martedì, 18 Maggio, 2021

La politica costruita sui soldi

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 “La politica costruita sui soldi”: la questione ritorna in evidenza con scadenze periodiche recentemente è finita come titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” a commento dell’elezione presidenziale di Emmanuel Macron. Questi per la sua campagna elettorale avrebbe raccolto e speso finanziamenti per 15 milioni di euro. Diventa significativa la sottolineatura che solo l’1,7 per cento dei finanziamenti superavano i 5.000 euro: “ma è pur vero – annota il prof. Galli della Loggia – che quel l’1,7 per cento ha rappresentato, da solo, poco meno della metà (il 45 per cento) dell’intero ammontare di quanto è affluito nelle casse di Macron. Senza quell’1,7 per cento la musica sarebbe stata diversa”.

In sostanza sono quelle “donazioni” dei più ricchi ad influire di più: come si farà poi a prendere decisioni che dispiacciano a quei ricchi è una domanda che produrrà nell’elettorato popolare la convinzione che questo sistema non può tutelare la gente comune. Accade in Francia; e con ancor maggiore evidenza in America, dove il traffico finanziario che industrie e privati riversano nelle campagne elettorali è sterminato: secondo i dati disponibili delle penultime elezioni presidenziali USA del 2012 ammonterebbe a oltre 6 miliardi di dollari. Se poi succede che anche l’elettorato più popolare finisce per votare per un magnate finanziario, vorrà dire che la sfiducia verso la democrazia rappresentativa è già completa: tanto vale mettersi nelle mani di un miliardario populista.

Che pensieri possiamo ricavarne? Il sistema democratico vive ovviamente se trova il consenso della maggioranza dei cittadini: per mantenere tale consenso occorre che la politica non sia appannaggio dei ricchi o di élite ristrette: e fra quest’ultime rientrano anche i cultori della “democrazia elettronica”, i quali credono che con pochi clic (poche centinaia in molti casi) si possa valorizzare la partecipazione popolare.

La via maestra sarebbe quella di ritrovare quello che è stato totalmente demonizzato negli ultimi lustri per far prevalere procedure mediatico-plebiscitarie: ci sarebbe invece bisogno di una democrazia promossa da grandi partiti organizzati, dove contino gli iscritti e i territori e dove si costruiscano i futuri dirigenti selezionati per esperienza e cultura; una democrazia vivificata da grandi organizzazioni delle categorie economiche e sindacali e da altri grandi “corpi intermedi” e associazioni che hanno lo scopo di rappresentare interessi e vocazioni di fasce omogenee della cittadinanza; una democrazia sostenuta da un corposo finanziamento pubblico della politica che sovrasti in maniera considerevole quello privato e che imponga alla politica di non rivolgersi scorrettamente ad altre fonti; una democrazia che garantisca ai protagonisti politici similari condizioni di accesso ai mezzi mediatici.  Una missione forse impossibile, almeno in Italia. Ma cosa abbiamo trovato o pensato finora di meglio? Possibile che sia quasi solo la Germania a provare la pratica di una democrazia competitivamente regolata, come appena vagheggiato?

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