domenica, 9 Maggio, 2021

L’amarezza del fascista Pirandello censurato da Mussolini

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Nel 2014 lo scrittore Andrea Camilleri affermò che Luigi Pirandello, quando ricevette il premio Nobel nel dicembre del 1934, non pronunciò alcun discorso ufficiale per non citare Mussolini e il fascismo, dai quali aveva preso le distanze. Falso! È più credibile invece che il supposto “silenzio” del drammaturgo sia stato dettato dall’amarezza procuratagli dal Duce quando questi censurò e poi annullò le repliche dell’opera musicale “La favola del figlio cambiato” di Gian Francesco Malipiero, su libretto dell’artista siciliano.
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In una video intervista del 2014 rilasciata al giornalista Felice Cavallaro, lo scrittore Andrea Camilleri affermò che nel dicembre 1934 Luigi Pirandello, nel corso della cerimonia in cui gli venne assegnato il premio Nobel, non fece alcun discorso ufficiale per non dover citare Mussolini e il fascismo. E questo perché Pirandello <>. L’ipotesi di Camilleri è suggestiva quanto campata in aria, smentita com’è dalla militanza politica di Pirandello, che alla data del 1935 registra episodi significativi: approvazione della guerra contro l’Etiopia, accettazione del ruolo della guardia d’onore al Palazzo delle Esposizioni, offerta della medaglia del Nobel e altri oggetti in oro contro le “inique sanzioni”. Premesso che Pirandello in occasione del conferimento del Nobel non era obbligato a citare Mussolini e il fascismo, forse è più credibile affermare che il 10 dicembre 1934 il supposto “silenzio” del drammaturgo era il retaggio dell’amarezza procuratagli da Mussolini nella primavera di quello stesso anno, quando il Duce fece ritirare dal cartellone del teatro dell’Opera di Roma l’opera musicale di Gian Francesco Malipiero “La favola del figlio cambiato”, su libretto dell’artista agrigentino. Era successo che nel novembre del 1933 Leopoldo Zurlo, funzionario intelligente, capace e colto quanto obbediente alle direttive del regime, nella sua qualità di addetto alla censura degli spettacoli teatrali, aveva riscontrato nel libretto di Pirandello alcuni passi che potevano essere interpretati come un invito a mancare di rispetto a ogni forma di autorità. Dopo essersi consultato con Mussolini, Zurlo, tenendo conto che Pirandello intratteneva buoni rapporti con il fascismo e godeva fama internazionale, gli aveva proposto la cancellazione dei passi incriminati. Cancellazioni accettate da Pirandello senza proteste. E così “La favola del figlio cambiato” poté essere messa in scena e portata in tournée in molte città d’Europa. Nel gennaio del 1934 però l’opera incappò nella censura nazista e fu cancellata dal tour tedesco a causa della storia del bimbo brutto e nero figlio di una nazione cultrice della pura razza ariana, giudicata oscena e potenzialmente «sovvertitrice e contraria ai principi dello Stato popolare tedesco». Il 24 marzo del 1934 il teatro dell’Opera di Roma ospitò la ”prima” italiana della “Favola del figlio cambiato”. Mussolini, presente allo spettacolo, alla fine del primo atto espresse la sua approvazione con un applauso, poi però il resto della messa in scena fu fischiato dai fascisti presenti in sala, influenzati dai successivi segni di disapprovazione manifestati dal Duce, che fece rimuovere subito l’opera dal cartellone. Pirandello nel chiedere i motivi che avevano portato alla rimozione dell’opera e all’annullamento delle repliche, scrisse direttamente a Mussolini, ma si dovette accontentare di una breve nota redatta dal segretario particolare del capo del Governo in cui si leggeva: «In seguito sua richiesta il ‘duce’ mi incarica di comunicarle che ha proibito ulteriori rappresentazioni del Figlio cambiato perché così gli è parso». Pochi mesi dopo l’accademico d’Italia Pirandello, probabilmente ancora memore dell’affronto subìto, percepito come una «offesa gratuita e brutale», durante la serata del premio Nobel trascurerà di citare Mussolini e il fascismo senza per questo cominciare a prenderne le distanze. Significativo risulta in questo senso il discorso pronunciato da Pirandello il 29 ottobre 1935 al teatro Argentina di Roma, dove il commediografo, esaltato anche dal fatto che Mussolini aveva dato il suo assenso a una antica aspirazione del Nostro, cioè la realizzazione di un teatro di Stato, esprimeva lodi eccessive, servili: «L’opera nostra, [cioè l’impresa contro l’Etiopia] quando sarà compiuta, non risentirà di questa prima accoglienza ostile che oggi le fa il mondo…L’Autore di questa nostra grande opera in atto è anch’egli un Poeta che sa bene il fatto suo. Vero uomo di teatro, eroe provvidenziale che Dio al momento giusto ha voluto concedere all’Italia, agisce, autore e protagonista, nel Teatro dei Secoli; e ogni volta opportunamente sa dire la giusta parola a tutti, la giusta battuta, sia che la sua voce debba essere udita e vagliata oltre i confini della Patria, sia che in Patria parli alle milizie che partono per conquistare al popolo italiano, che ne ha diritto e bisogno, un po’ di terra al sole, o che parli con tanto amore della terra e con tanta umanità agli agricoltori perché non ci lascino mancare il pane quotidiano di cui, ove occorra, sapremo tutti accontentarci; o che parli ai poeti, quando vuole che il popolo sia ammesso al teatro, non certo per assistere a effimeri e vani giuochi scenici, ma per nutrire e ritemprare il suo spirito con opere degne di questi tempi di sensi svegli e di serissimi impegni… Auguriamoci, o Signori, che i provvedimenti già presi e tutti quelli maggiori e più effettivi ancora da prendere, diano presto fondamento e decoro al nostro teatro…e salutiamo intanto, con cuore fedele e con cuore devoto fino all’estremo, il nostro Duce».

Lorenzo Catania

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