martedì, 15 Giugno, 2021

La scuola ai tempi della DAD

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DAD sì o DAD no? Questo il dilemma che sta in questi giorni generando lacerazioni all’interno del mondo scolastico e tra il mondo scolastico e le istituzioni politiche regionali e nazionali. In qualità di docente di un liceo della provincia italiana sento di poter affermare che la cosiddetta didattica a distanza, a questo punto della evoluzione della curva epidemiologica, sia necessaria ma allo stesso tempo non è da considerarsi un inevitabile fatalistico approdo. “Prof. tanto torniamo in DAD…” Così gli studenti all’inizio dell’anno. Un lucido pessimismo profetico di chi aveva già capito che i diritti giacciono inerti sulle pagine manualistiche della nuova e tanto sbandierata disciplina di “Cittadinanza e Costituzione”, ma che nei fatti sono solo il vessillo di una politica demagogica che tiene in scacco la democrazia entro le maglie di privilegi corporativistici, di una inaccettabile incompetenza e ipocrita, immorale incoerenza. Mentre agli studenti la situazione era chiara, per gli adulti, per gli stessi genitori, invece, i proclami della riapertura in sicurezza costituivano l’antidoto allo spauracchio della crisi, le Linee guida emanate dalla ministra Azzolina un credo al quale attenersi per una cieca e prona vocazione didattico-burocratica. La scuola infatti non era certo pronta a riaprire i battenti a metà settembre, tra l’altro prima delle elezioni, con delle carenze strutturali che ovviamente l’impegno retorico della ministra non avrebbe potuto colmare dopo decenni di tagli alla scuola pubblica; e dopo una stagione estiva in cui il virus aveva ripreso, nella ritrovata libertà, la silente corsa alla redistribuzione del contagio su tutto il territorio nazionale.

 

Tutte le risoluzioni adottate, dai banchetti futuristici in molte scuole mai arrivati, alle cosiddette rime buccali che evocano spirito carnascialesco che ben si addice antifrasticamente ai tempi, alla capienza degli autobus portata alla rassicurante soglia dell’80% non erano che risibili palliativi volti a rassicurare e informare il nuovo spirito progressivo e ottimistico della ripartenza, motore di cui la società italiana aveva bisogno: la scuola è diventata pertanto simbolo istituzionale di una rinascita che avrebbe poi riverberato per una sorta di irradiazione esorcizzante e immunitaria gli effetti positivi su tutti i settori economici del Paese. E invece siamo qua, siamo in DAD al 100% in ordine cronologico prima in Campania, poi in Sicilia, in Puglia e a partire da lunedì anche in Piemonte e probabilmente alla vigilia di un nuovo temuto DPCM che vanificherà la breve ripresa economica estiva rivelando una condotta patologica di un Presidente del Consiglio in crisi di identità ora Pater patriae coercitivo e statalista ora permissivo e garante del libero mercato e delle autonomie locali.

“Per salvare le discoteche prof. hanno affossato l’istruzione”; “Non bisognava aprire tutto e subito”; “La seconda ondata non è che la prosecuzione della prima”; “Medici, che a inizio estate dichiaravano la morte clinica del virus, politici, negazionisti no mask, sono i responsabili”. Amara lucida lezione a sigillo di un epilogo scontato ma inaccettabile. Analisi impietosa di un mondo degli adulti retto da impulsi libertari e compromissorie prassi deresponsabilizzanti.

Invece cieca la voce della ministra ancora si eleva ad opporsi a questa soluzione antidemocratica – apparsa utile alla stessa, con sorprendente spirito di coerenza, ai tempi del primo lockdown – sciorinando una sequela di dati statistici volti a scagionare il coinvolgimento delle scuole nella diffusione del contagio e che semmai invece comproverebbe il fallimento del sistema di contact tracing; il governo invece ora la relega sempre di più nel suo angolino di puntiglioso, narcisistico egotismo e pensa già ad una estensione dei provvedimenti scolastici regionali su tutto il territorio nazionale; già, perché pare che ci sia una emergenza pandemica in corso, che la sanità, altro ambito martoriato dai ripetuti e liberistici assalti della spending review “trabocchi il sacco” e che occorra una nuova e più rigida stretta alla vita economico-relazionale del Paese.

Che fare ora? Ostinarsi? In nome di cosa? Di un diritto che può essere comunque garantito sotto forme differenti attraverso il ricorso a strumenti informatici ora demonizzati e che invece, da quando hanno fatto ingresso nella scuola delle competenze un ventennio fa circa, sono stati salutati come il vento di cambiamento di una istituzione troppo teorica e umanistica scollata dalla realtà e lontana dalle esigenze del mondo produttivo, non rispondente al pensiero utilitaristico? Ora non solo la ministra ma giustamente anche tanti docenti rivendicano la dimensione democratica, inclusiva ed umana del rapporto pedagogico, dimentichi però del fatto di aver avallato più o meno consapevolmente nel corso degli anni l’affermarsi di una istruzione tecnico-informatica, acritica, spersonalizzante la medesima istruzione che evidentemente induce molti degli stessi a letture complottistico-negazioniste della pandemia, a ritenere sprezzantemente che sia giusto sacrificare vite improduttive, le vite dei “vecchi,” in nome di una rapace liquida libertà economica, in nome di un raccapricciante e diseducativo principio eugenetico. Dunque siamo sicuri che questa scuola, che procede nella polverizzazione labirintica e competitiva della autonomia manageriale, che accetta logiche liberistiche che generano diseguaglianze geografiche, che accoglie trionfalisticamente saperi tecnici a scapito di quelli umanistici, sia presidio di democrazia?

“La didattica a distanza non è didattica, in quanto non permette di vagliare, testare, misurare” sostengono quei docenti partigiani della docimologia che con disarmante incoerenza riducono il rapporto in presenza ad una rilevazione quantitativa e ad una valutazione di dati meccanicamente restituiti; “la didattica a distanza non è didattica, in quanto non permette di cogliere le emozioni quotidiane, di osservare le variazioni umorali di una mimica repentina e metamorfica, “sfanculante” e derisoria, o attratta e affascinata, o ammorbata dal tedium magistri,” così nella visione dei prof. più empatici e sentimentali; “la didattica a distanza non è didattica perché non favorisce il confronto dialettico, il procedere per illuminazioni o il prorompere in bizzarre goliardie distensive e trascinanti” secondo i più socratici. Ma il fronte resistenziale, oggi, è stato sconfitto. Infatti ci risiamo, avvio la diretta streaming: “Buondì ragazzi come state? Siamo di nuovo in DAD, che ne pensate? “Prof ci stanno facendo perdere gli anni migliori della nostra vita”; “Sì ma alla fine noi siamo fortunati il problema è di chi si ammala e di chi ha perso , perderà il lavoro”; “Prof. possiamo sacrificare parte della nostra libertà se questo servirà a migliorare la situazione”. Questa la lezione che porto a casa impartitami in questi mesi in presenza e a distanza dai miei studenti: la DAD con tutte le sue falle ora risulta essere la soluzione, sebbene parziale, necessaria ma non inevitabile, ad una minaccia nazionale nonché globale e mi piace pensare che con rinnovato spirito leopardiano possa immetterci nel flusso di una “social rete” che coinvolge e responsabilizza tutti di fronte alla fragilità della natura umana e che ci impegna nel confronto solidale ad assolvere alla nostra parte nel cammino della resistenza e della rinascita.

 

Annalisa Barletta

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