martedì, 11 Maggio, 2021

L’Inps chiede super rimborsi ai precari

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Qual è lo stato d’animo nel quale si trovano i giovani precari che negli ultimi mesi hanno ricevuto una comunicazione dall’Inps con la richiesta di congrui rimborsi, lo si può supporre abbastanza agevolmente purtroppo. E’ in buona sostanza la sensazione che deriva dall’ultima beffa di uno Stato che sembra sempre più accanirsi contro di loro, costringendoli non solo ad anni di collaborazioni continuative, impieghi saltuari e disoccupazione, senza uscita. Ma anche facendo ricorso, questa volta, all’Istituto di previdenza che chiede la restituzione delle indennità una tantum, corrisposte per la disoccupazione, a partire dal 2009. L’Ente (che lo ha formalmente ammesso) ha sbagliato e si scusa, ma i soldi devono comunque tornare indietro. «Si tratta di centinaia di lettere, partite sin dal gennaio di quest’anno», hanno denunciato Nidil e Flc Cgil, i sindacati che tutelano i lavoratori atipici e quelli della conoscenza. Le somme contestate, paragonabili a delle vere e proprie cartelle pazze, ma ancora più inquietanti, se possibile, perché notificate a dei soggetti economicamente fragili – sono in media di 4 mila euro. Una cifra davvero notevole. I lavoratori coinvolti nell’operazione si concentrano soprattutto nel pubblico impiego: sono precari della scuola, assegnisti di ricerca, dottorandi.

Hanno un passato (e spesso ancora un presente) da cococò, o sono disoccupati. Il collaboratore coordinato e continuativo, d’altro canto, è una figura sopravvissuta soltanto nel pubblico (o per figure come i pensionati o i professionisti), mentre nel privato questa tipologia è stata ormai sostituita dal contratto a pro¬getto, a sua volta regolato a maglie più strette dalla riforma Fornero. «Dall’inizio del 2014 – hanno spiegato Nidil e Flc Cgil – numerosi ex cococò, oggi pre¬cari o disoccupati, si sono visti recapitare a casa una lettera dell’Inps con la quale si chiede la restituzione della prestazione erogata “erroneamente” in precedenza (mediamente 4 mila euro). L’una tantum infatti sembra escludere (anche se al riguardo si attendono ancora dei chiarimenti richiesti dallo stesso Ente assicuratore che nel frattempo ha sospeso l’iniziativa intrapresa) inopinatamente i collaboratori del pub¬blico impiego, per effetto di una normativa confusa e di non chiara interpretazione, in base alla quale molte sedi territoriali dell’Inps negli anni scorsi hanno ammesso a godere del trattamento numerario anche tali lavoratori». In pratica, numerose strutture periferiche dell’Istituto hanno interpretato in maniera espansiva l’una tantum istituita a fine 2008 dal governo Berlusconi, allargando la platea dei beneficiari. Qualcuno a livello centrale deve essersene accorto, e adesso si deve sanare la situazione contabile. Nidil e Flc Cgil sono pronte a dare battaglia: hanno organizzato diverse manifestazioni di protesta davanti a Montecitorio, e apposite conferenze stampa con i giornalisti.

