domenica, 19 Settembre, 2021

L’ecologia integrale, appunti per una sinistra liberale

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“Non siamo solo membri della stessa società o della stessa famiglia umana, ma essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile”. Nessuno meglio di Papa Francesco ha sottolineato, dall’alto del suo magistero, con conoscenza e profondità spirituale, la complessità dei tempi che viviamo. La loro caducità. E la necessità impellente di ripensare alle nostre vite prima che sia troppo tardi. L’idea stessa di relazione, di legami multidisciplinari, di diversità tra eguali, che è alla base del concetto di ecologia (termine troppo stesso abusato e confinato da una certa pubblicistica negli ambiti semantici dell’ambientalismo tout court) sembra essere minata da uno sbilanciamento delle forze in campo. Da uno iato tra progresso e sviluppo, nell’accezione attribuita a questi due termini – e riferimenti concettuali – da Pier Paolo Pasolini. Senza afflato etico, sensibilità morale, propensione all’aiuto degli ultimi, ricomposizione ad unità di ciò che erroneamente appare diseguale, anche per responsabilità di un dibattito monco su tematiche così rilevanti, non potrà esserci accumulo economico duraturo e permanente. La tecnica, spogliata da riferimenti e dimensione sociale, privata di un orizzonte civile, slegata dall’anima che deve accompagnare qualsivoglia intrapresa, rischia d’implodere sotto i colpi delle sue stesse contraddizioni. L’Ecologia Integrale ci viene in soccorso per evitare tutto ciò. Per porre un argine ad una condotta non più replicabile. Così come c’insegna San Francesco nel Cantico delle Creature, gli eccessi di antropocentrismo invece che valorizzare l’essere umano lo gettano nel baratro. Lo confinano in un finis terrae dominato da egoismi e lotte per un successo effimero. L’esempio di Taranto, città-emblema delle aporie consegnateci dalla modernità, dei diritti contrapposti – e troppo a lungo sedimentatisi nell’afonia delle mancate scelte dirimenti – dimostra quanto importante sia declinare questo nuovo spirito del tempo lungo i giusti binari di una sostenibilità resiliente. Una sostenibilità che non può – e non deve – essere solo di matrice ambientale. Ma traguardare obiettivi culturali. Di rinnovata postura civica. La dimensione sociale dell’ecologia rende l’ecologia integrale. Non più soggetta a limitazioni, ad infingimenti dottrinari, a dispute ideologiche. Senza, insomma, alcuna soluzione di continuità. E, sempre l’ecologia, cioè quale sistema di relazioni siamo in grado di costruire tra noi e gli altri, potrà delineare l’orizzonte di un nuovo umanesimo inclusivo. Di questo nuovo modo di guardare il mondo la Laudato si’ getta i primi semi, che attendono di germogliare e portare frutto, come papa Francesco stesso afferma: “Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità”. Così l’ecologia integrale diventa anche una sfida all’integrazione personale di quanti, come volontari o come professionisti, hanno a che fare con l’ambiente o con le dinamiche sociali: scienziati e tecnici, attivisti e militanti, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici sono invitati a mettersi in gioco con tutte le proprie capacità, risorse e competenze intellettuali e professionali, affettive e spirituali. Ugualmente per istituzioni e imprese, organizzazioni della società civile e comunità religiose, l’ecologia integrale richiede di non ridurre mai la ricchezza della realtà alle proprie prospettive o, peggio, ideologie. Il modo più interessante – e opportuno – per avviare una nuova stagione dell’impresa consiste in una rivoluzione creatrice. In un’opera riformatrice bottom-up: dal basso verso l’alto. Perché la cultura ecologica, anche se non soprattutto ad un nuovo paradigma produttivo, non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. La battaglia di civiltà che abbiamo dinanzi, si vincerà – o si perderà – tutti assieme. Questa vota la Storia non ci consegnerà scorciatoie, via di fughe inaspettate ed inesplorate. Abbiamo la grande responsabilità di consegnare un mondo migliore alle generazioni del dopo di noi. Non sciupiamola…

 

Vincenzo Carriero

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