martedì, 15 Giugno, 2021

“La scissione comunista e le ragioni di Turati”. Un libro da riformista

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Ho scritto un libro, da riformista, sulla scissione di Livorno perché un po’ tutti oggi sostengono che avesse ragione Turati. Lo riconobbe con molta onestà lo stesso Umberto Terracini che a Livorno, in quel freddo gennaio del 1921, sostenne con calore le ragioni dei comunisti scissionisti e dell’Internazionale di Mosca. Quest’ultima aveva dettato le sue condizioni, riassunte nel vademecum dei 21 punti, per aderire alla Terza internazionale. Due in particolare furono oggetto di scontro. Quella relativa al cambio del nome, da Partito socialista a Partito comunista, e quella relativa alla espulsione dal partito dei riformisti. Questi ultimi si camuffarono in una mozione cosiddetta concetrazionista, capeggiata dal vecchio avversario di Turati, quel Costantino Lazzari che al congresso di Reggio Emilia del 1912 era divenuto segretario di una maggioranza rivoluzionaria capeggiata da Benito Mussolini. Ma è Turati col suo discorso congressuale a spiazzare tutti, criticando non solo le pretese della nuova internazionale ma anche il bolscevismo con i dogmi della rivoluzione armata e della dittatura del proletariato, che “o e dittatura di una maggioranza e allora è un non senso o è dittatura di una minoranza e allora è dispotismo”.

Turati mise in guardia, e fu il solo, dal pericolo dell’avanzata fascista, e si rifece al suo discorso parlamentare “Rifare l’Italia” dell’anno prima in cui si augurava la nascita di un governo di progresso per sanare le ferite della guerra (il Psi e il nuovo Partito popolare disponevano, con le elezioni del 1919, della maggioranza assoluta dei seggi). I comunisti lasciarono il congresso contestandone anche i risultati che assegnavano loro una netta minoranza (la maggioranza andò alla corrente, centrista, di ispirazione serratiana) e si radunarono al Teatro San Marco per fondare il nuovo Pcdi (Partito comunista d’Italia). Alle elezioni del 1924, turbate dalla violenza fascista, il nuovo Pcdi conquisterà solo il 4%. Un po’ poco per pensare di fare la rivoluzione. Certo se, come ha sostenuto Terracini, la scissione è stata un errore, pensiamo a cosa ne sarebbe stato dell’Italia senza un partito comunista e con un partito socialista unito e forte, come in tutte le altre nazioni europee. Senza quel bipartitismo imperfetto del quale ha parlato il politologo Giorgio Galli. Senza un Partito sempre al governo e un’altro sempre all’opposizione, prigioniero del fattore K. Cioè della sua dipendenza da Mosca. E il cui massimo obiettivo, consapevole di questa sua anomalia, era la sua legittimazione democratica in una larga coalizione di governo di unità nazionale. La storia non la si fa coi se e coi ma ma senza i se e i ma non la si capisce. Ho tentato di narrare la storia di un dibattito congressuale, fedele ai testi riportati dai giornali dell’epoca, dai verbali pubblicati in un volume a cura delle edizioni Avanti, di altri testi, come se quel congresso fosse una sorta di piece teatrale. Anzi, originariamente, il mio testo era scritto per una rappresentazione teatrale. L’ho poi trasformata in un libro, sempre col ritmo di una commedia-tragedia, che si consumò in sei giorni nella città toscana. Facendo vivere i protagonisti in un ambientazione che vive di scontri, anche di aggressioni politiche, ma anche di incontri amichevoli, col calore dei compagni di strada, tra alberghi, trattorie e passeggiate sul lungomare. Come avviene sempre in tutti i congressi. Il libro “La scissione comunista e le ragioni di Turati” edito da Città del sole di Reggio Calabria, è in vendita, basta richiederlo in tutte le librerie e su Amazon, o chiedendolo direttamente alla casa editrice.

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