martedì, 15 Giugno, 2021

Le molte pelli dei comunisti. Da Lenin a Turati. Con i Cinquestelle la tentazione del puro potere?

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L’identità che manca oggi al Pd e lo rende incerto e vago nei suoi rapporti con il M5Stelle (caleidoscopio altrettanto fluttuante) non è un’eccezione nella storia dei comunisti. Ora che hanno la veneranda età di cento anni si può farne una radiografia.
Il 21 gennaio 1921 fecero la scissione dal Psi nel corso del congresso di Livorno, pensando di potersi unire ai massimalisti di G.M. Serrati dopo che questi avessero cacciato i riformisti di Filippo Turati. Mauro Del Bue nel suo ultimo lavoro ne ha fatto una ricostruzione appassionata e attenta.
Fu questo l’autorevole consiglio dispensato da Lenin. Ma il Psi basava la sua unità non nel centralismo democratico di marca sovietica, ma nel libero scorrimento delle differenze. Il che significava la convivenza delle molte “anime” (correnti) al proprio interno. Serrati nel 1921 non mise alla porta Turati.
Pertanto, il Pci che ne venne fuori (diretto da Amadeo Bordiga) fu una minoranza assoluta. E nel 1926, cioè circa 5 anni dopo, nel III congresso di Lione chi ormai aveva in mano le chiavi del partito (cioè Mosca, attraverso il Komintern) dovette usare tutta la sua formidabile potenza invasiva per portare alla segreteria del partito un leninista come Antonio Gramsci e creare una maggioranza interna con i compagni de L’Ordine nuovo.
Ma Mosca fin dal 1926, per la difesa che Gramsci fece della libertà di critica e di organizzazione dell’opposizione antistalinista (Trotsky, Kamenev, Zinoviev ecc.) lo bollò come un sostenitore di Trotsky. E nel 1940, per il ricorrere di questa grave imputazione, inviò a Parigi (dove operava il Centro estero) un missus dominicus del Komintern come Giuseppe Berti per una missione specifica che seppe compiere: sciogliere un proprio membro, il Pcd’I appunto.
Questi mutamenti organizzativi e cambio dei gruppi dirigenti non riuscirono a fare di esso, ch’era un partito giacobino, un partito di massa.
Il Psi conservò fino alle leggi fascistissime del 1926 la maggioranza dei parlamentari (furono circa 150 nelle elezioni del 1919 e 1921). I comunisti restarono sempre un drappello di minoranza. Neanche un plotone d’acciaio da usare all’attacco perché la situazione italiana era quella di un paese arretrato, con un capitalismo molto debole, e un proletariato di fabbrica asserragliato tra Torino, Milano e Genova e circondato da un grande mondo rurale disperso.
Dunque, non si poteva giocare la carta della rivoluzione come in un paese altrettanto poco industrializzato quale era stata l’Urss. E al pari dei riformisti e dei massimalisti del Psi, anche i comunisti mostrarono il viso delle armi a quello che venne chiamato ”reazione borghese” o più delicata mente riformismo dall’alto di Giovanni Giolitti.
Al premier piemontese Gramsci non perdonò mai che, mentre era in corso l’occupazione delle fabbriche se ne stia stato chiuso nella sua villa estiva di Bardonecchia. E quando il senatore Giovanni Agnelli, preoccupato che il movimento consiliare potesse mettere a repentaglio la sua proprietà della Fiat, gli chiese di intervenire, Giolitti si limitò a chiedergli se lo rassicurava di più l’invio dell’esercito alle porte di Mirafiori per sbarazzarla degli operai occupanti.
In Italia a vincere fu un’idra con molte teste nella società civile, dedita alla violenza e al dispotismo come il fascismo. Ma anche proclive a riforme come quelle che, con la fondazione dell’Iri e dell’Imi, la legislazione per la difesa dei beni culturali e ambientali ecc. ha documentato uno stori co come Guido Melis.
I comunisti, pur essendo rimasti in Italia a dare un esempio disperato e generoso di testimonianza, all’inizio della guerra di Liberazione erano un paio di migliaia di iscritti. Giorgio Amendola si rigirava tra le dita queste modestissime cifre mentre programmava la mappa delle lotte partigiane.
A cambiare il quadro è l’esito dell’antifascismo. A differenza degli anni Venti, in nome della priorità data da tutti partiti democratici e socialisti alla lotta contro Mussolini e Hitler, ad essere inaugurata fu la politica delle alleanze con i socialisti (in Spagna, Francia),con i cattolici e le forze della sinistra laica in Italia ecc. Non senza tentare di mietere consensi, in forme nicodemitiche, nelle stesse fila fasciste. Fino a prestare assistenza ai prigionieri fascisti fatti in Spagna a Guadalajara, e a lanciare dalle colonne di “Stato Operaio” il famoso Appello ai fratelli in camicia nera.
