venerdì, 14 Maggio, 2021

Libia, con il nuovo governo qualcosa sta cambiando

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Il nuovo governo libico ha ottenuto la fiducia. Il premier uscente, Fayez Al Serraj che ormai si troverebbe più a Roma che a Tripoli, in cinque anni non l’ha mai ottenuta. La Camera dei Rappresentanti, l’organo cioè uscito fuori dalle elezioni del 2014 ed insediato nell’est del Paese, ha sistematicamente negato la fiducia all’esecutivo stanziato a Tripoli dopo gli Skhirat del dicembre 2015.
A Sirte, dove eccezionalmente, in questi giorni, si è riunito l’organo parlamentare, mercoledì scorso i deputati hanno approvato la nuova compagine governativa con ben 132 voti su 133, un vero e proprio plebiscito. Il nuovo premier, Abdul Hamid Dbeibah, può dunque mettersi a lavoro. Anche se, all’orizzonte, non mancano certo le incognite.
La fiducia votata a Sirte non è stato un semplice passaggio formale. E non solo perché il precedente governo ha operato per 5 anni senza l’approvazione della Camera. Dbeibah è stato designato quale nuovo premier dopo una riunione tenuta il 6 febbraio scorso durante una riunione del foro di dialogo sulla Libia. In quella sede la sua lista, che indicava Mohammed Al Manfi quale nuovo capo del consiglio presidenziale, ha ottenuto una maggioranza semplice. Quindi sarebbe stata una leadership già zoppicante sin dall’inizio. Il plebiscito ottenuto dal suo governo a Sirte ha invece cambiato le carte in tavola: il governo ha una larga maggioranza, le varie forze politiche e locali hanno accordato all’esecutivo una fiducia molto ampia, blindandolo di fatto almeno per i prossimi mesi. L’esito del voto parlamentare è un vero e proprio sbarramento per Dbeibah e i suoi 35 ministri.
Il nuovo premier avrà al suo fianco due vice: Hussein Atiyah Abdul Hafeez al Qatrani e Ramadan Ahmed Boujenah. Tra i nomi più importanti del governo, spiccano quelli di Najlaa al Manqoush, prima donna libica a guidare il ministero degli Esteri, e Khaled Tijani Mazen, quest’ultimo neo ministro dell’Interno. Non è stato invece assegnato il ministero della Difesa, mentre sarà operativo un ministero del petrolio, al cui vertice è stato nominato Muhammad Ahmad Muhammad Aoun. Il prossimo passo del nuovo governo sarà quello di giurare dinnanzi al presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh. Una cerimonia che, secondo AgenziaNova, dovrebbe tenersi lunedì 15 marzo a Bengasi, sede ufficiale del parlamento. Dal giorno dopo invece l’esecutivo si sposterà nei suoi nuovi uffici di Tripoli. Il mandato del governo è a termine: Dbeibah, secondo il piano elaborato dalle Nazioni Unite, si dovrà limitare a gestire la situazione in vista delle previste elezioni del 24 dicembre 2021.
Anche il nuovo inviato delle Nazioni Unite in Libia, Jan Kubis, ha incontrato a Tripoli il premier designato Abdul Hamed Dbeibah, secondo quanto riporta il sito Lybia Herald citando una nota dell’Unsmil. L’inviato dell’Onu si è detto incoraggiato dall’intenzione del nuovo premier di formare un governo rappresentativo ed inclusivo ed ha lodato il suo impegno ad assegnare il 30% dei posti di governo a donne e giovani. Da parte sua il premier, ha apprezzato gli sforzi dell’Onu per riunire i libici e rimettere la Libia sul cammino della pace, unità, stabilità e prosperità. Kubis, era stato ricevuto a Bengasi dal generale Khalifa Haftar, al quale aveva sottolineato la necessità che “tutte le parti libiche si impegnino e facilitino lo svolgimento delle elezioni previste per il 24 dicembre”.
Il nuovo governo libico avrebbe fatto approvare in Aula, nell’ambito di una votazione più ampia, anche una serie di modifiche costituzionali. Tra queste figurano la riduzione da nove a tre del numero dei componenti del Consiglio presidenziale e una serie di cambiamenti della legge elettorale. Quest’ultimo punto, secondo la stampa locale, rappresenta uno dei principali argomenti. Infatti, numerosi parlamentari hanno chiesto di includere nella dichiarazione costituzionale anche le conclusioni del Forum di Tunisi, che prevedono l’istituzione di una maggioranza qualificata.
