martedì, 13 Aprile, 2021

La politica “desaparecida” finita sotto la macchina giudiziaria

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Dovrebbe meritare qualche meditazione l’appassionato intervento dedicato agli “stritolati e assolti” sotto la Seconda Repubblica: l’ha scritto il 16 novembre 2020 Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” a conclusione delle tribolazioni giudiziarie di Antonio Bassolino. Un elenco lungo, decine e decine di personaggi, ma tutto sommato non sconfinato: sempre ributtante, ma assolutamente non paragonabile ai numeri – quelli sì davvero enormi – di rappresentanti semplicemente epurati al termine della Prima repubblica.

Sappiamo che sono numeri dimenticati, che non destano interesse, se non come un riflesso a casi eclatanti come quello di Bassolino. Eppure se quei numeri ce li fornisce una personalità insospettabile come Luciano Violante, prima influente magistrato e poi autorevole deputato della sinistra, forse qualcuno potrà pensarci meglio? O dovranno farlo solo gli storici, possibilmente più avanti, molto più in là?

Lui intanto – Violante – ha riportato dati di inascoltata verità in un saggio pubblicato nel giugno 2019 sulla rivista “Mondoperaio” sotto il titolo “Arcana iuris”. Su 25.400 “avvisi” emessi dalle Procure tra il 1992 e il 1994, vennero condannate 1.233 persone, meno del 5 per cento. Che fine avranno fatto gli oltre 24.000 italiani “avvisati” dalle Procure e poi prosciolti e non condannati? Quale è stato il destino umano e sociale di queste migliaia di persone trascinate impropriamente nel fango della pubblica riprovazione allora furiosa? Infatti essere “avvisati”, a quel tempo significava condanna preventiva immediata. Al di là dei singoli casi, si doveva “cambiare”, regolare più correttamente la vita dei partiti e delle istituzioni, come in quegli anni avvenne anche in altri Paesi europei. Ma perché “buttare via il bambino con l’acqua sporca”? Perché sconfessare quello che uno dei più noti storici economici italiani, Carlo M. Cipolla, ha così descritto: “Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo”.

 

Si può dire che il vuoto creato negli scorsi anni Novanta dall’affossamento di tante esperienze e organizzazioni è stato un danno rilevante per la nostra democrazia, che contribuisce a spiegare la carenza di qualità nella successiva vita politica. Non casualmente l’economista Michele Salvati ha ribadito che «i guai del nostro Paese derivano dall’inadeguatezza dei suoi ceti dirigenti»: questa valutazione espressa in un editoriale d’inizio ottobre 2019 – ha accompagnato spesso i suoi interventi che esaminano la decadenza – politica ed economica – dell’Italia nell’ultimo ventennio e oltre. La crisi della dirigenza istituzionale del Paese – a seguito dell’azione giudiziaria denominata “mani pulite” – trova una delle ragioni proprio nel vuoto creatosi nel centro e nella sinistra riformista, privati forzatamente di personalità e tradizioni di grande livello.

 

Non sbagliava chi la definiva una rivoluzione «falsa», mobilitata da un circuito mediatico-giudiziario che propagandava quella che il prof. Angelo Panebianco considera «la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Una falsità denunciata in termini tecnici anche da Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Il danno anche economico è venuto dopo: il docente di macroeconomia Fadi Hassan ha calcolato che il Pil pro capite italiano è tornato percentualmente allo «stesso livello che avevamo nel 1961»: siamo tornati indietro di oltre mezzo secolo: lo aveva scritto il 6 aprile 2017. Poi è arrivato il disastro Covid-19 a devastare totalmente i nostri conti. Ma fino a poco prima una classe dirigente improvvisata aveva già contribuito a rendere disgraziato il nostro Paese. Se al timone del Paese fossero rimaste persone più competenti, organizzazioni più preparate e solide come nella vicina Germania, la nostra storia attuale avrebbe potuto svolgersi più ordinatamente.

 

Nicola Zoller

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