venerdì, 17 Settembre, 2021

Lo spirto guerrier ch’entro ci rugge

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte dodicesima

 

L’estate fiumana rappresenta l’esplosione della “disperata utopia” della “rivoluzione ardita e tradita” di cui ci stiamo occupando, anche se nei limiti di un’opera divulgativa che ambisce a focalizzare il senso profondo degli eventi di allora, ma, per ragioni di spazio, non può evidentemente approfondirli tutti, come si potrebbe fare ampiamente in un corposo volume.
Prima, dunque, di riprendere a grandi linee lo svolgimento cronologico dei fatti, ci sembra opportuno soffermarci proprio su quello che fu, anche nell’opera dei suoi protagonisti “più visionari”, il significato più peculiare di questa “disperata utopia”.
Precisiamo subito che, usando la parola “utopia”, non intendiamo significare il “non luogo” e cioè lo spazio esclusivo dell’immaginario irrealizzato ed irrealizzabile, come può essere, ad esempio, una raffigurazione artistica come “La Politeia” di Platone, “L’Utopia” di Tommaso Moro, oppure “La città del Sole” di Campanella. Tutte rappresentazioni che hanno ispirato anche progetti sociali, ma che eminentemente sono rimaste nell’alveo dell’arte filosofica e letteraria, pur nella loro evidente carica sociale eversiva.

L’ “utopia” di Fiume ha, nel suo specifico, un altro significato più attinente alla prefigurazione storica, al voler cioè focalizzare un progetto che ancora non c’è ma potrà esserci, caso non raro nella diacronia degli eventi storici, come ad esempio fu la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, rispetto a quella italiana del 1948. Lo sguardo profetico lanciato sul futuro che si aprì a Fiume nel 1920 è però ancora da realizzare, ma, non per questo, la sua concretizzazione nella esperienza filosofica, letteraria, giuridica, esistenziale e sociale della Carta del Carnaro, resta irrealizzabile.
La sua “utopia” non è, infatti, il “non luogo” ma “il luogo non ancora attuato” e da attuare. Poiché il suo modello, tuttora, mutatis mutandis, rappresenta qualcosa di più avanzato e di più credibile nella sua dinamica di libertà e di giustizia sociale, persino rispetto alla nostra Costituzione Italiana che è oggi in vigore. Ma sulle caratteristiche precise di questa utopia progettuale ci soffermeremo in seguito, dedicandole una intera parte di quest’opera.
Ora vediamo piuttosto quale ne fu l’humus creativo, da quali fermenti essa scaturì e quali l’accompagnarono, dalla sua prima stesura da parte di De Ambris nel marzo del 1920, fino al suo varo a fine estate di quell’anno straordinario.

Spesso si parla, a proposito di Fiume, di “festa rivoluzionaria”, associandola ad uno spirito libertario e trasgressivo che alcuni vorrebbero fosse una sorta di prefigurazione di alcuni movimenti della seconda metà del XX secolo come il ’68 o il ’77, oppure, peggio, come una sperimentazione delle dinamiche e delle simbologie adottate poi dal fascismo.
In realtà Fiume legionaria non ci appare come anticipazione né dell’una né tanto meno dell’altra di queste due realtà storiche.
Non fu una “festa rivoluzionaria”, anche se ebbe in se stessa pure molti aspetti “festivi” come è stato messo bene in evidenza nel libro “Alla festa della rivoluzione” di Claudia Salaris che raccoglie il meglio delle testimonianze dei protagonisti definiti da De Felice più “scalmanati”, né evidentemente, fu il crogiolo delle coreografie fasciste che accompagnarono in maniera a volte grottesca, a volte retoricamente propagandistica, l’attuazione e lo sviluppo del regime mussoliniano.
In poche parole, ma si potrebbe scrivere un intero volume su questo, essa non fu, come il 68 e il 77, né l’anelito ad un cambiamento dell’assetto sociale senza base progettuale, in un ordine eterogeneo di componenti e di proposte, che poi si esaurì sostanzialmente in conati terroristici spesso fini a se stessi se non strumentalmente collaterali allo stesso sistema che si intendeva contestare. E che si concluse con un sostanziale mutamento solo del costume, in modo però perfettamente funzionale alle necessità di un ambito capitalistico e borghese, di rinnovare e incrementare se stesso, sulla base di nuovi e più convenienti consumi, persino superando la base degli stessi tradizionali valori borghesi che avevano garantito, ma al tempo stesso limitato, la struttura dei rapporti economici e sociali vigenti. E tanto meno fu la prefigurazione di un regime autoritario fascista in cui i conflitti sociali dovevano essere composti non mediante le rappresentanze politiche e sindacali provenienti dal basso, ma dall’alto dell’autorità di uno Stato-partito, identificatosi, a sua volta, con la volontà del suo Duce – padrone, spesso manovrato da altri padroni “del vapore” e “della terra”.
La rivoluzione fiumana ebbe aspetti patriottici e militari innovativi e soprattutto un condiviso spirito guerriero che i movimenti del 68 e del 77 non ebbero mai, ed ebbe istanze di democrazia altamente avanzate che il regime fascista badò accuratamente ad oscurare e a reprimere anche con estrema durezza e violenza.

