venerdì, 17 Settembre, 2021

L’eredità della pandemia: crisi del lavoro e ripresa lenta

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La pandemia ha messo in crisi il lavoro, soprattutto quello delle donne e degli appartenenti alle fasce più deboli della società, giovani, anziani e stranieri. Il rischio ora è quello di un ripiegamento, di una rinuncia al lavoro, di un rifiuto delle dinamiche che portano a cercare e trovare un lavoro.
Questo tema è al centro del nuovo rapporto AGI/Censis, intitolato “Il lavoro inibito: l’eredità della pandemia”, nuovo capitolo del progetto “Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020/21”, curato dall’Istituto con sede in Roma, a Piazza di Novella, per l’Agenzia Giornalistica Italia.
Nel 2020 sono stati 456.000 gli occupati in meno rispetto all’anno precedente (-2,0%). Ma è significativo anche l’aumento degli inattivi di 711.000 unità. Si tratta di una quota importante della popolazione che non colloca il lavoro nel proprio orizzonte. Fra gli inattivi sono inclusi circa 3 milioni di persone che potrebbero lavorare. In un anno, questo segmento è aumentato di 217.000 unità.
La ricerca di un nuovo lavoro, sia nel caso di persone che il lavoro l’hanno perso, sia nel caso di persone che si apprestavano a cercarlo per la prima volta o dopo un periodo di assenza dal mercato del lavoro, è stata scoraggiata da un contesto percepito come troppo complesso per poter essere affrontato con i propri mezzi e con le proprie risorse.
Nel 2020 hanno perso il lavoro 185.000 persone con un’età tra i 18 e i 29 anni: -6,4% rispetto al -2,0% complessivo; sono aumentati di 203.000 unità i giovani inattivi (+5,6% rispetto al +2,7% complessivo). I giovani che non cercano lavoro hanno raggiunto la soglia dei 3 milioni. Per le donne la dinamica è stata di poco migliore. Le occupate si sono ridotte del 2,5%, mentre, le donne che hanno scelto di non cercare lavoro sono aumentate di 272.000 unità, arrivando alla fine del 2020 a più di 14 milioni. Tra gli stranieri gli occupati si sono ridotti di 159.000 unità e gli inattivi sono aumentati del 15,3% (199.000 in più). Dietro questa categoria si nasconde una quota di lavoro non dichiarato o sommerso. Sono poco più di un milione le famiglie italiane con occupati irregolari e per il 33% si tratta di stranieri.
L’impatto della pandemia sul reddito delle famiglie italiane è stato rilevante, ma risulta distribuito in maniera diversa soprattutto in funzione delle restrizioni alle attività produttive imposte dalle misure di contenimento del contagio. Il 5,5% delle famiglie ha visto ridursi il reddito di più del 50% rispetto a prima della pandemia, il 9,1% ha dichiarato una riduzione tra il 25% e il 50%, il 16% una riduzione inferiore al 25%. Il 43,2% dei lavoratori autonomi ha dichiarato invariato il proprio reddito rispetto a prima della pandemia, contro il 66,5% dei lavoratori dipendenti. Se si sommano le famiglie che hanno comunque riscontrato una perdita di reddito, quelle dei lavoratori dipendenti raggiungono il 27,9%, ma la percentuale raddoppia tra quelle dei lavoratori autonomi (54,7%). In media, 3 famiglie su 10 hanno subito una riduzione del reddito. Già prima della pandemia, il «lavoro povero» (con meno di 9 euro all’ora) riguardava quasi 3 milioni di occupati, di cui il 53,3% era rappresentato da uomini e il 46,7% da donne. Si trattava di oltre un milione di lavoratori giovani (con meno di 30 anni) e di 1,4 milioni con un’età tra i 30 e i 49 anni. Il 79% apparteneva alla categoria degli operai (2,3 milioni) e il 12,3% a quella degli impiegati.
La rarefazione delle opportunità di crescita ha avuto un riflesso immediato sull’occupazione indipendente. Nel periodo 2015-2020 la riduzione del lavoro indipendente è arrivata a mezzo milione, mentre nello stesso periodo l’occupazione in generale è aumentata di 306.000 unità. L’anno del Covid ha condizionato fortemente l’andamento del lavoro indipendente, determinando una riduzione complessiva di 158.000 occupati, di cui 59.000 lavoratori autonomi e 38.000 liberi professionisti.
Una recente indagine del Censis ha misurato i maggiori rischi associati allo  smart  working secondo l’opinione dei lavoratori. Innanzitutto, la perdita di socialità garantita dal rapporto diretto e quotidiano con il colleghi (48,8%), poi il fatto di dover lavorare in un contesto inadeguato in termini di disponibilità di spazio e di dotazioni (40,4%), il pericolo di lavorare più a lungo dell’orario previsto e di non poter più controllare il confine tra lavoro e non lavoro (36,3%), l’assunzione dei costi legati alla connessione e ad altri servizi che la postazione di lavoro richiede (29,7%), le minori opportunità di crescita professionale e di carriera (22,0%).
