lunedì, 12 Aprile, 2021

JOBS ACT AL VIA

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Da Palazzo Chigi, dopo l’incontro con i sindacati, Matteo Renzi lancia segnali di ottimismo sul percorso del Jobs Act incassando una sostanziale apertura dalla minoranza del Pd: “La fiducia è una forzatura – dice Pier Luigi Bersani – ma saremo leali”. “La voteremo, anche se in modo critico”, aggiunge Cesare Damiano, presidente della Commissione lavoro della Camera che – come l’ex segretario – in direzione aveva detto no al Jobs act. Corradino Mineo invece si mostra furioso: “Renzi è un pericolo per la democrazia, va fermato” e Pippo Civati prende carta e penna e scrive al capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Signor Presidente, la fiducia sul Jobs act perpetra una prassi deprecabile su una materia delicata. Non mancherebbe di produrre effetto un Suo richiamo a un maggiore rispetto di ruoli e prerogative istituzionali e al corretto uso degli strumenti normativi”.

Positivo il commento del portavoce dei parlamentari socialisti Marco Di Lello che afferma: “Non si usi il Parlamento per rese dei conti interne. Dopo venti anni di discussioni infinite che hanno attraversato l’intera seconda Repubblica è già scaduto il tempo in cui passare dalle parole ai fatti. Tutto è perfettibile, anche il Jobs Act che, garantito il reintegro per discriminazione, offre nuove tutele a oltre tre milioni di precari fino ad ora privi di tutele. È una grande conquista di civiltà di cui la sinistra deve andare fiera. Tutto il resto – conclude Di Lello – è scontro ideologico di un novecento oramai alle nostre spalle”.

Dopo quattro tentativi andati a vuoto questa mattina per il mancato voto dei senatori di Forza Italia, l’aula del Senato ha raggiunto il numero legale e ha ripreso la discussione sul Jobs Act e al termine del confronto con le parti sociali e alla vigilia del vertice Ue a Milano, il premier parla di “sorprendenti punti d’intesa” con i sindacati sottolineando che l’emendamento del governo alla riforma del mercato del lavoro ha accolto “condivisibili suggerimenti” della minoranza Pd.

L’auspicio di Renzi è quello di potersi presentare già domani a Milano al vertice europeo sul lavoro con la Merkel e Hollande con qualcosa di concreto in mano. Un qualcosa con cui barattare una maggiore flessibilità nel severo giudizio europeo nell’analizzare i conti dei vari Paesi, soprattutto dopo che la Francia ha messo nero su bianco l’intenzione di sforare sul debito. Il nostro deficit è in linea con i parametri ma quello che pesa oltremodo sulla groppa è il debito pubblico, più che doppio rispetto a quello francese. E proprio domani si voterà, salvo imprevisti, la fiducia. Renzi ribadisce che “siamo assolutamente disponibili alle opinioni di chiunque, l’importante è che si vada avanti – aggiunge – miglioriamo se c’è da migliorare, ma il Paese deve cambiare e non ci faremo bloccare da veti o opinioni negative”.

Contemporaneamente a Bruxelles si lavora sulla nuova commissione. Fondamentale per l’Italia è l’impostazione che le verrà data. Se dovesse passare la linea morbida secondo la quale sia possibile l’allentamento dei parametri per favorire l’uscita da una crisi che ancora morde, allora la strada di Renzi si allargherebbe improvvisamente. Il perdurare della crisi e la mancanza di crescita non è un problema solo italiano. Quindi riconoscere che l’Eurozona sta vivendo una situazione assolutamente eccezionale potrebbe far propendere verso questa direzione.

Positivo il giudizio di Olivier Blanchard, capo economista del Fmi: “Mi piace lo spirito della riforma del lavoro” italiana. Ma alla stesso tempo dal Fondo Monetario arrivano nuovi dati non proprio confortanti: sono in calo le stime di crescita per l’Italia nel 2014 e 2015. Il pil calerà quest’anno dello 0,2% (-0,5 punti percentuali rispetto a luglio) e tornerà positivo nel 2015 con +0,8% (-0,3 punti). Il -0,2% del 2014 segue il -2,4% del 2012 e il -1,9% del 2013. Fanno meglio Spagna (+1,3% 2014 e +1,7% nel 2015) e Grecia(+0,6% e +2,9%). Anche per il debito italiano le cose non vanno tanto bene: si attesterà quest’anno al 136,7% del pil, in aumento rispetto al 132,5% del 2013. E per l’area euro il Fondo sottolinea che sono aumentati i rischi di recessione e resta il rischio di deflazione oltre a quello di stagnazione. Ce n’è anche per la Germania. Infatti dopo la decisa flessione degli ordini all’industria registrata ieri, arriva un altro preoccupante dato dalla Germania, che alimenta il pericolo di stagnazione o addirittura di recessione dell’economia. La produzione industriale della prima economia europea ad agosto ha subito, rispetto al mese precedente, un calo del 4%, il maggiore dal gennaio 2009. Gli analisti avevano previsto un calo dell’1,5 per cento. Rivisto al ribasso anche il dato di luglio (da +1,9% a +1,6%). Da segnalare il calo del 25% della produzione automobilistica, legato però in parte a fattori stagionali. Tutti dati questi che potrebbero influire non poco sul futuro atteggiamento della Merkel.

Daniele Unfer

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