venerdì, 16 Aprile, 2021

Alberto Caruso
La fine di un ceto politico

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La fine del Conte-bis e il successivo incarico a Mario Draghi rappresentano senza dubbio, come sostenuto già da Massimo Cacciari, la fine di questo ceto politico.
Non poco, tutt’altro.
Pur tuttavia, questi eventi non significano, come pure si è detto, l’epilogo della seconda Repubblica.
La seconda Repubblica, infatti, se con l’ultima crisi di governo ha subìto un duro colpo, non potrà considerarsi superata fintanto che non si sarà riformato, in senso garantista, il sistema giudiziario.
Dopo quasi trent’anni, è chiaro a tutti ciò che fu Mani Pulite: un colpo di Stato, come tale modificativo dell’equilibrio tra i poteri, finalizzato, da una parte, alla liberazione di uno spazio di agibilità politica per i post-comunisti, dall’altro, all’affermazione del giudiziario – meglio, dell’inquirente – quale potere egemone all’interno dell’apparato statale.
Non v’è da dubitarsi, insomma, che la seconda è la Repubblica delle procure, per la cui instaurazione sono state necessarie la costituzione di un partito delle toghe (con tanto di arrogante portato di superiorità morale), finalizzato al mantenimento di una presenza nell’esecutivo e nel legislativo che paresse suffragata dalle scelte del popolo sovrano, e una narrazione giornalistica mistificatoria che mitizzasse la figura del magistrato, elevandolo a superuomo, infallibile ed indiscutibile, capace di orientare l’opinione pubblica, affinché il PM fosse considerato unico depositario di verità.
In tale contesto, si è giunti alla c.d. fine dei partiti; le procure della Repubblica sono diventate i veri luoghi della politica italiana, con contestuale depauperamento del dibattito e della partecipazione elettorale.
Nel momento in cui lo strumento di risoluzione politica è divenuto l’avviso di garanzia, si è avverata la definitiva transustanziazione dallo Stato di diritto ad uno Stato di polizia giudiziaria, al cui interno il quadro politico era irrimediabilmente destinato alla desolazione. Con le migliori espressioni, in ispecie nel Sud Italia, sempre più impaurite dall’esposizione politico-amministrativa, foriera quasi irrimediabilmente delle attenzioni di qualche zelante pubblico ministero, lo spazio è stato per lo più occupato dagli spregiudicati, da chi non aveva nulla da perdere.
Attraverso un sapiente uso dello strumento mediatico – con la pubblicazione di scabrosi dettagli intimi della vita privata, di dubbia rilevanza penale – l’indagato (politico) subisce un processo “di piazza” nel quale non può in alcun modo difendersi: senza regole, slegato ed avulso dalle risultanze processuali, che lo condanna allo stigma di delinquente anche in caso di proscioglimento e nel quale è negata in origine ogni possibilità di riabilitazione nell’opinione pubblica.

Tale lavorio di destabilizzazione, di sovvertimento dell’ordine costituito, ha condotto, infine, ai governi Conte ed al ministro Bonafede – si legga Davigo -, il quale ha rappresentato l’acme del giustizialismo, il punto di arrivo del percorso forcaiolo iniziato quasi un trentennio orsono.
E però, non è un caso che il Conte-bis sia, di fatto, caduto sulla giustizia. Così come non è casuale che, proprio nel periodo di Bonafede a capo del dicastero dei giudici, questi ultimi abbiano preso ad indagarsi tra di loro.
Una volta ottenuto il controllo di tutti e tre i pilastri dell’organizzazione statale, lo spazio si è ampliato e con esso sono aumentati gli interessati alla sua occupazione; accettabile in un’organizzazione a base democratica, non consentito nel CSM. Di conseguenza, il magistrato (o la sua corrente di appartenenza) rimasto fuori la porta si è risolto nell’utilizzo dell’unico strumento conosciuto per avere la meglio del rivale: l’avviso di garanzia, con tanto di velina in pasto alle stampe.
E così, tra un presidente di Corte d’Assise d’Appello che vendeva assoluzioni un tanto al chilo e un giudice civile che riconosceva ingenti risarcimenti dei danni in cambio di laute manifestazioni di riconoscenza, si è fatta la conoscenza di Luca Palamara, fino a poco tempo fa deus ex machina della magistratura – e non solo – italiana, il cui “sistema” (della magistratura) è ben descritto nel libro-intervista di Alessandro Sallusti.
Il caso Palamara rappresenta – si spera – lo scoperchiamento del vaso di Pandora della giustizia italiana e, al tempo stesso, dona un’occasione unica di riequilibrio tra i poteri, chiamando all’azione ciò che di sano residua nel tessuto politico-sociale del paese, affinché si rimetta l’individuo, con il suo diritto, al centro dell’organizzazione statale.
Scagliarsi contro il singolo togato sarà utile quanto l’arresto del singolo mafioso. Serve una risposta sociale, la sola in grado di estirpare in radice ogni forma di malaffare.
Non si tratta della rivendicazione di un primato dei parlamenti sulla magistratura, bensì del ritorno ad una società nella quale la persona perbene, onesta, non abbia timore a partecipare all’amministrazione della propria comunità – sia essa comunale, regionale o statale -, liberato dalla minaccia di quella pesante spada di Damocle che incombe sul capo di chi si impegna, risultante dal combinato di magistratura politicizzata, inquisizione mediatica e timorosa subalternità della compagine politica alla toga (un esempio per tutti: Filippo Penati).
Oggi non mancano i singoli magistrati, spesso vittime del loro stesso ordine, che si espongono in prima persona contro un potentato che, nella giustizia, ha fatto dell’ingiustizia la sua regola; e però non basta.
È necessario, adesso, che queste persone non vengano trascurate dalla società, che vengano sostenute nelle loro istanze di riforma del sistema giudiziario. Non per farne delle bandiere, non per farne dei capilista alle prossime elezioni: per farne dei giudici dello e nello Stato di diritto.
A tale scopo serve oggi uno sforzo. Bisogna che si comprenda l’importanza del momento, un “ora o mai più” che può cambiare il corso della nostra democrazia, in un senso o nell’altro. Mai sia che si imbocchi la strada sbagliata.
L’impegno, l’attenzione, il coraggio di tutti. Solo questo ci tirerà fuori dalle sabbie mobili della Repubblica delle procure.

 

Alberto Caruso

Segreteria Nazionale FGS

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