mercoledì, 16 Giugno, 2021

Israele, l’Onu non fermerà la guerra per l’incrocio di veti

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La battaglia di Gerusalemme, gli scontri tra palestinesi e israeliani non sono più sotto controllo ma stanno degenerando in una vera e propria guerra che per le possibili conseguenze allarma il mondo intero. Hamas, che ha la maggioranza sulla striscia di Gaza, dopo aver chiesto il ritiro delle forze dell’ordine di Tel Aviv dalla spianata delle moschee dove sono soliti riunirsi i musulmani alla fine del Ramadan ha lanciato un ultimatum al termine del quale sono ripresi i lanci di razzi in numero sempre più considerevole verso le città israeliane di Sderot, Ashdod, Ashkelon e poi anche verso la capitale. Dalle pietre, molotov, proiettili di gomma che nelle scorse settimane avevano costituito le armi di protesta, si è passati a veri sofisticati ordigni bellici ad alta tecnologia spesso di provenienza iraniana. I cacciabombardieri di Tel Aviv hanno a loro volta bombardato Gaza concentrandosi su obiettivi militari e cioè centri di assemblaggio di missili e campi di i addestramento ma non hanno evitato vittime civili tra le quali nove bambini. Si contano oltre cinquanta morti in pochi giorni tra i palestinesi e cinque israeliani per le conseguenze di razzi che i sistemi di difesa israeliani non sono riusciti ad abbattere. Una vera strategia quella adottata da Hamas che consiste nel lanciare un numero sempre più rilevante di missili in modo da non permettere ai computer che regolano i sistemi antimissile di funzionare con successo lasciando delle falle nelle intercettazioni.
Così di spiega la caduta di un ordigno lanciato da Gaza su una scuola elementare fortunatamente vuota di Ashkelon e la distribuzione di alcuni edifici. Così di spiega il motivo del lancio di centinaia nei razzi e controrazzi nello spazio aereo di Tel Aviv. Da una parte per saggiare la capacità di risposta del sistema di difesa, dall’altra per confondere, dato l’alto numero di missili, l’individuazione dei siti di lancio che verrebbero bombardati. La guerra, perché ormai si deve chiamare così, in corso è anche, da una parte e dall’altra, la ricerca di sempre nuovi aggiornamenti tecnologici a cui Israele provvede da solo, mentre i palestinesi e Hamas in particolare oltre a altri piccoli gruppi terroristici ricorrono all’aiuto dell’Iran. Di fronte a questa situazione sempre più grave e preoccupante il Consiglio di sicurezza dell’ONU, su richiesta di Tunisia, Norvegia, Cina, Francia e altri Paesi, ha deciso una riunione di emergenza. È però probabile che i veti impediranno di prendere decisioni risolutive. Ma quale è la genesi di questa escalation e perché i combattimenti sono scoppiati in questo momento? Hamas come il gruppo che si riconosce in Arafat e la gran parte dei palestinesi sono, del resto come Israele, favorevoli alla costituzione di due Stati ma il problema rimane la delimitazione e i territori di competenza. La decisione di Netanyahu di annettersi, in seguito al placet di Trump, le zone della valle del Giordano e quelle in cui si sono insediati i coloni ha suscitato la reazione di tutti i Paesi arabi e a nulla sono valse le ripercussioni dell’accordo di Abramo con la riapertura delle relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi. La scelta dello stesso Netanyahu di spostare la capitale da Tel Aviv a Gerusalemme,non riconosciuta dall’ONU, ha suscitato la rabbia di chi vedeva in quella città un simbolo possibile di convivenza possibile tra ebrei, cattolici e musulmani e non il frutto di una conquista militare da assoggettare.
Sul momento scelto per riaccendere l’uso degli armamenti non si può prescindere da un’analisi della situazione politica interna in Israele. Il fatto di permettere ai musulmani di radunarsi davanti alle moschee di Gerusalemme pare il classico pretesto come avrebbero potuto essercene altri. Hamas può aver pensato invece che colpire Israele in un momento di vuoto politico, senza essere riuscito a formare un Governo dopo le quarte elezioni anticipate, avrebbe potuto garantire un migliore successo alle sue azioni terroristiche. Senza pensare però che proprio il suo principale nemico Benjamin Netanyahu, oggi in difficoltà e detronizzato se il tentativo di Yair Lapid dovesse avere buon fine, potrebbe ricevere, con l’aggravarsi della situazione, una nuova spinta per riproporsi Premier. E la dura reazione di Israele, con la velata minaccia di un’azione militare di terra, potrebbero indurre a pensare che Netanyahu abbia ben compreso questa opportunità.

Alessandro Perelli

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