lunedì, 12 Aprile, 2021

Le imprese italiane investono poco in ricerca

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Ricerca-investimentiUno dei passaggi chiave del Governatore della Banca d’Italia nell’esposizione delle “considerazioni finali” all’assemblea della Banca d’Italia ha riguardato l’incapacità dell’Italia di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. Il cambiamento ora necessario per recuperare il tempo perduto è tale da richiedere del contributo decisivo della politica, ma anche della società e di tutte le forze produttive. Le imprese, in particolare, sono chiamate ad uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, anche investendo risorse proprie e puntando sull’innovazione.

SENZA R&S LA PRODUTTIVITA’ NON CRESCE – Quelle stesse imprese che, da un lato lamentano la scarsa crescita della produttività del lavoro, e dall’altro non si accorgono di aver ridotto al lumicino gli investimenti in ricerca e sviluppo, senza i quali la produttività del lavoro non può certo decollare. Infatti, nel 2011 la spesa in ricerca e sviluppo da parte delle imprese pesava in Italia lo 0,7 percento del prodotto interno lordo, rispetto all’1,2 percento della media europea ed all’ 1,9 percento della Germania e degli Stati Uniti.

POCHI BREVETTI RISPETTO AGLI ALTRI PAESI – Le imprese italiane investono poco in ricerca e questo si riflette inevitabilmente nel numero dei brevetti che poi riescono a depositare al competente ufficio europeo: nel 2010, l’Italia ha depositato un quarto delle domande di brevetto rispetto a quelle che ha presentato la Germania. Con il passare degli anni siamo così progressivamente divenuti importatori netti di tecnologia. E’ vero che le nostre produzioni sono sbilanciate verso settori produttivi a basso contenuto tecnologico, ma anche confrontando unicamente tali settori le imprese italiane investono meno in ricerca rispetto ai competitors europei.

PESA IL FATTORE DIMENSIONALE – Ciò che pesa maggiormente nel divario che abbiamo accumulato nel tempo è innanzitutto la dimensione delle imprese italiane, che sono troppo piccole per sostenere gli elevati costi fissi connessi con l’avvio di progetti innovativi. Imprese piccole, dunque, e spesso poco orientate all’internazionalizzazione. Anche questo pesa, perché la minore propensione all’esportazione delle piccole imprese riduce ulteriormente l’incentivo ad investire in innovazione che deriva dalla possibilità di ripartirne i costi su un maggiore volume di vendite. Strettamente legato al tema della dimensione vi è poi quello della struttura proprietaria e manageriale delle imprese, prevalentemente di tipo familiare: la sostanziale coincidenza tra patrimonio familiare e patrimonio aziendale riduce la disponibilità ad intraprendere progetti rischiosi. E le aziende familiari rappresentano circa il 60 percento del totale delle imprese in Italia, contro il 18 percento della Francia ed il 22 percento della Germania. Ancora, la demografia agisce da freno all’innovazione: siamo una popolazione che tende ad invecchiare e tale dato non può che riflettersi anche nel mondo imprenditoriale, dove quasi un quarto degli imprenditori ha più di 64 anni. Ed anche il livello del capitale umano occupato in azienda ha un peso importante. In Italia la quota di laureati nella forza lavoro è decisamente più bassa che negli altri principali Paesi europei. Tale carenza è dovuta sia alla mancanza di lavoratori qualificati e sia ad una domanda da parte delle imprese che privilegia lavoratori non qualificati.

CAPITALI PRIVATI FONDAMENTALI – E soprattutto pesa il fatto che si vuole fare impresa, ma possibilmente senza mettere i necessari capitali di rischio: in Italia il debito bancario finanzia circa il 10 percento della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese, rispetto al 3 percento della Germania. Infine, il settore pubblico gioca un ruolo determinante nello stimolare l’innovatività delle imprese e alcuni passi in avanti sono stati fatti dal precedente Governo incentivando la costituzione di start-up innovative, gli investimenti in tali imprese, prevedendo una maggiore dose di innovazione nei servizi che le imprese dovranno fornire alla Pubblica Amministrazione.

UTILIZZARE LA LIQUIDITA’ RICEVUTA PER INVESTIRE DI PIU’ – Ma tutto questo sarà sufficiente? Difficile a dirsi. Certo è che per il 2013 ci siamo giocati i margini di disavanzo pubblico disponibili per ripagare i debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione verso le imprese. Sacrosanto. Speriamo solo che le imprese utilizzino parte di questa liquidità per investire in processi e prodotti innovativi ed accrescere per tale via la produttività del lavoro.

Alfonso Siano

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