martedì, 13 Aprile, 2021

La rossa luna fiumana

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Fiume. La Rivoluzione Ardita e tradita. Parte ventesima

 

La cronaca del Comandante, anche se arricchita di afflato eroico e patriottico, corrisponde con molta precisione ai fatti ben documentati. Il bombardamento messo in atto proditoriamente dalla Marina proprio perché ventimila soldati regolari non erano riusciti a prevalere su soli tremila volontari legionari fiumani, fu davvero feroce e fece varie vittime e numerosi feriti anche nella popolazione civile inerme, tre le quali donne e bambini. La strage sarebbe stata anche maggiore e forse la morte del Comandante inevitabile se l’Andrea Doria avesse sparato proiettili da 305 come le era stato ordinato da Caviglia, anziché limitarsi a quelli da 152.
Vi erano già stati vari rapporti, in data 25, che segnalavano che le truppe delle compagnie 58, 54 e 55 erano molto demoralizzate dalla resistenza fiumana e che la 28° si era addirittura ritirata per un centinaio di metri dalle sue postazioni. Un altro rapporto, sempre in data 25, segnalava che sarebbe stato necessario fare intervenire le artiglierie per “evitare la completa demoralizzazione della truppa”
Testimoni riportano di avere visto soldati e marinai regolari dell’Esercito e della Marina con gli occhi pieni di lacrime e fortemente indignati e tremanti d’ira e di vergogna mentre assistevano allo scempio della città.
Bisogna riconoscere che allora i Socialisti, nella loro maggioranza, non solo non compresero affatto l’importanza storica e sociale dell’impresa di Fiume e soprattutto il valore rivoluzionario ed innovativo della Carta del Carnaro, ma si allinearono, come già detto in precedenza, alle posizioni della stampa borghese. Se da parte loro, che avevano una vastissima rappresentanza parlamentare, ci fosse stata una dura opposizione al vile attacco fratricida, esso difficilmente sarebbe stato messo in atto da Giolitti.
Non fu così invece per i Repubblicani, lo sappiamo da questo documento:
“Ai fratelli d’Italia!
In quest’ora di vera angoscia, alla vigilia di possibili lotte cruente i repubblicani di Fiume si rivolgono a Voi, fratelli d’Italia, perché ascoltiate con animo sereno il loro supremo grido di dolore.
Il Ministro della malavita, negatore di ogni virtù del nostro popolo generoso, affretta la conclusione del Trattato di Rapallo con il quale il governo della Monarchia ha straziata la vittoria italiana a benefizio dei jugoslavi, eredi degli odi e della mentalità degli Asburgo.
Per effetto del Trattato di Rapallo Fiume è condannata a trascinare la sua italianità come un cencio fra gli edifizi che i banchieri internazionali sognano di alzare su questa terra per racchiudere i lauti guadagni. Fiume, e con Fiume il diritto dei popoli a decidere di se stessi, è condannata dai Ministri regi a sparire come forza morale. Fa troppo paura la sua audacia. Fiume nega ogni diritto ipotetico di Re od i ministri ed innalza il diritto del popolo. Perciò è predestinata al macello (…)
Prima che l’eccidio segni la più obbrobriosa pagina della Monarchia Sabauda, noi ci rivolgiamo a Voi, fratelli di fede perché comprendiate il nostro dolore e il valore del nostro sacrificio. (…) La lotta di Fiume è una lotta ideale: in questa devono entrare tutte le sue energie.
Non chiediamo proteste per le nostre donne e per i nostri bambini affamati; non chiediamo nulla per coloro che domani potranno essere colpiti dalle truppe regie; domandiamo ai fratelli il consenso della fede comune, l’aiuto per la rivolta fatta in nome del diritto dei popoli contro le oppressioni dei governi reazionari.