Ne consegue la necessità di regolamentare il telelavoro (smart working) che attualmente è poco considerato contrattualmente.
Adesso, l’Italia inizia un lungo sentiero stretto per la risalita. I primi segnali positivi si registrano nei servizi e l’industria si mostrerebbe solida. Questa analisi è contenuta nella Congiuntura Flash di Confindustria, secondo cui il Pil è sulla buona strada.
I tecnici di viale dell’Astronomia affermano: “Maggio si è confermato per l’Italia il mese dei graduali allentamenti delle restrizioni anti-Covid, grazie anche al ritmo significativo delle vaccinazioni. Ciò rende possibile nel II trimestre un primo, piccolo, aumento del Pil, cui seguirà un forte rimbalzo nel III e IV pari a oltre il +4%, che si consoliderà grazie all’impatto che verrà dagli investimenti finanziati dal piano europeo Next generation Eu”.
La produzione industriale è rimasta stabile a marzo (-0,1%), peggio delle attese, chiudendo il I trimestre al +0,9%. Il trascinamento statistico nel II trimestre è nullo e in aprile si stima una tenuta (nonostante il Pmi è salito a 60,7), ma è comunque prevista una variazione positiva nel trimestre in corso: le attese di produzione sono in deciso aumento e le scorte in rapido svuotamento; ciò indica una domanda oltre le previsioni. Quindi, sarà necessario un riaccumulo di stock, per sostenere la produzione.
Dopo che il Pmi era sceso a 47,3 in aprile, l’attesa ripresa della domanda dovrebbe iniziare a materializzarsi a maggio, riposizionando i consumi verso i servizi, finora condizionati dalle misure anti contagio. L’aumento della domanda nei servizi, dovrebbe accentuarsi nel trimestre estivo. Lo spiegherebbe la ripresa dei viaggi e dei consumi fuori casa, oltre alle riaperture nei settori legati alla filiera del turismo e della cultura (musei, gallerie d’arte).
I dati sulle comunicazioni sono obbligatori, poichè mostrano una lenta ripresa del mercato del lavoro in Italia. Tra gennaio e aprile sono state create circa 130mila posti di lavoro, al netto delle cessazioni, contro un dato molto negativo (-230mila) negli stessi mesi del 2020 (rispetto a +260mila del 2019).
Anche le prospettive di investimento sono in netto miglioramento. Il settore del leasing nei primi 4 mesi del 2021 ha registrato una crescita rispetto al 2020 (dati Assilea); auto e beni strumentali hanno le performance migliori, il comparto dei beni immobili ha ripreso a crescere. Buone indicazioni anche dalla risalita degli ordini interni dei produttori di beni di investimento (da -10,8 in marzo, a -0,5 a maggio). I prestiti alle imprese frenano a marzo, ma restano in crescita (+5,7% annuo).
L’export italiano è ripartito in marzo (+2,6% a prezzi costanti; +1,1% nel I trimestre), tornando sui livelli pre-crisi. A trainare la risalita sono state le vendite nei paesi Ue; più deboli quelle extra-Ue, che però sono rimbalzate in aprile (+7,3% in valore). Sono in espansione le vendite all’estero di beni intermedi e di consumo, in risalita quelle extra-Ue di beni di investimento in aprile. In aumento i prezzi di vari input produttivi importati. Buone le prospettive, date anche le graduali riaperture in Europa e Usa, confermate dall’ulteriore miglioramento degli ordini manifatturieri esteri a maggio.
Coerente con la debolezza della domanda, la dinamica dei prezzi al consumo in Italia resta bassa: è risalita al +1,1% annuo in aprile, da valori negativi a fine 2020. Siamo molto sotto l’obiettivo Bce del 2,0% (+1,6% l’inflazione nell’Eurozona). La risalita dei prezzi in Italia è stata trainata dal rialzo dei prezzi energetici (+9,8%), che però è transitorio, data la stabilizzazione del Brent ai livelli precedenti la crisi.
La dinamica dei prezzi finali dei beni industriali, invece, resta molto moderata (+0,3% annuo). La core-inflation, compresi anche i prezzi dei servizi, è molto bassa (+0,5%). Anche se l’attesa ripartenza dei consumi e il piano Next generation Eu creeranno più spazio per gli aumenti dei prezzi, secondo la Confindustria, siamo ancora lontani da uno scenario inflazionistico.
La dinamica quasi piatta dei prezzi finali dei beni industriali, fotografa la difficile situazione delle imprese italiane che fanno molta fatica a trasferire a valle i forti rincari internazionali delle ‘commodity’ che importano per produrre, e ciò proprio a causa dei consumi deboli in Italia. Questo sta determinando, nella prima metà del 2021, una brusca compressione dei margini operativi nell’industria, complicando ulteriormente una situazione già difficile in termini di cash-flow delle imprese.
Insomma, i fiori sbocciati nella primavera del 2021darebbero buoni frutti, ma ancora sono insufficienti alla resilienza pre-covid. Il lavoro e l’occupazione sono i fattori principali da curare.

 

Salvatore Rondello

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