Il 25 aprile 1945 vede i comunisti già cambiati. E’ avvenuta la metamorfosi studiata da Luciano Canfora. Non sono più lo strumento della guerra civile per dare scacco matto ad agrari e industriali, ma una consistente forza parlamentare. Avevano scelto di identificarsi, non senza resistenze e malumori interni (per esempio di Pietro Secchia), nei valori liberali e liberal-socialisti della costituzione, anche se ricevevano un regolare (e corposo) finanziamento mensile da Mosca. E tra Modena e Reggio Emilia il nostro servizio segreto (Sifar), d’intesa con quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, agli inizi degli anni Cin quanta segnalava l’esistenza di un esercito clandestino di circa 150 mila unità.
Per un colpo di mano rivoluzionario prossimo venturo o per fronteggiare la messa fuori legge del partito ad opera della Dc? In realtà né Washington né Scelba si abbandonarono all’avventura sottesa al secondo corno del dilemma.
I comunisti vissero praticando un riformismo dal basso, cioè attraverso la qualità delle politiche delle amministrazioni locali. Replicarono, dunque, la politica dei socialisti investendo anche nelle cooperative (dissacrate da Gramsci), nella piccola e media impresa, nei lavori pubblici, nell’assistenza per far scemare le diseguaglianze più plateali ecc. .
Il partito diventò allora, per la prima volta, un partito di massa, con oltre un milione di iscritti. E del vecchio Psi aveva ereditato non solo il modo di fare politica sul territorio , ma addirittura l’elettorato.
I comunisti si insediano in forme maggioritarie a Bologna, Modena, Reggio Emilia, Piacenza, Ravenna e il perimetro romagnolo. Erano stati i bastioni del socialismo evangelico e riformista, dei grandi cooperatori,dove si erano formati anche personaggio come Mussolini e e Nicola Bombacci.(Lo studio di Serge Noiret resta un apporto fondamentale).
Era nata una nuova forma di consenso. Il Pnf vide i propri iscritti lasciare le tessere, e passare al Pci, perché i suoi capi avevano guidato la guerra di liberazione. E potevano contare sul sostegno di una potenza come l’Urss,che era anche un promettente mercato per l’esportazione dei prodotti regionali.
Ma il Pci, proprio perché legato a Mosca, a livello nazionale resta una forza di opposizione.
Da Togliatti a Berlinguer fino a Zingaretti si attesta impalpabilmente, ad occhi esterni, una prassi durata quasi settanta anni ormai: impedire che sui radar della politica compaia una forza anche conservatrice, ma liberale, che possa rappresentare un possibile partner della Dc e del Psi. Nasce di qui la politica di criminalizzare come fascista ogni formazione di destra e di servirsi, per questa demonizzazione del vecchio schema dell’unità antifascista.
A esserne vittima sono stati per lunghi anni i governi presieduti da Silvio Berlusconi, cioè Forza Italia. Ma grazie alla politica dell’emergenza guidata da Draghi, la vecchia demonizzazione sembra essere rientrata. Ad essere presa di mira è la Lega (più nella persona di Salvini che di Giorgetti).
Si è risparmiato lo scempio (inizialmente avviato) di Cinque Stelle. Facendo leva sulla arti fabiane maturate nel governo in comune, Zingaretti, Franceschini e Orlando, hanno cercato di accreditarle come un partner riottoso, ma affidabile. A dominare è una logica di potere per il potere?
Ancora una volta il Pd cede, e fa ritirare la candidatura a sindaco di Roma di Zingaretti, di fronte ai ricatto dei grillini che esigono la conferma di una sfasciacarrozze come Virginia Raggi
Su un corpo politico informe come le Cinque Stelle sono venuti giudizi un po’ avventati dai leader diessini che sembrano sensibili solo ai tralci e alle mappe delle spoglie da distribuire.
Ma le loro intese con Grillo e Conte fino ad oggi si sono rivelate una pistola scarica. Ma il tempo a disposizione oltre ad essere malthusiano sarà anche provvidenziale?

 

 

Salvatore Sechi

Consigli dei lettura

Mauro Del Bue, La scissione comunista e le ragioni di Turati, Città del sole, Reggio Calabria.

Luciano Canfora, La metamorfosi, Laterza, Rima

De Maria Carlo, a cura di, Il modello emiliano nella storia d’Italia. Tra culture politiche politiche e pratiche di governo locale, BraDypUS 2014

Leonardo P. D’Alessandro, Guadalaj ara 1937. I volontari italiani fascisti e anti fascisti nella guerra di Spagna, Carocci Roma.

Paolo Franchi, Il PCI e l’eredità di Turati, La Nave di Teseo, Milano.

Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna.

Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia
Serge Noiret, Massimalismo e crisi dello Stato liberale. Nicola Bombacci, Franco An geliMilano
Salvatore Sechi, Compagno cittadino, Il Pci tra via parlamentare e lotta armata, Rubbettino, Soveria Mannelli,

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