Da voi fratelli, attendiamo una risposta che sappia anche affrontare la convalidazione del sangue.
Forse l’ora nostra è giunta ed è racchiusa in questo motto:
Insorgere è risorgere.”
P. il Comitato esecutivo Partito repubblicano italiano : Sezione di Fiume.
Il Segretario Emilio Craincevich
Fiume d’Italia, 23 dicembre 1920
Come si comportò invece la popolazione fiumana in tale circostanza è testimoniato dalle parole del podestà Gigante il quale smentì seccamente che si fosse soffocato nel sangue un tentativo di rivolta contro la Reggenza ad opera degli autonomisti di Zanella, poi amplificato a dismisura da certa stampa, citiamo una parte del suo comunicato: “..dichiaro che la sollevazione zanelliana contro Gabriele d’Annunzio e il Governo della Reggenza non avvenne se non nella fantasia di qualche giornalista e nella speranza del Comando della Venezia Giulia…
Durante le cinque giornate di passione e di sangue la popolazione si mantenne calma e disciplinata: molti esempi si ebbero di vecchi che accorsero alle linee di difesa a combattere e di donne e di fanciulli che effettuarono il rifornimento di munizioni alle truppe combattenti.
Io sono convinto di potere affermare che l’esempio di sereno eroismo dato dalla popolazione fiumana, in quelle tragiche giornate è tra il più belli che la storia possa ricordare..”
Se poi qualcuno volesse ostinarsi a replicare che queste testimonianze sono “di parte”, possiamo anche offrire un ulteriore documento di un giornalista inglese E.A. Amphlett, corrispondente del “Times” di Londra che non era certo una testata favorevole a d’Annunzio e che fu l’unico giornalista estero ad avere il coraggio di restare in quella città fino alla fine.
Citiamo la sua testimonianza per intero:
“Ho letto con molto stupore e sorpresa nella “Vedetta” questa mattina che nel comunicato ufficiale pubblicato dal Governo italiano si parla di due tentativi da parte della popolazione civile di Fiume d’insorgere contro il comandante d’Annunzio che sarebbero stati soffocati nel sangue.
Tale affermazione è grossolanamente contraria al vero e, se è stata fatta, il servizio di informazioni ufficiale è molto in errore. Non c’ è alcun fondamento in tale affermazione.
Sto facendo questa smentita nelle corrispondenze al mio giornale esprimendo la mia sconfinata ammirazione per la forza e la calma colle quali il valoroso popolo di Fiume ha sopportato la difficile prova dei giorni passati” Il comunicato è del 29 dicembre.
Purtroppo il bombardamento non finì il 26 dicembre ma si protrasse almeno fino al 28, il generale Caviglia, nella sua furia omicida, aveva dato ordine di colpire la centrale elettrica e persino le condutture dell’acqua, esponendo la città anche al flagello della sete e dell’inondazione
Anche in questo caso lo storico preferisce lasciare la narrazione ai documenti piuttosto che alla sua ricostruzione.
Comunicato n. 6 ore 16, 26 dicembre
Al generale Pezzana

…Operazione non deve essere mai interrotta però data la inevitabile stanchezza delle truppe, lascio alla S.V di prendere le disposizioni che crede per non dare tregua né riposo ai fiumani mantenendoli agitati da continue minacce..Dia molto impulso alle azioni di tutte le artiglierie cercando di colpire punti vitali della città interessando a ciò specialmente il colonnello Marinetti.” Firmato gen. Ferrario.
Ed ecco alcuni radiotelegrammi dello stesso Comandante Foschini più volte interpellato da Gigante in merito ai bombardamenti sulla città
Fiume 27/12 all’Andrea Doria ore 12
Popolazione si ritira nelle case. Sindaco prega V.E. di voler preavvisare appena si apre il fuoco in modo da potere inviare in tempo donne e bambini sul molo e presso la “Dante”
Abbazia radiotelegramma N.372 ore 12,30
Generale Ferrario.
Direttore Ospedale informa che alcune granate sono cadute su di esso. Altre granate cascano al centro della città facendo vittime popolazione civile
“Doria” N.374 radiotelegramma ore 12, 30
Informo che stanno sparando sulla città facendo vittime innocenti pregherei fare cessare il fuoco.
Sono tutti radiotelegrammi interni alle truppe regie quindi certamente non imputabili di essere “di parte” se non di quella “opposta” alla causa fiumana.
Ma a confermarli vi è anche la dichiarazione di Gigante del 6 gennaio 1921 che citiamo testualmente: “Confermo ufficialmente che le navi e le truppe regolari apersero il fuoco contro la città senza alcun preavviso e che io stesso, recatomi a bordo della “Dante Alighieri” dettai al comandante Foschini un telegramma di protesta, di cui non conservai copia.
Chiesi il colloquio col generale Ferrario per il giorno 28 dicembre, appunto per protestare contro il bombardamento proditorio, e per chiedere “se era nelle intenzioni del Comando delle truppe operanti contro Fiume di continuare a massacrare la popolazione borghese, senza preavviso, contro ogni regola di buona guerra”.

