domenica, 26 Settembre, 2021

Venezia. La Mostra del cinema perde l’occasione per ricordare Pietro Germi

0
La 78esima Mostra del cinema di Venezia perde l’occasione per ricordare Pietro Germi, regista di film di forte impatto popolare, con il Leone d’oro alla memoria

 

 


 

In considerazione del fatto che nel 1961, sessant’anni fa, veniva realizzato e proiettato nelle sale cinematografiche “Divorzio all’italiana”, film capolavoro delle commedie che raccontavano agli spettatori situazioni e problemi nazionali, la78esima Mostra del Cinema di Venezia che si svolgerà quest’anno dall’1 all’11 settembre avrebbe potuto cogliere l’occasione per premiare con un Leone d’oro alla memoria la carriera artistica di Pietro Germi (Genova 1914 – Roma 1974). Il regista nel secondo dopoguerra realizzò pellicole di forte impatto popolare (“Gioventù perduta”, “In nome della legge”, “Il cammino della speranza”, “Il ferroviere”, “L’uomo di paglia”, “Un maledetto imbroglio”, “Divorzio all’italiana”, “Sedotta e abbandonata”, “Signore e Signori”)  che raccontavano la gioventù problematica uscita dal conflitto mondiale, la criminalità urbana, la mafia, l’emigrazione clandestina, il lavoro, la famiglia, la donna. Federico Fellini definiva Germi “il grande falegname” per l’aspetto fisico, che incuteva soggezione, e per il rigoroso professionismo che gli permetteva di costruire film “solidi come paracarri”, come disse Francois Truffaut. A chi gli chiedeva cosa pensasse del suo amico come attore e regista, Fellini, non senza una punta di gelosia, rispondeva di preferire Gary Cooper. Inoltre giudicava “melensi” film come “Il ferroviere” e “L’uomo di paglia”. Giudizi, questi di Fellini, che circolavano anche nell’ambiente cinematografico legato al Pci. Qui critici e intellettuali, magari segretamente, ammiravano i film del socialdemocratico Germi e la sua capacità di passare con disinvoltura dal dramma alla farsa, dall’intimismo all’epopea, dal film d’azione alla satira, ma non osavano dirlo pubblicamente, perciò, trincerati nel loro ruolo di occhiute vestali schierate a difesa della politica culturale comunista, ne denunciavano il carattere deamicisiano e riformista, il loro essere lacrimevoli e viziati da un’ottica piccolo-borghese. Eppure diversi film di Germi resistono alle ingiurie del tempo e destano interesse, suscitano sensazioni nuove che rigenerano l’opera che si vede e ci aiutano a capire meglio il nostro Paese nel passaggio da una società contadina a una società industriale, che produrrà poi devastazioni nel tessuto sociale e antropologico. Non a caso c’è chi ha visto Germi come una sorta di alter ego – su di un piano diverso, se non proprio opposto – del Pasolini “corsaro”. Il giornalista Gianni Rocca, comunista in dissenso con il partito dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, cofondatore con Eugenio Scalfari del quotidiano “la Repubblica” e autore di libri di storia di successo, nel novembre del 1989 scriveva: “ Se io, sessantenne, mi volgo all’indietro e cerco di ricordare una figura operaia, non mi viene in mente altro che il ferroviere di Germi, quella vita opaca, esclusa, fatta di sacrificio e di qualche fiasco di vino, alle prese con i reali problemi del lavoro e di una società spietata con i deboli e con i loro errori. E per quanti bei film sul fenomeno mafioso io ricordi, nessuno cancella il primo della serie, quell’In nome della legge che proprio Germi ci propose nell’immediato dopoguerra, con l’immancabile sconfitta del magistrato coraggioso (quanta preveggenza). E tra le improbabili figure di commissari, sul miserabile sfondo di un delitto, che i nostri registi ci hanno propinato in questi cinquant’anni, certo non inserirei quella di Ingravallo, stupendamente realizzato e recitato dallo stesso Germi nel Pasticciaccio brutto di via Merulana (sic!). Deamicisiano, riformista? Averne[..].Ma l’Italia col boom cambiava. In peggio, in meglio? Il socialdemocratico Germi fu il primo a coglierne con garbo, umiltà, acutezza, i risvolti affaristici, amorali, cialtroni, cinici, in una gamma ricca di annotazioni e di colori”. La testimonianza dello “spettatore” Gianni Rocca trova una sponda autorevole nel regista Billy Wilder, che diceva di adorare Ladri di biciclette di De Sica e di ammirare Bergmann, Kurosawa, Allen (quando non bergmaneggia) e il talento di Spielberg, ma più volte aveva dichiarato che uno dei suoi registi preferiti era un italiano morto troppo presto senza riuscire a conquistarsi la reputazione di De Sica, Fellini, Rossellini: Pietro Germi, “che faceva dei film senza arie ma intelligenti, acuti, pieni di buon senso, senza esagerazioni”.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply