domenica, 28 Novembre, 2021

Libia verso le elezioni. Il timore è per il dopo voto

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Manca un mese al 24 dicembre, la data fissata nell’accordo seguito al cessate il fuoco in Libia, firmato a Ginevra fra il Governo di Tripoli e le forze di Bengasi il 20 ottobre 2020. Ottenuto con la regia di Russia e Turchia che si muovevano dietro i belligeranti insieme ad altri Stati, con il beneplacito degli Stati Uniti e il rapido adeguamento dell’Italia che in Libia aveva recintato tradizionalmente un ruolo da protagonista nel passato, non era riuscito con un colpo di bacchetta magica a sanare tutti i problemi sul tappeto, come la presenza di mercenari e la non ben definita attribuzione del territorio tra le parti, ma aveva evitato o enormemente limitato l’ulteriore spargimento di sangue. E soprattutto aveva fissato una data per quello che sarebbe stato il ripristino delle istituzioni democratiche unitarie in un Paese che dopo il defenestramento di Gheddafi aveva conosciuto solo guerra civile e distruzioni. L’Unione Europea negli ultimi mesi ha cercato di essere attiva nel processo di pace aperto a Ginevra. Pochi giorni fa a Parigi Emmanuel Macron ha organizzato in grande stile una Conferenza che avrebbe dovuto confermare gli impegni dell’accordo tra le parti. Ma i dubbi su quanto possa accadere prima del 24 dicembre rimangono e riservano ancora molte ombre sui giorni futuri. Il documento firmato a Parigi infatti prevede sì il rispetto della data del 24 dicembre ma per “l’inizio del processo elettorale” il che potrebbe fare presupporre la possibilità di un rinvio e di uno slittamento dell’apertura delle urne. Mentre si è esaurito il tempo per presentare le candidature per guidare il Paese (pare siano oltre 90 ma dovranno essere certificate dalla apposita Commissione elettorale), è proprio su queste che si sta concentrando l’attenzione interna e internazionale. Non tanto per la presenza del figlio di Gheddafi, Saif al Islam, tra l’altro colpito da un mandato di cattura da parte del Tribunale internazionale per i crimini di guerra, ritenuto ormai possessore del consenso di pochi nostalgici, quanto del generale Khalifa Haftar vero protagonista delle recenti vicende belliche che con le sue truppe si proponeva la conquista di Tripoli e dell’intero territorio libico. Haftar che sta svolgendo la sua campagna elettorale in abiti civili (la legge elettorale gli consente di lasciare la carica militare tre mesi prima delle elezioni e di riaverla in caso di insuccesso) è ovviamente molto popolare nella Libia dell’ Est dove spadroneggia da anni e dove ha eliminato, anche fisicamente, alcuni suoi oppositori. Nell’ovest invece viene detestato ricordando anche le fosse comuni contenenti i corpi dei libici da lui massacrati, ma non solo. La gente accetterebbe malvolentieri una sua eventuale vittoria e probabilmente preferirebbe riabbracciare il fucile piuttosto che vederlo Premier. Gli stessi pericoli correrebbe il suo principale avversario e cioè l’attuale capo del Governo di Tripoli Abdelhamid Dabaiba, che si è candidato all’ultimo minuto o un suo fedele. E non sembra esserci, tra i candidati, una figura che riesca a superare la troppo recente immagine della guerra civile e che possa rappresentare una fase nuova e di costruttiva armonia per il Paese. Il timore è che gli scontri tra le fazioni e le tribù, congelati dall’accordo di Ginevra, possano riaccendersi proprio in seguito al risultato elettorale e che sia forse raccomandabile uno spostamento della data prevista per il voto per salvaguardare il risultato ottenuto del cessare il fuoco. Con Russia e Turchia che, ha interessate alla spartizione della Libia, osservano attente l’evolversi della situazione. Intanto ieri si è dimesso l’inviato speciale Onu per la Libia, il diplomatico slovacco Jan Kubis senza fornire spiegazioni per il suo gesto.

Alessandro Perelli

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