Caviglia, come avevamo accennato in precedenza, non consentì nemmeno l’arrivo di un treno recante materiale medico per assistere i feriti
Anche in questo caso lasciamo che siano i testimoni a parlare
Radiotelegramma Destinazione Abbazia Provenienza “Dante” 30/12 ore 15,30 Un tempo in cui la vicenda fiumana era già volta verso l’epilogo finale
Generale Ferrario per Generale Caviglia
Prego autorizzare infermiere e la Croce Rossa che attualmente trovasi a Trieste hotel Savoia proseguire per Abbazia e poi per Fiume perché indispensabile per servizio sanitario, inviare assicurazione sulla “Dante” Professor Bastianelli” la firma è del comandante Foschini
Il tenente colonnello professor Bastianelli illustra in un suo documento che fece “urgenti premure presso il Comando di Abbazia, affinché personale e materiale procedessero per Fiume…Il Comandante Foschini mise a disposizione il rimorchiatore “Hipas” che si trovava ad Abbazia, mandò un radiotelegramma e poi il maggiore Profumo colle mie domande scritte, sicuro che nella sera stessa il materiale si sarebbe potuto trasportare…” Ma nonostante le insistenze il materiale non si mosse. Allora nel pomeriggio del 31 lo stesso Bastienelli si recò personalmente sulla “Dante” a chiedere ragione di ciò che stava impedendo agli aiuti medici di giungere a Fiume. Ed egli riporta testualmente che fu “informato dal Comandante Foschini che S.E. Caviglia gli aveva proibito di ricevere miei ulteriori telegrammi”
Il povero Bastianelli riferisce in conclusione che, restando isolato e senza sapere quando il suo materiale sarebbe potuto giungere a destinazione, affidò ad altri ufficiali di sua fiducia il compito di ricevere il materiale sanitario, lasciando così la città.
Come se non bastasse tutto ciò, vi è anche un rapporto del direttore di Sanità Giovanni Usai che conferma la vile crudeltà che si abbatté sui feriti e sul personale sanitario
“Verso sera (del 24 n.d.r.) quando le linee telefoniche funzionavano, i regolari chiesero lo sgombro dei feriti all’Officina del gas. Per quattro volte fu impossibile avanzare fin là, perché investiti da raffiche di fucileria, nonostante che i segni internazionali fossero illuminati e visibilissimi; due volte pure io tentai di passare, ma inutilmente. D’altronde i regolari costantemente hanno sparato sulle lettighe al punto da uccidere in vicinanza degli infermieri un civile, in via dell’Istria, a colpi di mitraglia a breve distanza….A parte il fatto che i soldati, veri manigoldi, scatenati per il misfatto, sparavano sugli infermieri e sulle auto-ambulanze, giova far conoscere che le pallottole arrivavano nel giardino e nel parco dell’Ospedale militare, che le schegge di granata piovevano (è la parola vera) nel cortile e nei corridoi; taluna fu trovata anche nella camera operatoria….Intanto, poiché l’aggressione era impreveduta e l’assedio più rigoroso era stato attuato, i viveri necessari per gli ammalati e i feriti vennero a mancare. Chiesi, per il comandante Foschini, che mi fossero concessi latte, carne fresca da comperare, sempre per mezzo della R.N. “Doria” a Sussak e mi fu recisamente rifiutato a più riprese. Si voleva l’affamamento completo….Concludendo, il trattamento degli avversari fu inumano e brutale, violò perfino impudentemente le leggi internazionali che anche l’austriaco aveva rispettate, poiché colpi d’arma da fuoco furono diretti contro gli infermieri, e l’Ospedale militare soggiacque al tiro delle artiglierie avversarie, benché fosse risaputo che nelle adiacenze di esso non eranvi obbiettivi militari

I prigionieri nostri furono maltrattati e percossi: il capitano Faraone porta tuttora visibilmente le tracce delle manette fraterne che gli procurarono forti contusioni ed edemi
Non si permise il rifornimento dei viveri ai nostri ammalati e feriti con mala intenzione, perché l’invio fu concesso solo 24 ore dopo l’accordo di Abbazia”