Forse la rappresentazione più efficace di queste passioni e di questo clima più diffusi tra i legionari la troviamo meglio in coloro che aderirono all’utopia fiumana prima e al fascismo poi, anche se in seguito, nell’ambito dello stesso fascismo, divennero i suoi più insopportabili e corrosivi critici ed oppositori interni, fino anche a rinnegarne il tragico e grottesco epilogo nella RSI, piuttosto che nei citatissimi protagonisti di questa che impropriamente si vorrebbe dipingere come “festa rivoluzionaria”, i vari Keller, Comisso o Carli, grandi visionari e, nel caso del primo, anche grandi e fantasiosi combattenti. Oppure i Kochnitzky, Malatesta, Marinetti, Bombacci che sì ne furono partecipi ed in parte anche protagonisti, ma che, nel complesso, passarono su Fiume come delle meteore luminose, senza lasciare, come fece De Ambris un lascito fondamentale per il futuro, o senza combattere per quella causa fino alla fine. Come fecero invece quei semplici legionari legati anima e corpo a d’Annunzio i quali non esitarono ad immolarsi per la sua causa, e per i quali la festa stessa coincideva non tanto con le stravaganze poetiche e letterarie o con le trasgressioni del costume e sessuali, ma con la strenua lotta, con la milizia permanente e con le armi che impugnavano fieri in continuazione, primo tra tutte il pugnale dell’Ardito, in una permanente avventura garibaldina. Prendiamone uno, ad esempio, come Marcello Gallian che restò fondamentalmente anarchico e critico corrosivo di un fascismo burocratizzato , o un grande artista e scrittore, come Mario Mariani anch’egli di matrice anarchica, socialista rivoluzionario, contiguo all’arditismo fiumano, decisamente anche avverso ai socialisti di allora che furono contro la causa fiumana, ai quali rivolgeva parole “al vetriolo” imputandoli di mancanza di passione ideale e di carrierismo, mali purtroppo ancora perduranti un po’ in tutto il desolante panorama politico attuale. Protagonisti di allora, poi purtroppo relegati nell’oblio dal “politicamente corretto” ed “economicamente conveniente” che ha dominato e tuttora domina il grande mercato editoriale.
Gallian ci dà nel suo libro “Comando di tappa”, una rappresentazione mirabile e particolarmente efficace, sul piano espressivo, della mentalità della stragrande maggioranza degli adolescenti che allora si diressero a Fiume e che ne furono l’anima rivoluzionaria più creativa ed eversiva, con le seguenti parole: “Giornate fatte di fucili, di bombe a mano, di pugnali neri e lucidi, altri rugginosi e sporchi ancora di sangue, qualcuno senza punta, armi, gallette dure di marinaio e fiori: ferro continuo e mazzi di giardini depredati, che si elevavano al cielo e piombavano poi a terra disciolti. La prima sensazione di allora (avevo diciassette anni), il primo ricordo è tale. La fine della guerra aveva scagliato dentro di noi una furia terribile di guerra, un desiderio feroce continuo di far guerra. Noi bambini (chi scappato di casa, chi scappato di collegio, chi scappato dalle piazze e dalle strade delle città, simili alle case in tutto e per tutto e ai collegi) scappammo a Fiume per sentirci armati come gli altri. Questa è la verità: nessun proposito, nessuno scopo patriottico, nessuna méta filosofica. A diciassette anni avere alla cintola un pugnale vero e nel tascapane (il tascapane perdio) le bombe, vuol dire festa. Domandatelo a chiunque. L’avventura, godere l’avventura pura e semplice. Come Garibaldi in America, a far le navi e gli abbordaggi. Come andare in Africa contro le belve o in Giappone contro i briganti..”