«È assurdo – hanno congiuntamente affermato le due categorie Cgil – che a distanza di anni l’Ente di previdenza pretenda il rimborso di un’indennità di disoccupazione che è già inadeguata ed escludente. Cogliamo l’occasione – hanno entrambe rimarcato – per chiedere che questa assurda distinzione fra lavoratori precari sia abolita quanto prima, e che gli ammortizzatori sociali siano garantiti a tutti, a prescindere dalla tipologia contrattuale». L’indennità una tantum fu istituita dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per fornire una protezione sociale ai sempre più numerosi precari “falcidiati” dalla crisi (entrò a regime nel 2009). Fu criticata dal sindacato, e segnatamente dalla Cgil: non solo per l’esiguità degli stanziamenti, ma anche per i requisiti richiesti, del tutto complicati. Era peraltro sperimentale, introdotta per gli anni 2009–2011, e fu poi sostituita da Aspi e mini Aspi del governo Monti. A fine 2011, proprio a causa dei requisiti troppo restrittivi, era stato utizzato solamente il 17% dei fondi, con l’83% che restava intatto (34 milioni corrisposti a fronte di 200 milioni stanziati). Queste le condizioni da soddisfare: dovevi essere cocoprò del lavoro privato (escluso appunto il pubblico), ed aver avuto una mono-committenza (ma tanti soggetti precari per mettere insieme una retribuzione adeguata devono attendere necessariamente a più impieghi). Il reddito dell’anno precedente doveva inoltre non essere superiore ai 20 mila euro e non essere inferiore ai 5 mila; e il contratto doveva essere scaduto da almeno due mesi, ma dovevano risultare versati almeno 3 mesi di contributi nell’anno precedente e uno in quello in corso. Facile capire come su 42.550 istanze inoltrate a fine 2011, solo 13.197 erano state accolte, con un tasso di reiezione che aveva raggiunto il tetto del 69%. E ora, a parecchi di quei pochi che ebbero la fortuna di accedere al trattamento, l’amara sorpresa della nota dell’Inps.

Inps, progetto antifrode, nuova piattaforma informatica

Il 25 e 26 settembre si è svolta in direzione generale la prima conferenza annuale dei Punti Nazionali di Contatto (H5NCP) del progetto di cooperazione internazionale, avviato per contrastare le frodi, gli abusi e gli errori in materia previdenziale e pensionistica, per iniziativa della Commissione amministrativa per il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale del Consiglio dell’Unione Europea (decisione H5 del 18 marzo 2010).

La conferenza è stata introdotta da Flavio Marica, Direttore centrale Audit. Nel suo intervento di apertura, il direttore generale dell’Inps, Mauro Nori, ha sottolineato l’importanza di costruire una rete permanente di esperti impegnati in un sistematico scambio di conoscenze, informazioni e strategie. Ciò consente di valorizzare la continua implementazione delle banche dati e degli strumenti informatici correlati, con il risultato di diminuire gli errori e accrescere l’efficacia delle politiche antifrode nei paesi dell’Unione. Le best practice a livello nazionale, e in particolare in Italia, sono state il tema della prima giornata della conferenza: le misure adottate per evitare le prestazioni non dovute, erogate per errore o per comportamenti fraudolenti, e quelle per il loro recupero, sono state illustrate negli interventi dei Direttori centrali Luca Sabatini (Prestazioni a sostegno del reddito), Antonello Crudo (Pensioni), Fabio Vitale (Vigilanza, prevenzione e contrasto all’economia sommersa) e di Grazia Verduci, direttore dell’Ufficio di vigilanza assicurativa dell’Inail. Le best practice a livello internazionale ed europeo sono state analizzate invece nella seconda giornata: Michael Freytag, consulente della Confederazione europea delle agenzie di lavoro private (Eurociett), si è soffermato sulla diffusione e l’incidenza delle agenzie in Europa e nel mondo. Ha poi spiegato, dati alla mano, che la presenza dell’economia sommersa non dipende in misura significativa da un elevato grado di pressione fiscale, ma è inversamente proporzionale all’efficienza del mercato del lavoro. A un aumento del lavoro regolare intorno al 15-20% corrisponde la diminuzione del 60% delle attività sommerse.

Raul Ruggia-Frick, segretario della International Social Security Association (Issa) – fondata nel 1927 e che conta 331 istituzioni di 157 paesi – ha posto l’attenzione sulle attività promosse nell’ambito dello scambio di informazioni. Ha analizzato, in particolare, i profili e i tassi di rischio relativi alle attività fraudolente. Attività che vedono proprio nell’Inps uno dei protagonisti, come capofila del progetto denominato “Formal agreement for data exchange”. L’ultima sessione della conferenza è stata infine dedicata alla neonata piattaforma H5NCP, dedicata a mettere in rete i membri dei Punti Nazionali di Contatto e altri addetti ai lavori per alimentare un flusso quotidiano, agile e informale di informazioni, opinioni, prassi e idee. Maria Grazia Cataldi, delegata italiana della Commissione amministrativa, ha spiegato che la piattaforma attua il Regolamento 833/2004. La rete, infatti, potenziando le azioni di contrasto agli errori e alle frodi, garantisce la libera circolazione delle persone tra i paesi dell’Unione Europea, preservandone il diritto a mantenere i benefici di cui sono titolari.