Riprendendo la narrazione dei giorni successivi al 26, ricordiamo che già il 27, in seguito alle reiterate richieste sopratutto del sindaco Gigante di sospendere le operazioni belliche ed in particolare i bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile, si faceva presente che il Comando di Fiume aderiva alle seguenti condizioni: 1) lo sgombero delle isole occupate, in cambio della cessazione delle ostilità e del ritiro delle truppe regie di occupazione e della salvaguardia dei confini, compresi porto Barros ed il delta 2) uscita immediata delle navi regolari con l’impegno d’onore che non sarebbero state impiegate per un ulteriore blocco della città 3) Restituzione delle navi che erano passate dalla parte di Fiume con l’impegno di salvaguardare gli equipaggi 4) Rinuncia del governo italiano a intromettersi nella questione della sistemazione dello scioglimento dei legionari 4) intervento della Reggenza nelle trattative che avrebbero dovuto definire il confine nel delta e in porto Barros.
Il Comandante Foschini si mostrò favorevole ad accogliere tali proposte ma da Roma non giunse nessuna risposta né autorizzazione ad intraprendere una azione di mediazione, così i combattimenti continuarono durante la giornata del 27, con le granate e le cannonate che piovvero in continuazione sulla città.
La notte sul 28 batterie da 105 cioè cannoni e proiettili austriaci, sparavano sulla città di notte raffiche di granate sharpnell! Cioè a frammentazione, senza che vi fosse alcuna necessità militare e con l’unico scopo di terrorizzare la popolazione, senza che le batterie fiumane avessero preso in alcun modo a replicare al fuoco
L’indomani, alla richiesta del sindaco Gigante di non bombardare la città senza preavviso e di poter sgomberare almeno con una tregua le donne, i vecchi ed i bambini, il generale Ferrario replicò che aveva ordine di iniziare il bombardamento della città dal 29 mattina e che tale bombardamento avrebbe visto l’impiego di batterie pesanti terrestri, e le batterie da 305 della Marina. Concludeva che non poteva in alcun modo sospendere le operazioni se la città non avesse dichiarato quello stesso giorno entro le 14, di accettare in blocco il Trattato di Rapallo.
Alla replica sdegnata delle autorità cittadine che ciò avrebbe portato al massacro della popolazione civile, il generale rispose implicitamente ammettendo la sconfitta delle sue forze di terra. Il suo Comando, infatti, “non vedeva altro mezzo di domare l’energia della difesa legionaria e fiumana, se non di ricorrere a quella estrema misura di pressione, per evitare il macello delle proprie fanterie di attacco”
Una volta informato, il Comandante, a sole due ore dalla scadenza dell’ultimatum, convocate tutte le autorità cittadine, decise di risparmiare l’inutile strage della popolazione civile, constatando la vittoria delle forze legionarie sul campo, lasciando lo stesso popolo fiumano arbitro della sua situazione e rassegnando le sue dimissioni e dell’intero collegio dei Rettori del Governo provvisorio della Reggenza del Carnaro nelle mani dei rappresentanti delle autorità cittadine e restando con ciò solo Comandante delle Legioni di Ronchi. Il suo fu un discorso molto accorato e commovente che, ricordando l’itinerario percorso sedici mesi prima, culminava con le seguenti parole:
“Essi confessano di non potere abbattere la resistenza eroica dei legionari se non distruggendo la città, se non uccidendo i cittadini inermi
Essi dichiarano di voler distruggere la città senza voler lasciare uscire il popolo!
Essi mostrano un loro disegno di operazioni e dicono: – Noi diroccheremo le vostre case a una a una coi nostri calibri, e vi seppelliremo tutti sotto la rovina, se voi non costringerete i legionari ad abbandonare la difesa. Non abbiamo altro mezzo di vincere –
Nella storia delle ignominie militari non ce n’è una più bassa. La ferocia tedesca, che almeno era intelligente, è superata da questa, che è ottusa come testarda.
E tanta ferocia è esercitata contro quel miracolo d’amore che è la città Olocausta.
I legionari, fermi sul suolo che seppero ben difendere, hanno la vittoria delle armi e hanno la vittoria dello spirito.

….
Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della sua propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà.
Noi siamo fieri di aver potuto testimoniare col sangue la nostra devozione a una gente di così pura tempra e di così alta fede….
…Non serbo se non il mio coraggio
Attendo che il Popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città dove non venni che per la sua salute
E gli lascerò in custodia i miei morti, i mio dolore e la mia vittoria”
Fiume 29 dicembre 1920
Le dimissioni vennero accettate fra le lacrime e lo sconforto generale, ammettendo che erano l’unico modo per salvare la città dalla sua totale distruzione. Al sindaco Gigante e al Capitano Host Venturi vennero affidati pieni poteri con il compito di portare a termine le trattative per l’accettazione del Trattato di Rapallo.
Finiva così il calvario della popolazione fiumana che, nonostante ci sia ancora chi vorrebbe che fosse stata felicissima di sbarazzarsi di d’Annunzio e dei suoi legionari, accompagnò in seguito il Comandante sulla stessa via che aveva percorso nella sua “Santa Entrata” con grida e lacrime accorate, sventolando il tricolore.