E ancora: “Io ero uno qualunque, che non voleva arrivare a nulla, che voleva soltanto combattere: io non avevo piani stabiliti né progetti. Con chiunque trattavamo del tu, soltanto del tu: “ehi, tu senti un po’” E poi lo si perdeva di vista. C’era un’unica faccia, un unico costume, un’unica forma di pugnale (…) Ho vissuto ore di bellezza spaventosa, da trasecolare e ne provo l’impressione ancora: mangiavo davvero a casaccio nelle case, mi davano fazzoletti puliti e calze nuove e non ricordo davvero i nomi di quei benefattori. Vedevo sorrisi di donne, triste pazienza di vecchi e di vecchie, sento preghiere: le donne come si chiamavano? Chiedetelo ad altri, non a me”.
Gallian fu anche pittore, oltre che scrittore, ma già, come si vede bene dal brano citato, sapeva mirabilmente dipingere anche con le parole il clima non di una élite visionaria, ma il sentimento vero che accomunava lui e i suoi compagni adolescenti, l’autentico spirito della “rivoluzione ardita”, che era al contempo un desiderio di battersi, di avventura e di bellezza, unito a un senso di appartenenza ad una comunità in cui le differenze sfumano, fino a scomparire, fino a fare di Fiume una vera e propria grande “casa comune”, anche e soprattutto tra abitanti e legionari, smentendo così seccamente anche le perduranti bugie sull’insofferenza dei cittadini fiumani verso i legionari.

Quello “spirto guerrier ch’entro mi rugge” di foscoliana memoria potrebbe essere il motto dei giovani arditi fiumani, al pari di altri inventati e anche imposti dal Comandante. Uno spirito che però non si acquietò nella “sera” della rivoluzione, ma ruggì fino all’ultimo, fino al suo sacrificio finale.
La Disperata fu la rappresentazione vivente di quello spirito, essa viene mirabilmente descritta da Comisso con queste parole riferite alla sua nascita ad opera di Keller: “Molti soldati venuti volontari dall’Italia, essendo privi di documenti non erano stati accolti dal comando e invece di andare via si erano accampati nei grandi cantieri navali della città. Andato a vedere cosa vi facevano, trovò che se ne stavano nudi a tuffarsi dalle prue delle navi immobilizzate, altri ricercavano di manovrare vecchie locomotive che un tempo correvano fra Fiume e Budapest, altri arrampicati sulle gru, cantavano. Gli apparvero ebbri e felici, li fece adunare e li passò in rassegna: erano tutti bellissimi, fierissimi e li giudicò i migliori soldati di Fiume. Inquadrò questi soldati, che tutti chiamavano i disperati per la loro situazione d’abbandono e li offerse al Comandante come guardia personale. La sua decisione fece scandalo fra gli ufficiali superiori, ma il Comandante accettò l’offerta. Gran parte del giorno questi nuovi soldati facevano esercizi di nuoto e yoga, cantavano e marciavano attraverso la città a torso nudo, con calzoncini corti, non avevano l’obbligo di rimanere chiusi in caserma, ma gli stessi esercizi con la loro piacevolezza li persuadevano a tenersi raggruppati e alla sera per il loro divertimento se ne andavano in una località deserta chiamata “La torretta”, dove divisi in due schiere iniziavano dei veri combattimenti a bombe a mano, e non mancavano i feriti” E’ questo il nucleo vivente della sintesi delle istanze futuriste, situazioniste, dannunziane e ardite largamente condivise tra la massa dei legionari, e che trovarono attuazione a Fiume in una estate che fu allo stesso tempo il vagito di una nuova umanità e l’inizio del crepuscolo di una rivoluzione mancata. Queste le irruenti e giovani energie che, quando fu loro negato uno spazio organizzativo e disciplinato, per la mancata attuazione dei nuovi programmi istituzionali della Carta del Carnaro e del Nuovo Ordinamento Militare, furono purtroppo ammaliate dall’azione squadrista, dall’illusione di una rivoluzione che, nella buona sostanza, si esaurì in una marcia di sbandati sul tappeto rosso steso loro dal Re e dal Vaticano, mandati avanti da un loro duce che non li guidava alla loro testa, rischiando anche di essere cannoneggiato, come d’Annunzio, ma attendeva l’esito finale con un’auto sotto casa col motore acceso, pronto anche a scappare altrove, se fosse stato necessario.