Per il Paese nordafricano la fiducia accordata al governo Dbeibah è un passo molto importante, anche se sul campo, almeno per il momento, cambierà ben poco. A Tripoli si insedierà nei prossimi giorni un esecutivo riconosciuto anche dall’est, fatto inedito in dieci anni di guerra fratricida.
Tuttavia questo non coinciderà con una vera e propria riunificazione della Libia. Chi controlla attualmente il territorio rimarrà nelle proprie posizioni. Una circostanza che vale per la miriade di milizie che hanno in mano Tripoli e la Tripolitania, così come per l’esercito del generale Haftar nella Cirenaica. Quest’ultimo è rimasto in questi giorni piuttosto silente. Dal suo quartier generale situato alle porte di Bengasi, ha valutato e osservato la situazione. E per adesso ha deciso di rimanere al suo posto, permettendo la nascita del nuovo governo in attesa degli sviluppi dei prossimi mesi.
L’impressione è che su Dbeibah si sia creata un’ampia convergenza proprio perché c’è interesse a cristallizzare la situazione. Tutto sommato non sarebbe una pessima notizia, specialmente in una Libia dove pochi mesi fa era impensabile anche un accordo di cessate il fuoco.
Così, i veri nodi verrebbero rinviati ai mesi prossimi. La “tregua armata”, che ha garantito un’ampia fiducia al nuovo esecutivo, servirebbe ad affilare le armi in vista delle elezioni di dicembre. Per comprendere il vero destino della Libia, in poche parole, occorrerà ancora aspettare.
Il futuro e la legittimità stessa del nuovo processo politico in Libia, tuttavia, restano pericolosamente in bilico anche alla luce delle recenti rivelazioni, riprese da vari organi di stampa, riguardanti episodi di evidente corruzione all’interno dei meccanismi di voto del LPDF, i cui dettagli sarebbero inclusi in un rapporto confidenziale delle Nazioni Unite. Mentre il primo ministro Dbeibah ha negato tali indiscrezioni, che vedrebbero alcuni membri del LPDF coinvolti in un giro di tangenti servite per garantire il voto proprio al primo ministro, la pubblicazione del rapporto nei prossimi giorni potrebbe delegittimare ulteriormente la figura dello stesso Dbeibah e minare le fondamenta dell’attuale percorso di riconciliazione nazionale. Il rischio di una deriva del dialogo politico, peraltro, si riflette anche in ambito militare, dove restano tesi i rapporti all’interno del Comitato militare congiunto 5+5, soprattutto riguardo alla partenza delle forze militari straniere, inclusi i mercenari, su cui entrambe le parti hanno fatto affidamento negli ultimi anni. La presenza di mercenari è infatti considerata una delle principali cause della recrudescenza e prosecuzione del conflitto e, secondo le stime dell’Onu, il loro numero attuale ammonterebbe a circa 20mila, con diversi paesi della regione, inclusi Egitto, Emirati, Turchia e Qatar, oltre alla Russia, che avrebbero violato l’embargo internazionale sulla fornitura di armamenti in vigore dal 2011. Mosca ha negato ripetutamente ogni coinvolgimento nel paese, nonostante una significativa presenza di combattenti del gruppo Wagner. Lo scorso dicembre, Ankara ha esteso la permanenza delle proprie truppe a sostegno del governo Tripolino per altri 18 mesi.