Amianto alla Olivetti, la Procura di Ivrea indaga

C’è un secondo fascicolo nell’inchiesta sulle vittime da amianto alla Olivetti. Lo ha recentemente aperto la procura di Ivrea e vi stanno confluendo altri casi di patologie di sospetta origine professionale. Almeno sei, che si aggiungono ai 15 – la morte di quattordici persone e la gravissima malattia di una quindicesima – per i quali nelle scorse settimane è stato notificato il rituale avviso di conclusione delle indagini a 39 ex manager dell’azienda. Non una nuova inchiesta, dunque, ma una “Olivetti bis”, per non rallentare il corso del procedimento principale e, al tempo stesso, proseguire gli accertamenti.

Per il procuratore capo c’è stata “carenza di prevenzione”. Ad essere colpiti dalle patologie per le quali i magistrati eporediesi indagano, ovvero mesotelioma pleurico e mesotelioma peritoneale, sono anche in questo caso lavoratori della Olivetti adibiti a varie mansioni, dal montaggio delle macchine da scrivere alla manutenzione delle macchine utensili, ma anche verniciatura e altro. Secondo le indagini, le fibre di amianto – presenti nel talco utilizzato per alcune operazioni e soprattutto in vari punti degli stessi capannoni, fra le tubature a vista e i rivestimenti di pareti e soffitti – si disperdevano negli ambienti di lavoro anche a causa di quella che il procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando, ha definito “carenza di prevenzione”.

Ipotizzati i reati di omicidio colposo e lesioni colpose. Omicidio colposo e lesioni colpose i reati ipotizzati nel fascicolo bis, gli stessi che compaiono nell’avviso di chiusura indagine notificato giovedì scorso a 39 persone che, a partire dagli anni Sessanta, hanno ricoperto incarichi di vertice nella società e nelle sue articolazioni. Tra loro anche Carlo De Benedetti, amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione tra il 1978 il 1996, suo fratello Franco, i figli Marco e Rodolfo, l’ex ministro Corrado Passera e l’imprenditore Roberto Colaninno.

L’accusa: numerose violazioni delle norme. L’indagine traccia un quadro caratterizzato da numerose violazioni delle norme in materia di sicurezza nella storica fabbrica di macchine da scrivere, fondata nel 1908 da Camillo Olivetti e diventata successivamente una pioniera nel campo dell’elettronica e dell’informatica. Secondo i magistrati, che insistono soprattutto sul ritardo degli interventi messi in atto dall’azienda per tutelare la salute dei propri lavoratori, la manutenzione non era accurata, le fibre si disperdevano nell’ambiente e gli operai, privi di adeguate informazioni, non venivano dotati di mezzi di protezione personale sufficienti.

La difesa: misure adeguate alle conoscenze dell’epoca. In una nota diffusa dal suo portavoce, Carlo De Benedetti ha difeso il suo operato ribadendo “con forza” la propria “totale estraneità ai fatti” e ha spiegato di attendere “con fiducia le prossime fasi del procedimento nella convinzione che all’esito di questa complessa indagine svolta dai pubblici ministeri, una volta al vaglio del giudice, possano essere chiariti i singoli ruoli e le specifiche funzioni svolte all’interno dell’articolato assetto aziendale della Olivetti”. De Benedetti, inoltre, ha sottolineato che nel periodo della sua permanenza in azienda, “l’Olivetti ha sempre prestato attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con misure adeguate alle normative e alle conoscenze scientifiche dell’epoca”.

Carlo Pareto

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