A nostro parere forse troppo si sta enfatizzando la carica visionaria e utopistica che ebbero esperienze in fondo limitare ed elitarie come la rivista Yoga e quella di Carli, che furono sì straordinarie, sul piano artistico e creativo, ma restarono essenzialmente espressione di “spiriti eletti” che, in buona sostanza, vollero restare tali, come Keller e Comisso, i quali non cercarono né ottennero alcuna larga e piena condivisione, sebbene il loro contributo resti tuttora straordinario, nell’ambito della grande massa dei legionari che parteciparono a quella impresa e che vi credettero fino all’ultimo e che restarono invece indissolubilmente legati al loro Comandante. Egli pure non perse mai i contatti con loro, fino a capire che i sogni di Carli, Keller e Comisso, pur nella loro bellezza e stravaganza, restavano piuttosto sterili e astratti, se non erano capaci di tradursi in progettualità concreta. Per questo egli volle a tutti i costi, con il saggio De Ambris, la Carta del Carnaro ed anche il “Disegno di un Nuovo Ordinamento dell’Esercito-liberatore” Egli aveva capito bene che, senza incanalare quello “spirto guerrier” in una concreta prospettiva sociale e militare, esso rischiava da una parte di perdersi per strada, e dall’altra di essere abilmente strumentalizzato e manovrato in altro ambito. La storia gli ha dato ampiamente ragione.
Ha ragione Claudia Salaris quando afferma che “La rivoluzione di Fiume non è solo politica, ma anche esistenziale. La scelta di superare il vecchio assetto istituzionale, rielaborando l’ordinamento costituzionale e quello militare, s’accompagna all’ambizioso obiettivo di cambiare la vita”
Però forse ella trascura il fatto che a Fiume ambito militare, politico ed esistenziale non sono separati, ma costituiscono un tutt’uno, almeno nella massa dei giovani Arditi fiumani, tanto che non vi è in loro alcuna distinzione tra azione politica, intervento militare, progettualità sociale, dimensione esistenziale e quotidianità di vita. La vita stessa dei legionari è un insieme vivo e palpitante di queste che per noi sono componenti eterogenee, e che da loro, invece, furono sperimentate e vissute all’unisono con piena immediatezza. La festa è la stessa guerra al sistema che si vuole abbattere, la guerra è la stessa eversione di vita con cui si trasgredisce il senso comune in tutti gli ambiti, compreso quello sessuale. L’economia non è una arida quanto sterile teoria giustificatoria di assetti predatori, ma la risultante di azioni creative, di iniziative anche al limite del paradossale però largamente condivise nella loro efficacia e sinergia. L’uomo di Fiume, la donna di Fiume sono, nella loro essenza ed espressione, l’incarnazione di una “nuova umanità”, avanti secoli rispetto alla loro contingenza e senz’altro, anche solo dopo uno di questi secoli, anche rispetto alla nostra. E’ l’arte che si fa vita, l’immaginazione che prende il potere, il lavoro che lavora rigettando la fatica, è la comunità che abbatte le classi sociali, in un arengo partecipativo che non esclude nessuno, tanto meno le donne, ma esige impegno da tutti, secondo il meglio di ciascuno. E’ il nuovo orizzonte globale in cui il capitalismo e la mentalità borghese non hanno più cittadinanza né ragione d’essere.

