domenica, 17 Ottobre, 2021

La caduta tendenziale del saggio di profitto. Piero Sraffa censura Gramsci

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Piero Sraffa impiegò 5 anni a trovare un editore che nel Regno Unito pubblicasse la traduzione delle Lettere dal carcere del suo carissimo amico Antonio Gramsci. Vedranno la luce nel 1952, mentre in Italia erano uscite nel 1947.
Ma l’editore inglese Lehmann, adducendo la penuria di carta,insistette a chiedere tagli e accorciamenti. Di qui le reazioni sia del traduttore Hamish Henderson sia di Piero Sraffa (il consigliere editoriale di P. Togliatti) e di Ambrogio Donini (presidente della Fondazione Istituto Gramsci). Ne seguì la decisione di chiudere il rapporto e rivolgersi all’editore del partito-fratello, Lawren ce & Wishart.
Ma il comportamento di Sraffa suona assai bizzarro e, in quanto studioso, incoerente.
Nel marzo 1947, correggendo le bozze del volume di Gramsci “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”, informa Felice Platone (che, su delega di Palmiro Togliatti, curava la pubblicazione dei Quaderni del carcere) di una proposta di mutilazione (se non si vuol dire censura) del manoscritto di Gramsci: ”Vi è una sola tra le note di contenuto economico che raccomando di non pubblicare:è quella intitolata ‘Economia classica ed economia critica (1)”.

