lunedì, 12 Aprile, 2021

L’austero fascino del pluralismo democratico

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Confesso che il titolo di questo articolo l’ho preso in prestito dal mio maestro. Fu infatti Salvatore Sechi, con il suo saggio intitolato L’austero fascino del centralismo democratico, pubblicato dalla rivista Il Mulino nel 1978, ad aprire un profondo dibattito sul tema del pluralismo delle posizioni interne al Pci che cozzavano, appunto, con il principio organizzativo di stampo leninista. Lungi da me la pretesa di scrivere un classico per la riflessione politologica nazionale, ho pensato che qualche spunto sul pluralismo di posizioni possa essere elemento di stimolo alla riflessione sulla forma partito e sulle basi culturali dell’odierno Partito Democratico.
Il concetto di pluralismo delle posizioni politiche viene richiamato nell’articolo 7 dello statuto: “il Partito Democratico riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica, e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica”. Le diverse posizioni politiche vengono quindi considerate una “parte essenziale” della vita democratica del partito, quindi una forma di ricchezza, che però, in questi anni, ha generato una scomposizione delle proposte. Come giungere a una sintesi? Occorre scorrere ancora lo statuto e cercare di coglierne altri concetti essenziali. Giungiamo all’articolo 11: “il Partito Democratico promuove la circolazione delle idee e delle opinioni, l’elaborazione collettiva degli indirizzi politico-programmatici, la formazione di sintesi condivise, la crescita di competenze e capacità di direzione politica, anche attraverso momenti di studio e di formazione”.
Sintesi condivise dopo elaborazioni collettive, cose che però pare non abbiano funzionato bene, quantunque siano riuscite negli ultimi anni. Dall’ingresso di Renzi sulla scena nazionale, ma forse anche prima, con una frantumazione che ha lacerato internamente il principale partito italiano, correnti e frazioni interne al Pd si sono rivelate più capaci di dividere che di unire. I casi sono stati tanti e ripercorrono la storia stessa dei democratici. La nascita del Pd, infatti, produsse una fusione a freddo dei gruppi dirigenti dei due partiti fondatori, i Ds e la Margherita. Il primo problema fu l’adesione alla famiglia del socialismo europeo, proposta lanciata, poi ritirata, poi rilanciata e portata a compimento, guarda caso, proprio da Renzi (la cui provenienza è centrista). Veltroni, primo segretario nazionale del Pd, aveva pensato a un partito a vocazione maggioritaria, ma era riuscito soltanto a indebolire il governo Prodi. Caduto questi, fu crisi anche nel partito, sconfitto alle politiche del 2008 e alle successive regionali in Sardegna con l’ex sindaco di Roma, oggetto di attenzioni specie da parte della sinistra interna, si fece da parte. Gli subentrò per qualche mese Dario Franceschini, poi sconfitto da Bersani alle primarie di fine 2009. Pur tra risultati elettorali altalenanti, Bersani resse la “ditta” per quasi quattro anni, resistendo alle pressioni interne e al ciclone Renzi, fino alle disastrose politiche del 2013 in cui un Pd frastornato, indicato come vincitore certo, ottenne un sostanziale pareggio che rese periglioso l’incedere delle aspettative di governo. Bersani fu allora costretto a lasciare, per un breve interludio di reggenza all’ex segretario della Cgil Epifani. Toccò quindi a Renzi, dopo aver battuto Cuperlo e Civati, cercare di dare una scossa al partito, che giunse al massimo storico con le europee del 2014. Ma le crisi interne, mascherate dal pluralismo, continuarono. Dal “Letta stai sereno” alla defenestrazione di quest’ultimo per andare al governo, Renzi pagò a caro prezzo la personalizzazione del referendum istituzionale, ma nel frattempo gli attacchi per il doppio ruolo (lo statuto del partito tende a sfavorire la pratica di concentrazione dei ruoli) continuavano, indebolendo la sua leadership, mentre il gioco delle correnti si faceva sempre più duro. Dopo le dimissioni e la breve reggenza di Orfini, Renzi riguadagnò la guida del partito, ma fu costretto ad abbandonarla per il disastroso esito delle politiche del 2018. Alla reggenza di Martina seguì l’elezione a segretario del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti.
Oggi Zingaretti annuncia le dimissioni da segretario nazionale con un post al vetriolo che riassume in sé stesso tutto quello che non funziona. “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie”. Non è di certo una bella uscita. Se il bersaglio può essere, da una parte, la componente ex renziana del partito, dall’altro non si può notare che il segretario si denota come incapace di governare le pulsioni interne, cosa, tra l’altro, non assolutamente nuova. Quelle pulsioni – dicasi correnti interne – che, per alcuni hanno rappresentato la ricchezza della pluralità di posizioni ma che in realtà sono crepe continue per un procedere unitario e convincente del Pd.
In sostanza, il fascino del pluralismo interno, in realtà, pare un gioco perverso di sofferenze e passioni di cristiana memoria. Qualcuno parla del Pd come di un partito senza anima. Siamo sicuri, invece, che non ne abbia poi troppe?

 

Leonardo Raito

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