Tutto questo lo vedremo meglio analizzando nello specifico sia la Carta del Carnaro, sia il “Nuovo ordinamento militare”. Per ora, prima di tornare alla narrazione degli eventi storici correnti, ci basti aver cercato di cogliere quale fu il “senso comunitario” dell’impresa, la sua “anima profonda”, quella che realmente e concretamente fu condivisa ed ispirò i giovani legionari poco più che adolescenti, nella lor stragrande maggioranza, anche se ovviamente le punte avanzate di essa, di cui oggi finalmente si parla in abbondanza, restano di sicuro uno degli aspetti più significativi ed affascinanti della storia di Fiume rivoluzionaria. Per questo però ci sono già varie pubblicazioni, tra le quali suggeriamo, oltre al libro di Claudia Salaris, già citato, in particolare, la recente raccolta di scritti di Guido Keller: “Ala = Pensiero e Azione” curata dal Alessandro Gnocci con una sua pregevole introduzione, il libro “Yoga” curato da Simonetta Bartolini, o i libri di Mario Carli, primo tra tutti “A Fiume con D’Annunzio” . Per leggere invece tuttora le esperienze di quei giovani di allora, magari anche illustrate dalla loro stessa mano, suggeriamo il “Diario Fiumano” di Luigi De Michelis o quello di Carlo Otto Guglielmino, recentemente ristampato: “Una grande avventura”, e persino il recente romanzo storico di Orlando Donfrancesco “Sulla cima del mondo” che ripercorre le tappe di quella impresa con gli occhi e lo stile futuristico dei legionari di allora. A tutti questi si aggiungano anche gli scritti che in forma di diario venato di letteratura ed autobiografismo descrivono l’impresa, di autori come Edoardo Susmel, Gino Berri, Mario Maria Martini, Giuseppe Moscati, Riccardo Frassetto e ovviamente anche quelli di Giovanni Comisso, Mario Carli e Leone Kocknitzky

Senza comprendere a fondo quello “spirto guerrier” che fu l’anima della “rivoluzione ardita”, senza capire il perché della sua mancata canalizzazione ed attuazione in un progetto istituzionale completo, come si volle allora, con i due documenti prima citati sull’ordinamento sociale e militare, e focalizzando soprattutto o soltanto esperienze e aspetti che pur straordinari, restarono minoritari, noi non avremo mai una cognizione chiara di come tale spirito, una volta “tradito”, debordò in altra “ardita lotta armata” sia nelle file fasciste sia in quelle degli Arditi del Popolo, né comprenderemo mai a fondo lo sbandamento e il disorientamento, al limite della dissociazione mentale ed esistenziale, di molti di quei reduci che furono costretti con la violenza e dopo essersi battuti fino al sacrificio della loro vita, a lasciare la città di Fiume giustamente definita la “città di vita”, perché il suo abbandono corrispondeva alla stessa perdita di una vita così come essi ritenevano si dovesse essere degni di viverla.

I molti elementi che la caratterizzarono nella sua “unicità” e originalità, sono ben descritti dallo stesso Guglielmino nella introduzione al suo libro-diario così: “una impresa curiosa e generosa nella quale troviamo fusi contrastanti elementi: la intelligenza raffinata di un grande artista e la semplicità, quasi infantile, di rozzi arditi; lo spirito cosciente di sacrificio di ufficiali valorosi, convinti dell’importanza e della delicatezza della causa alla quale si erano votati, il coraggio a volte spavaldo, a volte disperato, di esaltati che spesso fu duro compito tenere a freno, sempre sul punto di sconfinare al di là del lecito e del giusto, pronti a pagare, e con generosità, di persona, anche quando il prezzo era rappresentato dalla loro stessa vita”
Un “unicum”, quindi, che non può essere scisso nelle sue molteplici sfaccettature, così come non può essere diviso in frammenti di luce un magnifico caleidoscopio. Chi studia oggi tale fenomeno è dunque chiamato a guardare con coraggio e stupore proprio tale caleidoscopio nel suo insieme, senza perdersi in ogni singolo aspetto della sua variegata luminosità interna.
Per tornare, dunque, alla narrazione degli eventi correnti seguiamo proprio il diario di Guglielmino
“6 LUGLIO

E’ giunto in porto, dirottato da un gruppo di Arditi saliti a bordo durante la navigazione, il piroscafo “Trapani”, di seimila tonnellate, carico di ogni ben di Dio: sacchi di farina, di legumi secchi, di patate, di frutta e di altre vettovaglie destinate alle truppe governative dislocate a Sebenico.”
Come è ben chiaro, quindi, Fiume continuava a sopravvivere soprattutto grazie alle straordinarie imprese avventurose dei suoi “Uscocchi” e a dispetto delle mire predatorie delle grandi potenze imperialiste di allora garantite da una Società delle Nazioni nata appositamente a tal scopo.
Anche Fiume predava, ma, come il suo Comandante, aveva e prendeva solo ciò che donava.
A luglio giunse a Fiume anche un comitato toscano costituitosi per ospitare nella sua regione i bambini di Fiume, accolto calorosamente dalla popolazione locale. Anche questa volta, con un suo discorso, il Vate non poté esimersi dal lodare, con i suoi consueti toni accesi ed eleganti, l’iniziativa di soccorso dei “méssi di Dante venuti alla riva del Carnaro con l’olio e l’aroma per gettarli sopra la fiamma del rogo fiumano” Anche a loro d’Annunzio ribadiva che “Per difendere la Causa, che è la Causa di tutta la Patria presente e futura, sono pronto a tutto: alle repressioni più sanguinose come ai combattimenti più folli
Oda chi deve udire. Intenda chi deve udire”

