lunedì, 21 Giugno, 2021

L’AMMAINA BANDIERA

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Tutto era iniziato con l’attacco alle torri gemelle. Era l’11 settembre 2001. Il terribile attentato che il mondo non dimenticherà mai e che ha segnato un cambiamento globale. “Nulla sarà come prima” erano i commenti del tempo a quella tremenda strage che lasciò in terra oltre duemila morti e che segnò l’inizio della guerra in Afghanistan alla caccia a bin Laden e  Al Qaeda e successivamente della guerra in Iraq alla ricerca della pistola fumante mai trovata. Sono passiti 20 anni. Un momento storico che si chiude oggi. E’ stata infatti ammainata la bandiera nella base del contingente italiano, albanese e statunitense ad Herat. Con una cerimonia solenne, alla presenza del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, termina così simbolicamente la missione italiana in Afghanistan, durata per quasi venti anni. La smobilitazione della base è iniziata il primo maggio e vedrà liberato il luogo definitivamente tra qualche settimana. “Sono 53 le lacrime che non dimenticheremo”, ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa, Vecciarelli, riferendosi ai militari italiani caduti. “Il vostro e il loro sacrificio ha dato risultati a livello internazionale”. Le operazioni di rimpatrio di uomini (erano 800 a inizio anno) e mezzi, avviate a maggio, si concluderanno a breve, in sintonia con l’accelerazione impressa dagli Usa che intendono lasciare il Paese entro metà luglio, in anticipo sulla data simbolica dell’11 settembre annunciata dal presidente Joe Biden.

 

“Non vogliamo che l’Afghanistan torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi. Vogliamo continuare a rafforzare questo Paese dando anche continuità all’addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi 20 anni”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in occasione dell’ammaina-bandiera. “Negherei dicendo che il quadro dell’Afghanistan si svilupperà in modo tranquillo e sereno – aggiunge – accompagneremo le attività in campo economico e civile”. E’ un ammainabandiera che oggi ha un aspetto prettamente simbolico, fatto comunque con la rilevanza dovuta: ci sono il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli, il comandante del COI, generale Luciano Portolano, il capo della missione ‘Resolute Support’ (ex missione Isaf), il generale statunitense Austin Scott Miller, quindi il generale Beniamino Vergori, l’attuale responsabile del comando di Herat (che sostituisce il TAAC – Train Advice Assist Command) del settore Ovest del territorio afghano il cui controllo è appunto affidato all’Italia e che attualmente vede schierata la brigata Folgore, oltre al ten. col. Gianfranco Paglia, in rappresentanza delle medaglie al valore militare italiane, e autorità militari e civili locali.

 

E’ un ammainabandiera simbolico del tricolore perché in realtà nella base italiana si continua a lavorare, si procede via via a smobilitare il resto del notevole materiale logistico destinato a rientrare in Italia, dove già dal primo maggio scorso una parte imponente vi ha fatto o vi sta facendo ritorno con l’impiego di aerei-cargo militari.

 

Dopo gli attentati dell’11 settembre gli Stati Uniti lanciarono nell’ottobre del 2001 l’offensiva contro l’Afghanistan dei talebani, diventato un ‘safe haven’, un rifugio sicuro per i terroristi di al Qaeda. Nel lungo impegno tra Herat e Kabul 53 militari italiani hanno perso la vita e circa 700 sono rimasti feriti. Alla missione Isaf, conclusa nel 2014, è subentrata nel 2015 quella ‘non combat’ Resolute Support – sempre Nato – con l’obiettivo di formare ed assistere le forze di sicurezza locali. Le truppe Nato se ne vanno, dunque, ma non lasciano certo un Afghanistan pacificato. Le fragili istituzioni locali, con il Governo di Ashraf Ghani, sono infatti messe in pericolo dai continui attacchi dei talebani. Che minacciano anche le migliaia di afghani che hanno lavorato – come traduttori, autisti, ecc. – con le forze straniere considerate di occupazione. Senza dimenticare le azioni ostili dello Stato Islamico, nato a Mosul, in Iraq, proprio dopo il ritiro della coalizione internazionale.

 

Scherzo diplomatico dell’Arabia Saudita. Il Boeing 767 dell’Aeronautica Militare con 40 giornalisti a bordo diretti da Pratica di Mare a Herat per la cerimonia di ammaina bandiera è stato bloccato per tre ore nell’aeroporto di Dammam, in Arabia Saudita. Nonostante il piano di volo già accordato, al comandante è stato impedito il sorvolo sui cieli degli Emirati Arabi. Il Boeing, dopo la sosta forzata, ha ripreso il viaggio per Herat. Sull’episodio, su istruzione del ministro Luigi Di Maio, il segretario generale del ministero degli Esteri, ambasciatore Ettore Sequi, ha oggi convocato alla Farnesina l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti Omar Al Shamsi. Il segretario generale, si legge in una nota, ha manifestato all’ambasciatore “la sorpresa e il forte disappunto per un gesto inatteso che si fa fatica a comprendere”.

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