Questa raccomandazione di intervenire, facendo sparire un brano importante del manoscritto gramsciano, aveva avuto un precedente.
In primo luogo in Togliatti, che aveva teorizzato il principio, nella pubblicazione e nello studio dei Quaderni del carcere, non della loro assoluta intangibilità (cioè del rispetto della volontà del suo compagno che nell’aprile 1937 era morto in un durissima polemica con lui e col partito), ma dell’”utilità per il partito”.
I manoscritti lasciati da Gramsci,scrive Togliatti,in data 25 aprile 1941, al presidente del Komintern G. Dimitrov, “contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione. Senza tale trattamento il materiale non può essere utilizzato e alcune parti, se fossero utilizzate nella forma in cui si trovano attualmente potrebbero non essere utili al partito”. (1)
Per la prima documentazione dei tagli operati sulla prima edizione (1947) delle Lettere dal carcere (relative ai buoni rapporti tra Gramsci e il suo predecessore Ame deo Bordiga,alle autorizzazioni, richi este a Mussolini,di poter leggere i saggi di Trotsky,Zinoviev ecc.), mi permetto di rimandare al mio saggio (Spunti critici sulle “Lettere dal car cere” di Gramsci, “Quaderni Piacenti ni”, 1967,pp. 100-126;e più ampiamente (e significativamente) all’importante introduzione di Aldo Natoli ad A. Gramsci-T-Schucht, Lettere 1926-1935,Einaudi,Torino 1997.
Fu una vera e propria battaglia col ramo sovietico della famiglia Gramsci (le sorelle Schucht) che Togliatti volle combattere per fare in modo che i Quaderni dal carcere e le Lettere venissero sollecitamente sottratti al possesso e al controllo della moglie Giulia e trasferiti dalla sua abitazione negli archivi del Komintern.
Fu, questo, il primo passo per rendere possibile quel che avverrà subito dopo: la nomina.-ad opera di Dimitrov, e su imput di Stalin- di una commissione della Terza Internazionale che ne riservò l’accesso e la gestione al solo Togliatti.
E’ assai noto l’uso parziale, con diverse omissioni e censure, che Togliatti fece nella pubblicazione delle Lettere dal carcere. Lo era, e lo è ancora oggi, di meno la replica che ne è seguita, cioè la ripetizione inattesa che ha luogo in quel che Sraffa scrive a Platone ed egli trasmette a Togliatti, l’8 marzo 1947. Entrambi concordano nell’accogliere la proposta censoria\ omissoria di Sraffa.
Il riferimento è alle bozze del volume Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce.
Sraffa raccomanda di non pubblicare la nota di Gramsci intitolata Economia classica ed economia critica. (2). E’ la sola che ritiene di insufficiente meditazione, “non degna di pubblicazione”, perché “vi è un’impressione di superficialità che non si riscontra in alcuna delle altre note economiche “.
Si tratta non di un invito a introdurre una semplice, ininfluente correzione, ma della richiesta di una mutilazione, che corrispondeva ad censura vera e propria. Al centro delle divergenze c’è, infatti, il rapporto di condiscendenza di Gramsci ad una lettura (o interpretazione) crociana di Marx su due questioni cruciali.
La prima consiste nell’identificazione dell’”economia classica” (come la chiama Gramsci) con l’economia borghese contemporanea. Come emergerebbe “dall’affermazione che essa giunge al concetto di valore ‘con l’utilità marginale’ (p. 456 de Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce), questutima è notoriamente un’invenzione degli economisti borghesi post-marxisti e anti-marxisti”.
Al contrario di quanto scrive Gramsci, in maniera contraddittoria, secondo Sraffa “tutta l’idea di concorrenza“ si basa sull’idea che “il lavoro socialmente necessario” interessi, e quindi non escluda, l’economia borghese.
In secondo luogo, Gramsci non si rende conto che il termine ”costi comparati”, da lui usato, nell’economia classica “ha un senso tecnico ben preciso, in relazione al commercio internazionale”. E comunque, avverte Sraffa, la teoria dei costi comparati non è caratteristica dell’economia borghe se,bensì dell’economia classica propria mente detta (Ricardo)”. (3)
La seconda risiede nell’interpretazione della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Gramsci, non avendo sottomano il testo di Marx, sarebbe rimasto prigioniero della versione (secondo Sraffa fraintesa e travisata) offertane dal Croce. Il che sarebbe accaduto anche per la nota sulla “teoria del valore”. Gramsci faceva risalire a Ricardo la sua origine.
Per quanto concerne la caduta tendenziale del saggio di profitto, nella minuta della sua lettera a Felice Platone (marzo 1947), Sraffa ribadisce ulteriormente il rilievo che Gramsci “si aggiri entro i limiti e gli assunti fissati dal Croce, che ritengo fondamentalmente sbagliati” (4).
A suo avviso “la legge di Marx” non è “verificabile statisticamente” dal momento che ha un valore metodologico e non storico. In altri termini in ogni società capitalistica tanto il saggio del plusvalore quanto quello del profitto sarebbero “straordinariamente stabili nel tempo”. (5)
Non per questo la “legge di Marx” ne verrebbe pregiudicata dal momento che egli la ritiene “tendenziale”, cioè che “essa sia il risultato dell’azione di un gruppo di forze (accumulazione) supponendo che altre forze (progresso tecnico, nuove invenzioni e scoperte) non operino”.
La caduta tendenziale costringerebbe i capitalisti a continue rivoluzioni tecniche onde evitare la caduta del saggio di profitto (6).
Croce si sarebbe comportato come uno che “affastella tutte queste forze” e poi può trionfalmente proclamare che “il loro risultato non è la tendenza alla caduta” .
C’è il dubbio che queste distinzioni siano opera più di Sraffa che di Marx, ma Gramsci (insieme ad altri marxisti) si sarebbe adeguato a questa conclusione di Croce.
L’esito è, dunque, quanto non si dice, cioè che la teoria dell’imperialismo sarebbe fortemente inficiata.
Non si tratta, dunque, solo di condiscendenza. Ad essere coinvolti furono gli economisti marxisti contemporanei.
Da parte sia di Sraffa sia di Gramsci sono sottoposti ad una dura critica. Anzi, ad avviso dell’economista torinese, la parte migliore della nota economica di Gramsci consisterebbe proprio nell’attacco sferrato contro di loro (cioè nel paragrafo che segue alle pp. 458-459).
Resta, invece, irrisolto, e privo di interesse per gran parte della storiografia, l’opzione (non sappiamo in che misura forzata, imposta cioè dall’indisponibilità del 1 e del 3 volume del Capitale) palesata da Gramsci per l’interpretazione di Croce.
Qual’è il valore della lotta di classe, della rottura rivoluzionaria e dell’imperialismo se il saggio di profitto resta fisso nel tempo, non ha una valenza storica, ma solo metodologica?

 

Salvatore Sechi

1 – La si può leggere nel volume, curato rigorosamente da Tommaso Munari, Piero Sraffa, Lettere editoriali, Einaudi, Torino 2017, p.3.

2 –  Si veda il testo di Sraffa nelle sue Lettere editoriali cit., p.3.

3 – Ibidem, p. 4.
4 – Si veda Archivio Fondazione Gramsci Carte Piero Sraffa, serie 2, Appunti e minute, UA 16.
5 –  Ibidem, p. 7
6 –  Ibidem, p. 8.

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