Era del tutto evidente che, a dover intendere, con occhi ed orecchie tali da recepire quel messaggio, erano sia gli autonomisti zanelliani che brigavano contro di lui in città sia Caviglia e le sue truppe che la stringevano d’assedio. Di Caviglia, in ogni caso, c’era da fidarsi ben poco, nonostante i suoi messaggi apparentemente conciliatori, egli attendeva solo il momento opportuno, quello in cui la politica, spenti i riflettori dell’opinione pubblica, gli avrebbe dato l’ordine di attacco.
Lo aveva già detto a chiare lettere a Nitti prima ancora della sua caduta, distinguendosi così sia da Pittaluga che da Badoglio molto più concilianti di lui verso il Comandante.
Ricordiamo che già all’indomani dell’impresa egli si era rivolto al capo del Governo con le seguenti parole: “I corpi che direttamente o indirettamente hanno preso parte alla defezione dovrebbero già essere sciolti, e tutti gli ufficiali, che sono fuori della legge, cancellati dai ruoli. Tutte le responsabilità militari dirette ed indirette debbono essere inesorabilmente colpite, siano dell’esercito, come della marina. Prendendo queste misure tutti rientreranno nell’orbita del loro dovere…” Lo stesso Caviglia nel suo libro di memorie fiumane è ben lungi da rivolgere parole di stima verso d’Annunzio che tratta con sommo disprezzo anche per ciò che fece in guerra. A pag. 152 del suo libro “Il conflitto di Fiume”, titolo emblematico che risolve tutta l’impresa in un mero “conflitto”, egli scrive testualmente: “Ma egli non è un vero uomo d’azione; non è capace di proporzionare i fini ai mezzi, od ai mezzi il fine; e se le circostanze gli preparano i mezzi, egli non li sa coordinare; e se qualcuno li coordina, egli non li sa guidare. D’Annunzio avrebbe finito col fare più male che bene all’Italia. (…) Ma io ho sempre voluto escludere l’Italia da simili calamità, e questa preoccupazione rendeva per me disgustose le manovre di d’Annunzio” Egli, che in tutto il suo resoconto vuole risaltare per le sue virtù di devozione alla Patria e di suo salvatore, non esita, in certi punti a mentire spudoratamente, come nel finale quando parla dei legionari usciti da Fiume che si meravigliarono per il trattamento bonario a loro riservato. Quando tratteremo l’argomento porteremo, invece, precise testimonianze della violenza brutale esercitata dalle truppe regie nei loro confronti.
Ma torniamo agli eventi cruciali del luglio 1920 e, tra questi, soprattutto all’eccidio di Spalato.
Nel regno jugoslavo le notizie sulle manovre fiumane per smembrare quella configurazione geografica dell’espansione serba nei Balcani erano ormai abbastanza note e si corse ai ripari con una intensa propaganda antitaliana in Istria e nella Venezia Giulia
Così, l’undici luglio a Spalato durante un assalto ad un caffè italiano, vennero circondati e minacciati alcuni nostri ufficiali della nave Puglia.

Nella motivazione stessa della Medaglia d’Oro alla memoria concessa al comandante Tommaso Gulli c’è tutta la dinamica dell’attacco a tradimento, quando si ricorda che egli “avendo avuto notizia che i suoi ufficiali erano assaliti da una folla di dimostranti, si recava prontamente a terra con motoscafo, consciamente esponendosi a sicuro rischio di vita, col solo nobile scopo di proteggere e ritirare i suoi ufficiali. Fatto segno a lancio di bombe e scariche di fucileria, benché ferito a morte, nascondeva con grande serenità di spirito la gravità del suo stato e, con contegno eroico e sangue freddo ammirabile, manteneva l’ordine e la disciplina tra i suoi subordinati evitando che nella eccitazione degli animi il Mas col cannone e poi la Puglia con le artiglierie usassero rappresaglia. A bordo, sottoposto a urgente operazione chirurgica, moriva poco dopo, fulgido esempio di alte virtù militari.”.
L’onta per quei fatti delittuosi non passò invendicata e, appena ne giunse notizia a Fiume, immediatamente vi fu una forte reazione. Lasciamo che a raccontarcela sia ancora una volta il diario di Guglielmino

