venerdì, 17 Settembre, 2021

OLIMPIADI ROMANE

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Israele-Kerry

Nelle ultime ore, Roma è al centro della diplomazia internazionale. Alla vigilia della plenaria dell’Europarlamento che si è aperta oggi e si chiuderà giovedì – con la presentazione del programma ufficiale della nuova Commissione europea – per la presidenza italiana, che sta per concludere il suo semestre di turno, la partita si annuncia quanto mai complessa. Oltre l’arcinota querelle su come rilanciare l’economia e sperare la crisi, ci sono infatti diverse questioni molto calde che richiederebbero un impegno più deciso dell’Europa, soprattutto la crisi ucraina e la guerra continua a bassa intensità tra israeliani e palestinesi.

E, nella stessa giornata, su tutto campeggia l’annuncio della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, quelle sportive, mentre sembra che si stiano già giocando quelle della diplomazia.

A Roma sono arrivati alcuni tra i protagonisti di queste due crisi e a Roma si sono incontrati ieri sera il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov e il Segretario di Stato Usa, John Kerry. A Roma è arrivato anche il premier Benyamin Netanyahu per incontrare il Presiedente del Consiglio Renzi e lo stesso Kerry. E chissà, forse anche Lavrov. Ma perché a Roma?

Perché tocca a Matteo Renzi, in qualità di presidente di turno dell’Unione, intervenire mercoledì alla plenaria di Strasburgo e tocca dunque a lui, per quanto è nei suoi poteri, tirare o allentare i fili della complessa tela diplomatica.

Israele-Palestina. Mentre erano in viaggio per Roma, i palestinesi hanno annunciato l’intenzione di presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite questa settimana, una risoluzione che chiede il completo ritiro degli israeliani, a partire dal novembre 2016, dalla Cisgiordania occupata nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni.

L’annuncio dell’Autorità palestinese, ha fatto crescere la pressione diplomatica non solo su Netanyahu, che ha immediatamente annunciato la più netta opposizione di Israele, ma sullo stessa amministrazione Usa, che si troverebbe nella scomoda posizione di dover decidere se porre il veto alla risoluzione, unico membro tradizionalmente schierato col governo israeliano. Kerry, che domani incontra dell’Autorità palestinese a Londra, è arrivato a Roma da Parigi, e sembrerebbe intenzionato a preparare con gli europei, una soluzione di compromesso sulla base di una risoluzione al Consiglio di Sicurezza proposta dalla Francia che pervaderebbe un termine di due anni per i negoziati per creare uno Stato palestinese a fianco di Israele. Un modo per non porre il veto e non difendere ancora un governo indifendibile com’è quello di Netanyahu.

Anche perché sempre in questa sessione a Strasburgo, giovedì, verrà messa ai voti una mozione a favore del riconoscimento della Palestina sulla scia di quanto già fatto da altri Parlamenti comunitari e dal governo svedese. Determinante in questo senso è stata la posizione dei socialisti europei il cui capogruppo, Gianni Pittella, ha formalmente firmato un rinnovo dell’accordo di collaborazione, con Nabil Shaath, responsabile delle relazioni internazionali di Fatah, il partito del presidente Abu Mazen. Accordo analogo, ha spiegato Pittella, i socialisti cercheranno di chiuderlo con il Labour israeliano, considerato unica possibile opposizione alla destra di Benjamin Netanyahu in vista delle elezioni nel marzo prossimo. E Renzi, col suo PD di cui è segretario nazionale, è l’azionista di maggioranza del gruppo socialista al PE.

D’altra parte il governo israeliano sembra aver ormai superato i limiti della pazienza non solo degli europei, ma anche degli americani perché da una lato impedisce qualunque trattativa di pace e dall’altra continua a implementare gli insediamenti di coloni al di là delle linee di armistizio del 1967. Gli europei considerano gli insediamenti illegali e Washington li considera alla stregua di azioni unilaterali, “ostacoli alla pace”.

La crisi ucraina. L’incontro romano tra Lavrov e Kerry – tre ore a Villa Taverna – è avvenuto all’indomani della legge votata dal Congresso americano per adottare nuove sanzioni nei confronti di Putin in seguito alla parziale occupazione del territorio della confinante Repubblica Ucraina e prevede anche la possibilità di fornire armamenti pesanti a Kiev per una spesa di circa 400 milioni di dollari. Una pressione molto forte su Putin tanto che Lavrov, nelle sue dichiarazioni romane, ha avuto parole di miele: “La costante attuazione degli accordi di Minsk – ha detto – è di primaria importanza, come pure la riunione al più presto del gruppo di contatto”. “C’è stato un esauriente scambio di opinioni su questioni internazionali chiave, compresa la necessità di dare un nuovo impeto al processo di pace israelo-palestinese, la risoluzione del conflitto siriano e la definizione di un accordo completo sul programma nucleare iraniano”. Barack Obama può usare le sue prerogative presidenziali e porre il veto alla legge del Congresso, non solo per evitare un’ulteriore avvitarsi della crisi, ma anche perché teme di perdere per strada l’alleato europeo, il più esposto alle ritorsioni di Mosca. Non a caso di recente ha definito “controproducente” l’imposizione di nuove sanzioni senza il coordinamento con l’Unione Europea.

Washington vorrebbe andare verso una de-escalation della crisi ucraina, proseguendo nell’attuazione degli accordi di Minsk sottoscritti a settembre da Kiev e Mosca. Sul terreno la tregua in corso tra il governo ucraino e i separatisti filorussi nell’est del Paese, hanno fatto decrescere il livello degli scontri che, dall’inizio del conflitto ha provocato la morte di almeno 4.707 persone e il ferimento di 10.322. I dati sulle vittime sono stati aggiornati dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani e dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Per il ministero della Difesa ucraino sono 917 i militari ucraini morti finora nel conflitto, mentre il numero dei feriti è di 3318.

Anche su questo tema l’Italia, anche per i buoni suoi rapporti con mosca, può avere un ruolo importante e trovare un punto di mediazione che convinca Putin ad avere una politica meno aggressiva, per non dire espansionista e militarista nei confronti degli ex Stati satelliti dell’Urss, e dall’altra a riportare i rapporti nel Vecchio Continente sul piano della cooperazione politica ed economica piuttosto che su quella del confronto e del revanscismo.

Armando Marchio

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