mercoledì, 16 Giugno, 2021

Joni Mitchell: 50 anni fa “blue”, il suo capolavoro acustico

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Cinquant’anni fa, nel giugno del 1971, usciva “Blue”, un bellissimo album di Joni Mitchell, da gran parte della critica considerato il capolavoro del periodo acustico della cantautrice canadese, prima di passare all’elettrico e soprattutto prima della svolta jazz, che ne farà una grande musicista a tutto tondo. “Blue” è preceduto da “Ladies of the canyon” (1970), un altro bel disco, che celebra il Laurel Canyon, centro della contro-cultura californiana dell’epoca, e contiene molte canzoni famose come “Woodstock”, “Circle Game”, “Big Yellow Taxi” e “Willy”, tenera canzone d’amore dedicata a Graham Nash, che in quel periodo viveva assieme a lei in una casetta del Canyon, “Our House”, come recita il titolo del brano di Crosby, Stills, Nash & Young contenuto in “Déjà Vu”.
Ma l’amore tra Willy e Joni non dura a lungo. Dopo la pubblicazione di “Ladies of the Canyon”, Joni parte da sola per un viaggio in Europa, girovagando tra Creta, Parigi e la Spagna. Al ritorno dal viaggio scrive il nuovo album. L’atmosfera che si respira in “Blue” è profondamente lirica e soffusa di malinconia, anche se non manca qualche canzone più allegra e ritmata, come “Carey”, in cui Stephen Stills suona il basso e la chitarra e Russ Kunkel la batteria. La canzone parla della permanenza a Creta, dove Joni frequenta una comunità hippy che vive nelle grotte di Matala e incontra Carey, un pelle rossa (“redneck”), che balla bene e altrettanto bene sa cucinare le omelette e gli stufati. “Mi ha ridato il sorriso” dice Joni, che però non si sente a casa. “Le mie unghie sono sporche, ho il catrame sotto i miei piedi/ E mi manca la mia biancheria bianca pulita e la mia fantastica colonia francese”. E’ dura andarsene da Creta, ma il desiderio di tornare a casa (“California I’m coming home”) è ancora più forte.
Quando torna a casa Joni dà la stura a tutta la sua malinconia, come se stappasse una bottiglia di champagne. Riemergono le antiche ombre del passato rappresentate dai ricordi degli anni giovanili, dalla triste storia della sua bambina data in adozione e dalla fine del suo matrimonio. Joni in “River” ricorda con nostalgia quando da bambina a Natale pattinava sulle rive ghiacciate del South Saskatchewan, nel rigido inverno canadese. “Vorrei avere un fiume su cui pattinare, ma non c’è neve qui, è tutto molto verde”. E subito dopo riapre, con uno squarcio inatteso, la ferita lancinante: “Ho fatto piangere la mia bambina…/ Sono egoista e sono triste/ Ora me ne sono andata e ho perso la bambina migliore che potessi avere”. Joni, quando era studentessa a Toronto, nel 1965 aveva avuto una bambina da un compagno di college, ma, non avendo soldi per mantenerla, era stata costretta a darla in adozione. La perse poi di vista per ritrovarla con grande emozione nel 1997, dopo che a sua volta la bambina era diventata madre. Di questa dolorosa vicenda e dell’inevitabile senso di colpa che la perseguita Joni parla anche in “Little Green” (anche se il vero significato della canzone si è scoperto solo molto tempo dopo). “Nata con la luna in Cancro/ Scegliele un nome a cui saprà rispondere/ Chiamala verde e gli inverni non potranno scalfirla”.
Ma Joni, “woman of heart and mind”, pur decisa ad andare dritta per la sua strada, non finisce di guardarsi dentro. E non si vergogna di mettere a nudo né le sue angosce né le sue aspirazioni. Così in “The Last Time I Saw Richard” parla anche della fine del matrimonio con il primo marito, un folksinger della scena canadese, dal quale ha ereditato il cognome (il suo originario è Anderson). L’ultimo incontro avviene in un bar di Detroit nel ’68. Ognuno ha ormai deciso di andare per la propria strada, la separazione sembra già metabolizzata. Lui le rimprovera di fare la fine di tutti i romantici “cinici e ubriachi che annoiano qualcuno in qualche caffè buio”. “Ti piacciono le rose e i baci – le dice – e tutti quegli uomini carini che ti raccontano tutte quelle bugie, solo belle bugie”. Lei ribatte che questa è solo una fase che prima o poi attraversano tutti i sognatori e che nulla le impedirà di spiccare il volo con le sue “magnifiche ali”. L’amore o c’è o non c’è e se non c’è – sembra dire Joni – è inutile girarci intorno. Meglio cambiare aria. Questa stessa sensazione si avverte in “My old man”, forse scritta pensando a Graham Nash, il cui ritornello sottolinea: “Non abbiamo bisogno di un pezzo di carta del municipio per tenerci uniti e veri”. E i nuovi amori? A quelli, dopo il ritorno in America, ci pensa per un breve periodo James Taylor, che suona la chitarra in tre canzoni dell’album ed è probabilmente il protagonista di “All I Want”. “Voglio divertirmi, voglio splendere come il sole/ Voglio essere quella che tu vuoi vedere/ Voglio farti un pullover a maglia/ Voglio scriverti una lettera d’amore/ Voglio farti sentire meglio/ Voglio farti sentire libero”.
Ma la felicità dura un attimo. “Blue”, la canzone che dà il titolo all’album e letteralmente lo colora sia nella copertina che all’interno, è un’invocazione struggente, sottolineata dagli accordi al piano di Joni. “Blu, le canzoni sono come tatuaggi/ Sai che già sono stata per mare/ Incoronami e ancorami/ O lasciami veleggiare via… Blu, ecco una conchiglia per te/ Dentro ci sentirai un sospiro/ Una ninnananna nebbiosa/ Troverai la mia canzone per te”. E non rimane che ascoltare il punto più alto di questa straordinaria sinfonia: “A Case of You”. Non si sa a chi la canzone è dedicata. Forse semplicemente all’Amore con la A maiuscola. “Ricordo quella volta che tu mi dicesti/ “L’amore sono due anime che si toccano”/ Beh, sicuramente tu hai toccato la mia/ Perché parte di te si riversa fuori di me/ In queste righe di tanto in tanto/ Oh, tu sei nel mio sangue come il vin santo/ Hai un sapore così amaro e così dolce/ Potrei bere un momento di te, tesoro”.
Oggi Joni Mitchell ha 77 anni e combatte contro i postumi di un ictus che ha rischiato di ucciderla qualche anno fa. Abituata a lottare fin dall’infanzia (da bambina era stata colpita dalla poliomielite), continua a testimoniare quello che la musica e l’amore possono fare quando sono mirabilmente fusi insieme.

 

Attilio Pasetto

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