“Disordini in città. Gruppi di fiumani hanno saccheggiato e dato alle fiamme negozi e abitazioni di croati. Il furore popolare è scoppiato non appena si è sparsa la notizia dell’eccidio di Spalato dove alcuni ufficiali della R.N. “Puglia” scesi a terra sono stati aggrediti dai croati e dai serbi. Furono uccisi il capitano di corvetta Tommaso Gulli e il motorista Rossi, feriti i tenenti di vascello Fontana e Catalani e il sottocapo meccanico Pavone. Tra essi sono due liguri. Il Comandante ha diramato un ordine del giorno alle truppe in cui è detto tra l’altro:
“Compagni, il laido porcaro serbo, a tradimento, ancora una volta ha sparso il latin sangue gentile. La bestia jugoslava, che non è nata se non dal vomito estremo dell’avvoltoio austriaco ferito a morte, ha aggredito una volta nell’ombra gli inermi, ignobilissimamente. Lo schifo supera la collera”
Un gruppo di aviatori, capeggiati da Keller, ha chiesto udienza al Comandante. Vogliono compiere una azione di rappresaglia contro opere militari jugoslave. D’Annunzio li placa. Viene pubblicato un manifesto che è un appello alla cittadinanza perché non venga oltre turbato l’ordine pubblico.”
Caviglia dunque si sbagliava, d’Annunzio non solo era uomo d’azione ma anche molto avveduto e con la testa sulle spalle.
Tra i vari interventi pubblici del Comandante in quel caldo mese fiumano, ricordiamo quello per concedere la medaglia di Ronchi alla squadra di Mitragliatrici Autoblinde che per prima passò la barra durante la marcia del 12 settembre 1919. “Per le schegge di quella barra, ecco la medaglia di Ronchi. Ecco il segno dei liberatori, per quell’urto audacissimo che risonò non soltanto nella luce marziale del meriggio, ma in tutto lo spazio spirituale dell’avvenire”
E ancora, facendo riferimento a ciò che tuttora decora la medaglia: “Sotto l’aquila di Roma e sopra i pugnali branditi è inscritta la parola romana che il 12 settembre facemmo nostra: Hic manebimus optime

Sì, compagni, qui ottimamente rimarremo, ma per andare oltre, per andare più oltre”
Il 21 luglio venne rievocato il sacrificio di Francesco Raimondo, fervido irredentista nato a Spalato arruolatosi nei bersaglieri ciclisti, con la volontà di andare in prima linea. Egli fu ferito e preso prigioniero durante un contrattacco austriaco il 21 luglio 1915, di lui si seppe che morì in un disperato tentativo di rivolta in un campo di concentramento austriaco e divenne nelle parole del Vate “l’Assunto di Dalmazia.”
“Allora ancora una volta la baionetta italiana aperse il varco. Allora il grido italiano anche una volta ruppe il cerchio ferrato.
V’era una baionetta due volte italiana: la baionetta di Dalmazia. V’era un grido due volte italiano: il grido della Dalmazia.

V’era Francesco Raimondo, V’era la forza di Spalato, v’era la passione di Spalato
Come fu egli colpito? Dove fu egli ferito? Chi lo trascinò?
Gli antichi nostri immaginavano che i giovani eroi cari agli Iddii, scomparissero, nel folto della battaglia, rapiti da una nuvola di fiamma o ingoiati da una subitanea voragine..
(…)

Il suo sangue è splendore perenne.
Egli fu l’assunto
Egli è, nei secoli dei secoli, l’Assunto di Dalmazia.
Egli non ha volto per noi. Il suo volto non è se non un luogo di luce”
In quell’occasione d’Annunzio ebbe modo di ricevere anche alcuni corrispondenti della stampa italiana, i quali avevano sollecitato una intervista per conoscere meglio la situazione politica di Fiume. D’Annunzio ribadì che il suo interesse primario era quello di salvare l’italianità sia della Dalmazia che di Fiume, riaffermando anche le ragioni del Patto di Londra, se l’Italia non avesse potuto procedere all’annessione di Fiume. Concluse con la secca smentita che a Fiume regnasse il caos, invitando ciascuno a girare per la città per rendersene conto. E ammonì la Società delle Nazioni a star fuori dall’amministrazione di Fiume altrimenti l’avrebbe accolta “con le bombe a mano”