Ma l’agonia dei legionari non finiva con la resa, anzi cominciava allora, insultati, derisi e maltrattati fino a volerli ad ogni costo umiliare.
Ai loro feriti non venne offerto un vagone della Croce Rossa per sgombrare la città, ma soltanto un misero carro bestiame con all’interno solo un bidone che doveva servire da stufa. Barcollando e a mala pena reggendosi in piedi vi vennero spinti dai carabinieri e dai soldati regolari, finché fu la stessa popolazione fiumana che insorse e, piuttosto che salutarli in condizioni così disumane, sganciò i carri dal treno, impedendone la partenza, per deporre a terra i feriti gravi che vennero ricondotti a furor di popolo all’ospedale, mentre i feriti leggeri vennero fatti salire su un vagone di prima classe.
Non pochi tra gli impavidi legionari furono soggetti a maltrattamenti disumani. Riportando alcune delle loro testimonianze, ricordiamo quella del ten. col. Manes su vari episodi, a cominciare dal tenente dei Carabinieri legionario aviatore Ernesto Cabruna, catturato a Cantrida, che venne “malmenato da un collega, da sottufficiali e militi della benemerita del battaglione Mayer: colpito con calci dei moschetti, ebbe sputi in faccia e strappato e calpestato il berretto
Il Capitano Faraone Francesco, catturato presso la Delegazione Montenegrina, dove si trovava in quella di ospite nella festività del Natale, venne malmenato come il peggiore dei malfattori alla presenza delle signorine Petrovich: fu derubato della divisa grigio verde e trascinato senza alcun riguardo della dignità del grado, della persona e del luogo sacro in cui veniva effettuato l’arresto. Presentava ancora parecchi giorni dopo un’ecchimosi all’occhio sinistro per effetto di percosse, ed escoriazioni ai polsi a causa di catenelle applicate inumanamente strette. Venne lasciato insieme ad altri soldati prigionieri senza pane e senza acqua, per una intera giornata, e trascinato in una baracca infangata senza paglia e senza coperte.
Il sergente maggiore Donato Buttiglione pluridecorato, narra che caduto prigioniero, fu schiaffeggiato, punto con la baionetta…Gli furono strappati i galloni, i distintivi di guerra, il trofeo del berretto e sputato sul viso..

Egli racconta inoltre che nel campo di concentramento dei prigionieri fiumani di Legnano, “siamo stati insultati nell’onore e nella dignità. Si cercava un po’ d’acqua ed alcune sentinelle ce la promettevano, altri dicevano – andate da d’Annunzio, ve la darà lui, noi vi daremo il veleno, il piombo caldo -….un soldato della seconda squadriglia autoblindo riconobbe un carabiniere che gli portò via l’orologio, il cappotto e gli disse queste testuali parole: – Carabiniere, ho freddo, mi sento poco bene, la febbre mi brucia, prestami la mantellina in cambio di ciò che mi hai preso – Fu un attimo, il carabiniere lo tirò fuori della baracca e col pretesto di avergli detto vigliacco, lo sferzò a sangue, e col calcio del moschetto lo colpì alla tempia” Tale testimonianza fu confermata anche da altri legionari come Mamarini, Copozzolo, Furlanetto, Jacobini, D’Ascanio e Fera.
Anche il cittadino fiumano G. Mattanara depone a conferma:
“…Credevamo di trovarci in un campo di prigionieri di guerra, ed invece siamo stati trattati peggio dei delinquenti comuni, rinchiusi in una capanna di legno, senza paglia e senza coperte. Per ben quattro giorni abbiamo dormito così nella sporcizia senza avere un po’ d’aria, durante il giorno, o senza nemmeno avere un po’ d’acqua per lavarsi; e anche l’acqua per bere ci mancava. Di più, quando domandavamo durante la notte, di uscire per i bisogni corporali la risposta era questa: fateli addosso. Quanto al mangiare, poi, ogni 24 ore una scatoletta e una pagnotta!…”
Eppure il gen. Caviglia nelle sue memorie fiumane ha la faccia tosta di dichiarare, senza alcun ritegno e mentendo spudoratamente che “I legionari che, usciti da Fiume furono affidati alle nostre autorità militari, incaricate del loro trasporto, vettovagliamento e scorta, manifestarono generalmente meraviglia di fronte al trattamento bonario a loro usato dai nostri ufficiali e dalle nostre truppe…” non osiamo immaginare a questo punto, cosa sarebbe successo se non fosse stato così “bonario”..
Ma i maltrattamenti si abbatterono anche sulla donne e persino su quelle altolocate. La contessa Casagrande, moglie di aviatore decorato con medaglia d’oro, fatta prigioniera presso la villa Hojios, fu insultata da un tenente dei Reali Carabinieri, fu costretta a lasciare la sua villa in veste da camera senza prendere nulla, nemmeno per ripararsi dal freddo, e venne poi trascinata a piedi verso la prima linea. Il marito narra la sua povera sorte:

“Trascinata al Comando di un battaglione di carabinieri che era presso la linea di fuoco, lungo la via di Trieste, fu trattata ancor più villanamente. Il capitano comandante del battaglione, Alfonso Resta,…mezzo ubriaco, le dette gli epiteti più turpi e concluse dicendo: – Non bisogna avere compassione di questa puttana, mettetele le catene!….Dopo la mezzanotte fu trasportata in camion fino a Castua e poi ad Abbazia. Vi giunse all’una e mezza di notte, e fu lasciata seduta su una sedia fino alle otto del mattino successivo.
Mentre ebbe umano trattamento da un brigadiere dei carabinieri, fu dileggiata e derisa perché piangeva, da un altro valoroso e cavalleresco ufficiale dei carabinieri, il sottotenente Trovato.
Ottenuto il 28 di recarsi alla sua Villa per ritirare degli indumenti la trovò svaligiata. Mancavano gioielli di valore, vari portasigarette di valore..varie paia di scarpe, biancheria, due valigie ed altri oggetti, asportati senza alcun dubbio perché pericolosi per la salute delle gloriose truppe del Re…”
La mattina del 26 i regolari avevano persino appiccato il fuoco ad un deposito di munizioni presso le case operaie di Valscurigne, mettendo a serio rischio la vita degli operai e delle loro donne e bambini, quando arrivarono i pompieri ecco cosa accadde, nella stessa testimonianza del loro Comandante: “Questo intrepido nucleo di pompieri, che con meraviglioso sangue freddo aveva già iniziato l’isolamento dell’incendio e affrontata la gravissima situazione fu più tardi fatto vivace bersaglio diretto di fucileria così che fu costretto ad abbandonare la propria opera tanto bene iniziata, lasciare i propri attrezzi e ritirarsi.
Questo atto del nostro nemico, che certo non ha riscontri nella storia e che non ha nemmeno voluto rispettare un piccolo manipolo d’uomini d’una istituzione quale è quella di pompiere, rappresenta la violazione del più elementare dei diritti vigenti fra le nazioni.”
Ma la furia regia si abbatté persino sulla scuola di San Giovanni (Pehlin) Sentiamo il preside Vincenzo Antoniazzo cosa racconta:

“I carabinieri e gli alpini asportarono tutti i mobili, l’intera biblioteca composta da 534 volumi, lasciando solo i banchi, le lavagne e un cartellino con questa cinica scritta: “Abbiamo colto l’occasione” Furono anche rubati i quaderni ed i libri di scuola dei poveri scolaretti. Molti libri, strappati e bruciati e dispersi nelle campagne vicine.
Le aule scolastiche furono ridotte in uno stato miserando e insozzate con escrementi e con ripugnanti immondizie. I danni ascendono a 10.000 lire”
Eppure a conclusione di tale scempio il gen. Ferrero ebbe a dichiarare:
“Il Governo del Re plaude al contegno delle truppe esprimendo loro la riconoscenza della Nazione”
La mesta cerimonia che ci fu per onorare i caduti delle cinque giornate di Fiume, vide il Comandante inginocchiarsi e rivolgere alla folla un discorso di riconciliazione. Egli pronunziò una orazione funebre il 2 gennaio 1921, indirizzato alle vittime ci ciascuna parte: “Gli uni e gli altri si sono infranti nello sforzo disumano da cui sta per nascere quella grandezza che tuttora invocano la nostra passione e la nostra vittoria…
Inginocchiamoci e segniamoci, armati e non armati. Crediamo e promettiamo.
Davanti a questi morti che riconcilia la nostra speranza, o mie Legioni eroiche, o mia forza inseparabile, giuriamoci per una lotta più vasta e per una pace di uomini liberi” I morti fiumani furono 25 tra i legionari e 5 tra i civili, di questi una era una donna.
Il discorso di “Commiato tra le tombe” del 3 gennaio 1921 fu ancora più spiritualmente elevato, fino a raggiungere accenti mistici: “Non eravamo legioni armate; eravamo una armonia ascendente. Prossimi a piegare sotto il carico, c’inginocchiammo per meglio sopportare tanta bellezza. Nessuno rimase in piedi: nessuno delle milizie, nessuno del popolo. E colui che versò più lacrime si sentì più beato. E qualcosa di noi trasumanava; e qualcosa di grande nasceva, di là dal presente. E ogni lacrima era Italia; e ogni stilla di sangue era Italia; e ogni foglia di lauro era Italia. E nessuno di noi sapeva che fosse e di dove scendesse questa grazia.”

