset, ma, in realtà, non è sembrato forzare i toni prevedendo invece una vita molti corta al nuovo Governo. Bennet, che ha già ricevuto le congratulazioni dal Presidente americano Joe Biden, ha voluto assicurare tutti sulla continuità della politica estera di Tel Aviv, facendo i complimenti a Netanyahu per gli accordi di Abramo e confermando la contrarietà alla riapertura delle trattative sul nucleare con l’Iran. Ha anche rinnovato le accuse ad Hamas per i missili lanciati sul territorio israeliano ribadendo la necessità di azioni di difesa per colpire gli obiettivi militari degli oltranzisti palestinesi. Un discorso privo di quegli accenti estremistici che avevano caratterizzato la campagna elettorale del suo partito Yamina, di destra nazionalista. D’altra parte, una delle possibili contraddizioni politiche del nuovo Esecutivo è il voto favorevole ricevuto dal partito islamico Raam. Come si possa conciliare questa presenza con un Premier che, in varie occasioni, ha sostenuto l’annessione a Israele dei territori arabi nella valle del Giordano occupati dai coloni fa parte dei “miracoli” che ogni tanto la politica riesce a offrire ma che se sono originati solo da accordi di potere sono destinati a durare poco. Su questo fa affidamento Benjamin Netanyahu che, ben lungi da abbandonare la scena nonostante i problemi giudiziari che lo hanno investito, ha precisato che condurrà una lotta quotidiana contro questo Governo definito pericoloso per Israele, deridendo Bennet per aver preferito la poltrona alla politica svendendo tutte le sue vecchie battaglia e consegnando il Paese alla sinistra. Ma le manifestazioni di giubilo per il fatto che Netanyahu non sia più Premier, che di sono svolte a Tel Aviv subito dopo il voto della Knesset, hanno confermato come il 13 giugno possa aver rappresentato per Israele uno spartiacque storico chiudendo un’era al posto della quale vi è qualcosa di non ancora ben definito.


Alessandro Perelli

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