L’energia del Comandante era anche, per come ce la descrive Comisso, davvero “sovrumana” almeno a confronto di altri che avevano un’età più giovanile e si occupavano di molto meno, o anche paragonata alla profonda depressione che lo assalì dopo che fu conclusa quella fulgida stagione “delle stelle danzanti”, e pur soffrendo per la riacutizzazione dei disturbi oculari, forse dovuta alla sua intensa lettura, all’uso della sua “corroborante polvere bianca”, al caldo e alla luminosità intensa dell’estate del Carnaro.
Le parole più intense di quel luglio che fu la massima estensione, come nel solstizio d’estate, della luce della città di vita sul mondo e che tra non molto sarebbe stata destinata al tramonto, il Comandante le rivolse ai suoi Arditi.
“Nell’età delle pantofole e della poltrona, io scelsi il seggiolino e la cinghia della carlinga. E dove vi fu d’osare l’inosabile, là io fui. Guardai fiso la morte con un occhio come l’avevo guardata con due. Fui il primo a Pola, il primo a Cattaro, il primo a Vienna. Ero al Veliki, ai Faiti, al Timavo. Servii sul mare e sotto il mare. Nella notte di Buccari giurai a me stesso che avrei salvato Fiume. E nella notte di Ronchi tenni il giuramento. Di qui partirò per sciogliere un più arduo voto.

Non mi vanto. Dico che la mia parola ha peso appunto perché non diedi mai alla mia vita alcun peso” Una serie di azioni eclatanti e tutte documentate che forse Caviglia aveva dimenticato bollandolo con un: “non è uomo vero d’azione” e aggiungendo anche sprezzante, a proposito delle imprese belliche del Comandante: “Sorvolo sulla vita di guerra di D’Annunzio. Per noi delle trincee le sue imprese belliche avevano l’aria di scampagnate..” aggiungiamo..di quelle però in cui ci puoi anche rimettere anche un occhio della testa. Ma d’Annunzio prosegue: “Così la Grande Guerra – quella che ha alternato tutte le atrocità con tutte le ignominie, e l’impudenza senile con la stupidità belluina; quella che ha propagginato l’eroismo, abbattuto le cattedrali, arso le sedi della sapienza, sconvolto i lineamenti di Cristo, lacerato il grembo della madre di Dio; quella che ha distrutto il fiore di tutte le arti e inventato l’orrore irto dei congegni mostruosi – la Grande Guerra in un’ora d’ispirazione dionisiaca ha fatto anch’essa una statua: una sola statua, una sola forma di umanità eroica, tale che non la supera nessuno dei simulacri offerti al santuario di Delfo in gloria degli atleti cantati da Pindaro: una sola: l’Ardito d’Italia
E’ questo un meraviglioso privilegio. Si vede che la nostra Patria è tuttora cara al suo Dio.
Preserviamo il privilegio. Custodiamolo.
E’ per la salvezza. E’ per la grandezza…”
Altro che d’Annunzio militarista e guerrafondaio! Il Vate si rivela perfettamente consapevole della miseria orrenda di una guerra che aveva mietuto 680.000 vittime, provocato più di un milione di mutilati e dispersi e altri milioni di feriti. Però, in essa, è anche consapevole che è nata una nuova forma di umanità, non a caso chiamata “dionisiaca”, perché irriducibile ad ogni sopraffazione, allegra nella sua spavalda ed irrefrenabile vitalità vincente, inesorabile contro chi le si oppone. L’Ardito d’Italia è davvero, nella prefigurazione dannunziana, non l’embrione dello squadrista, ma il modello più puro del nuovo italiano, geniale, coraggioso e leale e combattivo. Un retaggio cavalleresco destinato però a quei pochi giovanissimi italiani legionari di allora i quali però se in seguito hanno subito notevoli contraffazioni, purtroppo non hanno avuto, al contrario, nel tempo una prole più autenticamente numerosa.

Il vero monumento a tale nuova umanità saranno appunto la Carta del Carnaro ed il Nuovo Ordinamento Militare, anima purissima della bacchica coralità della “Rivoluzione Ardita”

 

© Carlo Felici
12 continua

 

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Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava

Parte nona

Parte decima

Parte undicesima 

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Riguardo l'Autore

Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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