Ma il vero commiato ci fu con l’ultimo discorso dalla ringhiera il 18 gennaio 1921, al cospetto di una folla commossa che gridò la sua inarrestabile fedeltà, prima delle ultime parole del Comandante:
“..ebbi la visione della città invisibile; una visione che non potrà mai dire, una visione di fiamma inestinguibile; è quella visione che ha arso, che arde e che arderà sempre nel mio cuore, quella visione che servirò sempre e che saluto ora; quella Fiume che io porto nel cuore
Se voi mi amate, fate che quella visione rimanga nell’animo mio
E il Popolo: sempre fedeli!
E se voi mi amate, se sono degno del vostro amore, quella Fiume dovete conservare contro ogni sopraffazione, contro ogni insidia, contro ogni vendetta.
Per Fiume bella, per Fiume sana e forte: eia, eia, eia, alalà!
Viva l’Amore! Alalà!”

Con il grido di “Viva l’Amore!” si conclude l’ultima impresa risorgimentale e, come Garibaldi andò in esilio a Caprera, anche d’Annunzio andò nel suo esilio molto più dorato nel Vittoriale.
De Ambris però aveva compreso, come Garibaldi il 30 Aprile del 1849, dopo la sua straordinaria vittoria sui francesi che essi andavano subito ricacciati in mare senza rinchiudersi nelle mura di Roma, che la rivoluzione fiumana doveva essere portata immediatamente nella capitale e non poteva restare rinchiusa nel porto assediato di Fiume. Che il vecchio Stato uscito da un processo unitario geograficamente compiuto ma socialmente e politicamente non solo incompiuto, ma persino marcito nelle peggiori corruttele politiche ed ingiustizie sociali, era morto nelle trincee del Carso e non sarebbe più resuscitato. Ma per dargli il colpo di grazia bisognava marciare su Roma, oppure far arrivare in Parlamento una forza politica capace di rivoluzionarne profondamente la struttura, da “formalmente” democratica in “concretamente” democratica, cosa ahimè impossibile con un re come quello di allora. Non lo capirono i socialisti come Turati che si illusero di riformarlo senza per altro partecipare alle responsabilità di Governo, non lo capì Salvemini che la questione sociale posta con la Carta del Carnaro era una questione che, indissolubile da quella meridionale, andava affrontata con un profondo cambiamento istituzionale. Non lo capì del tutto nemmeno Gramsci, avvinto da sogni ideologici rivoluzionari mai sperimentati né sperimentabili sul campo, e tanto meno, fuori tempo massimo, lo capirono sia Matteotti che Amendola, ancora convinti che il vecchio Stato potesse autoriformarsi magari con la benedizione di un Re che non aveva esitato già, in spregio alle forze parlamentari, a far massacrare tanti italiani e a spalancare le porte al Fascismo, sottoscrivendo in seguito inumane leggi razziali.