Al contempo, il paese soffre in termini di servizi essenziali che sono al collasso a causa del conflitto, della corruzione e della cattiva gestione.  Al primo posto c’è la rete elettrica, visto che soltanto la metà delle centrali elettriche del paese è funzionante, ma anche le infrastrutture idriche, specie nell’area di Tripoli, il cui funzionamento è stato interrotto a più riprese da Haftar per indebolire i propri avversari, e altre infrastrutture critiche distrutte o danneggiate dai combattimenti come gli ospedali. Oltre a ciò, vanno considerati anche la necessità di assistenza umanitaria per un milione di persone (su una popolazione di poco più di 6 milioni) in un contesto di instabilità esacerbato dalla pandemia, nonché il ripristino della legalità e la giustizia per i crimini di guerra commessi soprattutto dalle milizie dell’esercito di Haftar.
Non meno importante appare la fragilità del tessuto economico. L’economia libica, infatti, dipende quasi esclusivamente dalla rendita del settore petrolifero, che rappresenta circa il 95% delle esportazioni e oltre la metà del prodotto interno lordo (PIL). Quest’ultimo è crollato a -40,9% nel corso del 2020 a causa del doppio shock legato all’impatto della pandemia sui prezzi del greggio e, soprattutto, al blocco di 9 mesi della produzione petrolifera interna, scesa da 1,2 milioni di barili al giorno a circa 200mila, attuato nel gennaio 2020 da Haftar, il quale ha sfruttato il parziale controllo sulle Petroleum Facilities Guards per chiudere gli impianti. Il deterioramento delle condizioni fiscali ha imposto al governo di Tripoli una revisione della spesa pari al 22%, tagliando in particolare i salari pubblici del 20% a partire dall’aprile dell’anno scorso.
Secondo la Banca mondiale, la struttura che regola la spesa pubblica nell’amministrazione tripolina, soprattutto per quanto riguarda le retribuzioni (pari al 60% della spesa totale), è considerata una delle meno efficienti al mondo, mentre, così come in altri paesi esportatori, la dipendenza pressoché totale dai proventi degli idrocarburi rende l’attuale impostazione delle finanze pubbliche praticamente insostenibile. La priorità, dunque, è quella della diversificazione e del potenziamento del settore privato, per i quali è però fondamentale la presenza di un contesto di sicurezza e stabilità politica che nel paese mancano da anni.
Qualcosa invece starebbe cambiando nei rapporti con l’Italia. Nei giorni scorsi, il nuovo premier libico, Abdul Hamid Dbeibah, si è felicitato per il varo del governo di Mario Draghi auspicando uno sviluppo delle relazioni con l’Italia specialmente nella gestione delle migrazioni e nell’economia.
Il premier libico ha detto: “Aspiriamo a sviluppare la nostra relazione privilegiata con la vicina Italia, con la quale condividiamo molte sfide, tra cui in particolare la gestione e organizzazione della migrazione. Con l’Italia abbiamo molte opportunità di integrazione economica.  Ci felicitiamo con Draghi per aver preso il posto di capo del governo. Gli auguriamo successo nella sua missione”.
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha avuto recentemente una conversazione telefonica con il Primo Ministro libico, Abdelhamid Dbeibah. Nel richiamare il percorso di transizione istituzionale e il recente voto di fiducia accordato al Governo di Unità Nazionale, è stato confermato il pieno sostegno italiano all’unità della Libia e al consolidamento della pace e della stabilità del Paese, nel quadro di un processo intra-libico sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il Presidente Draghi ha esortato l’interlocutore e il suo governo a concentrarsi sugli obiettivi prioritari quali la sicurezza e la prosperità dell’amico popolo libico e dell’intera regione. Particolare attenzione è stata inoltre dedicata alle prospettive di ulteriore rafforzamento del partenariato bilaterale nei diversi settori di comune interesse.
Appare chiaro, dunque, il cambio di rotta del governo Draghi nella politica estera, rispetto al precedente governo Conte, cercando di recuperare l’importante ruolo tradizionalmente svolto dall’Italia nel proscenio della geopolitica.

 

Salvatore Rondello

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