sabato, 17 Aprile, 2021

Leadbelly il re del blues: un libro ne rievoca la leggenda

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E’ stato recentemente ripubblicato, a cinquant’anni dalla prima edizione, un bel libro su Leadbelly, scritto da Edmond G. Addeo e Richard M. Garvin. A riproporlo in italiano (traduzione di Giancarlo Carlotti) è la Shake Edizioni con il titolo “Leadbelly Il grande romanzo di un re del blues”.
Huddie Ledbetter, in arte Leadbelly (ossia “pancia di piombo” per via di un proiettile rimastogli nella pancia dopo un colpo di arma da fuoco) è – assieme a Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson, Bessie Smith – uno dei capostipiti della musica blues. Nato nel 1887 a Mooringsport in Louisiana da padre nero e madre mezza nera e mezza indiana, inizia da bambino a suonare la fisarmonica e la chitarra, assorbendo le melodie nate nei campi di lavoro del Sud degli Stati Uniti. Ben presto, in compagnia della sua chitarra, comincia a vagabondare per le campagne e le città della Louisiana e del Texas tra lavori saltuari, donne, ubriacature, risse e … prigioni. Ed è durante queste peregrinazioni che, in mezzo a varie avventure, incontra a Dallas il grande Blind Lemon Jefferson, che ha modo di apprezzarne le virtù musicali. Ma soprattutto Hubbie si innamora della chitarra a 12 corde, da lui sentita a una cerimonia religiosa, e non se ne vuole più staccare, proclamandosi “il re della chitarra a 12 corde”.
Non ha un carattere facile Leadbelly. Alto un metro e ottanta, robusto, di bell’aspetto fisico, gran lavoratore fin quando gli va a genio, ma altrettanto grande bevitore e pericoloso avversario quando si arriva allo scontro fisico, finisce per due volte nei terribili penitenziari del Sud degli Stati Uniti ed entrambe le volte riesce a uscirne prima dell’annichilimento fisico grazie alle sue dot musicali.
Ha la fortuna di incontrare John Lomax, un etnomusicologo americano che insieme al figlio Alan negli anni ‘30 del secolo scorso si è messo a girare, per conto della Biblioteca del Congresso, i penitenziari americani per raccogliere le registrazioni degli spiritual e dei canti popolari afroamericani. E’ infatti in quegli autentici lager – dove i prigionieri di colore vivono in condizioni subumane, lavorando fino a dodici ore al giorno, e se osano ribellarsi vengono percossi, frustati, umiliati – che la domenica ai detenuti è concesso l’unico svago, rappresentato dai loro canti, quando va bene accompagnati da una vecchia chitarra tenuta assieme con i cerotti. Ed è lì che Leadbelly rivela definitivamente il suo talento, grazie al quale ottiene in entrambe le detenzioni uno sconto sulla pena.
Lomax, sull’onda del successo delle registrazioni raccolte, lo prende con sé e se lo porta dietro per mezza America, arrivando fino a New York. Leadbelly, oltre ad esibirsi in pubblico, gli fa da autista e aiutante. Ma è soggetto anche a parecchie umiliazioni, come quella di essere talvolta costretto ad esibirsi vestito da carcerato o di dover consegnare a Lomax le mance racimolate alla fine dei concerti passando con il cappello in mano davanti ai bianchi. Una situazione che, dopo l’entusiasmo iniziale per avere la possibilità di fare ciò che gli piace di più, diventa per Huddie insopportabile.
A New York Leadbelly suona con Woody Guthrie e Pete Seeger, gli unici bianchi che non si schifano di accompagnarsi ai neri, siglando idealmente l’alleanza tra il blues dei neri e la musica folk e country dei bianchi della “lower class”. Negli anni ’40 il suo successo cresce a dismisura. Varca anche l’Atlantico e suona a Parigi, che però non gli tributa gli onori che si aspetta.
Segregazione e profonda discriminazione razziale segnano tutta la vita di Huddie. Prima negli Stati del Sud, dove imperversa il Ku Klux Klan, poi a New York, dove conosce la terribile realtà dei ghetti urbani, quasi peggiore di quella delle campagne del Texas e della Louisiana. Anche quando è in tournée con Lomax, John e il figlio se ne vanno negli hotel riservati ai bianchi, mentre lui deve arrangiarsi a trovare un posto per mangiare e dormire in qualche bettola puzzolente e malfrequentata riservata alla gente di colore. Tenta più volte di ribellarsi a questo stato di cose, ma la discriminazione è troppo forte e condivisa da tutto l’establishment bianco tranne poche eccezioni, come quella del capitano Franklin, che l’ha salvato dal primo penitenziario, e che gli sarà vicino fino alla fine.
Colpito dalla Sla, Huddie muore il 6 dicembre 1949 a New York. Viene sepolto dalla moglie Martha nel cimitero per neri di Shilo, vicino a Mooringsport, dove le sepolture sono identificate con cocci e pezzi di vetro. Sei mesi dopo la morte una sua canzone, “Good-night Irene”, vende due milioni di copie, scalando le classifiche americane, ma la moglie, che deve fare domanda all’ufficio di collocamento per trovare lavoro in qualche lavanderia, non incassa neppure un centesimo.
Questa è la triste vicenda terrena di Huddie Ledbetter, osannato dai bianchi quando si tratta di divertirsi e ricacciato nell’inferno della segregazione un minuto dopo. La storia gli renderà un po’ di giustizia solo alcuni anni dopo, quando altri bianchi dell’altra parte dell’Atlantico scopriranno la sua musica e su questa costruiranno una vera rivoluzione musicale. I loro nomi sono quelli di Eric Clapton, Keith Richards, George Harrison, Van Morrison. Quest’ultimo dirà: “Non fu un’ispirazione, fu la ispirazione. Se non fosse per lui, non sarei mai stato quello che sono. Non penso che sia realmente morto. Ci sono persone i cui corpi muoiono, ma non penso che il loro spirito muoia con loro.”

 

Attilio Pasetto

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