Lo capirono invece meglio di tutti i Repubblicani le cui parole di allora riecheggiano ancora oggi con grande vigore: “domandiamo ai fratelli il consenso della fede comune, l’aiuto per la rivolta fatta in nome del diritto dei popoli contro le oppressioni dei governi reazionari.”
Lo capì però meglio di altri anche Mussolini, il quale si propose e anche si illuse di poter cambiare il vecchio Stato postunitario, modernizzandolo con la complicità di quei poteri economicamente forti che lo avevano favorito solo per mantenere integri gli interessi del loro capitale, con una finta marcia rivoluzionaria, magari utilizzando anche, in maniera strumentale, il rancore degli Arditi reduci fiumani, pronti a credere ad una rivoluzione che il Duce non fece mai, lasciando non solo intatta la Monarchia ma riconsegnando persino al Vaticano il suo pur limitato potere temporale. Come sempre, si voleva cambiare “gattopardescamente” tutto senza cambiare nulla.
Mussolini fece credere di essere lui, proprio lui che aveva venduto Fiume a Giolitti anche con una bustarella, l’erede della rivoluzione fiumana, trascinando i suoi in una parata più degna di una adunata di cacciatori, così ce la descrive Moravia che la vide da vicino, che di un esercito liberatore come quello di Fiume. E per questo ebbe anche non pochi autentici fiumani contro.
Purtroppo a credere a questa impossibile eredità è stata a lungo anche una cosiddetta sinistra, spesso non solo silente, ma anche incapace sia di fare una rivoluzione sia di conquistare con una alternativa democratica e socialista il potere, per più di quaranta anni, perduta nel suo ostinato scissionismo, nella sua demagogia e nella sua spasmodica volontà di governare non tanto per costruire ed affermare qualcosa che fosse autenticamente e socialmente avanzato, ma per essere legittimata spesso in maniera miseramente consociativa solo dall’eterno prefisso dell’ “anti”, ed arrivando così persino a confondere antifascismo con antifiumanesimo, come purtroppo tuttora accade in alcuni suoi emeriti storici d’accademia.
La Luna di Fiume invece è ancora lì, a specchiarsi in un mare che ormai dovrebbe essere europeo, non più confinato in interessi, rancori storici o timori contrapposti, ma aperto ad una comunità riconciliata con il senso di quella Giustizia e di quella Libertà che tuttora rifulgono nel lascito più illustre dell’impresa fiumana: La Carta del Carnaro, capolavoro di De Ambris e di d’Annunzio, con cui le forze della democrazia e quelle sociali del lavoro diventano una unica forza organica e produttiva, una luce sola.

L’impresa di Fiume non fu una avventura imperialista e tanto meno fu nazionalista, fu piuttosto un tentativo di affermare in Italia ed in Europa un nuovo modello di civiltà, necessario anche per l’indipendenza, la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, in particolare quelli balcanici, più di 70 anni prima che essi la realizzassero con una guerra sanguinosissima che ha distrutto quella Jugoslavia che il Comandante aveva già capito essere un aggregato geopolitico assurdo. Fu un esempio disperato per realizzare un nuovo assetto istituzionale basato sulla sinergia tra il potere della democrazia fondata sulla sovranità popolare e quello delle forze del lavoro che la animano, senza che una classe sociale debba imporsi su un’altra, senza la dittatura del capitalismo e senza quella del proletariato. Solo i nemici giurati di quella monarchia che aveva costretto Mazzini a morire in clandestinità allora compresero bene questa opportunità. Quella fu dunque allora non l’utopia di un “non luogo”, ma quella di un “luogo ancora da realizzare”, che non c’è ancora ma ci può essere, ad esempio in una Repubblica con un Parlamento che abbia un bicameralismo anche migliore del nostro. Fiume, con la sua Carta del Carnaro, è così, anche per noi posteri, una mensa sempre imbandita che ci invita alla condivisione.
E allora, un secolo dopo, non additiamo più Fiume per ciò che non è, non è stata e mai potrà rappresentare, ma guardiamo ancora la luminosità della sua Luna perenne e piena non di timoroso pallore, risentimento od oblio, ma tuttora accesa di una rossa passione di libertà, giustizia e fratellanza.

 

Dedico quest’opera, con gratitudine di allievo, alla memoria di Ferdinando Gerra, a quella Di Alceste De Ambris e immancabilmente a quella del Comandante Gabriele d’Annunzio, così come ai fiumani di ieri, di oggi e di domani, ai legionari dei Reparti d’Assalto, a chi, come Roberto Roseano, ce ne restituisce la limpida memoria anche scontrandosi con certi acclamati autori di storia da romanzeria, a Giordano Bruno Guerri, fedele custode delle memorie fiumane e dannunziane, e infine ai cittadini di un mondo più libero e più consapevole, che ha, come sempre, nei giovani e in una buona scuola, finché i suoi docenti ci crederanno etiam spes contra spem, la sua speranza migliore.

Ringrazio L’Avanti, il suo Direttore e la sua Redazione per avere avuto fiducia in quest’opera che avrei voluto arricchire con ulteriori fatti, citazioni e riferimenti bibliografici, che però ho ritenuto potessero appesantirla e renderla poco adatta ad una pubblicazione periodica su un giornale. Essa traccia solo la rotta un po’ “controcorrente” di un sincero “barcarolo” della Storia.

 

© Carlo Felici
Dicembre 2020
Fine.

 

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Parte seconda
Parte terza
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Parte quinta
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Parte decima

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Parte quindicesima

Parte sedicesima

Parte diciassettesima

Parte diciottesima

Parte diciannovesima

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Riguardo l'Autore

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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