domenica, 28 Novembre, 2021

L’ora della buona politica e della buona morte

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Sono le Marche ad aggiudicarsi il primo via libera per procedere all’eutanasia di un tetraplegico, assistito dall’Associazione Luca Coscioni.
Il percorso giudiziario non è stato affatto semplice: sono serviti due ricorsi al TAR e la messa in mora dei ministri Caltabia e Speranza perchè le autorità sanitarie e il Comitato Etico autorizzassero il richiedente alla “dolce morte”.
La notizia deflagra nonostante solo pochi giorni fa la le commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera abbiano già proposto un rinvio della calendarizzazione del DDL Eutanasia (o Provvedimento sul Fine Vita, nel suo tono più edulcorato) al 29 novembre, dopo il precedente rinvio a fine ottobre.
L’ostruzionismo della Lega ha così ottenuto l’ennesimo rinvio, accampando pretesti legati alla già cospicua mole di lavori che impegnano le Aule in queste settimane, a cominciare dal dibattito sulla riforma del processo civile.
Sono circa 380 gli emendamenti ancora da votare, e Bersani si è già detto preoccupato che anche questo progetto possa finire come il DDL Zan.
Eppure sono già trascorsi due anni da quanto la Corte Costituzionale, con sentenza 242/2019, dichiarò la “non legittimità costituzionale” dell’articolo 580 del codice penale: il caso Cappato, allora, portò gli ermellini di Palazzo della Consulta a ritenere non punibile chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio”, seppur in determinate condizioni e con parere vincolante di comitato etico e autorità sanitaria. E questo è quanto nella realtà dei fatti è accaduto ad Ancona oggi.
Ancora una volta, dunque, la Storia si manifesta senza passare dalle carte, dagli archivi nè, men che meno, dalle aule parlamentari.
Avremmo bisogno di un novello Loris Fortuna, hic et nunc: partigiano, socialista e primo firmatario della prima proposta per legalizzare il divorzio (era il ’65 e Nenni calmò le acque). Nel 1970 riuscì, nonostante l’opposizione scudocrociata e coinvolgendo comunisti, radicali e liberali, a far approvare la prima proposta di legge sul divorzio, di cui conosciamo i felici esiti.
Non domo, poco dopo passò al tema dell’aborto e ne ottenne con referendum la depenalizzazione. Nel 1984, infine, fu lui a sollecitare il Parlamento per nuove norme sulla tutela della dignità del malato e una disciplina completa sull’eutanasia passiva. I tempi del resto non erano ancora maturi, considerato il trono bicefalo di Wojtyla e Andreotti che incombeva allora sulla politica italiana.
Stavolta è stata l’iniziativa popolare a depositare a maggio scorso il testo per la proposta di legge, quello su cui iniziano a schermirsi destra e sinistra con i primi reiterati rinvii. Come se un milione e 214 mila italiani non avessero abbastanza rilevanza, o come se l’articolo 91 della Costituzione fosse robetta.
Nel 1700 fu già David Hume, sia nel suo Trattato sulla natura umana che nei suoi Saggi, ad affrontare il tema del suicidio; ponendo asetticamente in questa categoria anche l’eutanasia, egli chiese a gran voce ” lasciateci tentare di ricondurre gli uomini alla libertà originaria, fino a mostrare che l’azione del suicidio può essere sciolta da ogni imputazione di colpa e di biasimo”, finendo col dimostrare quanto evoluta sia una società che non schernisca chi decida di abbandonare volutamente la società stessa, e per sempre.
Sono trascorsi tre secoli dal periodo dei Lumi, e ancora oggi si stenta ad affermare e condividere universalmente valori che dovrebbero invece essere lapalissiani. Ancora una volta, è evidente, toccherà alla Sinistra farsi paladina di una causa che disturba i sogni del più destroso oscurantismo.
Potrebbe essere un’ottima occasione per ricompattare l’ala, superando le mutevoli e mutanti dissidie delle troppe correnti interne. Lasciarsi scappare anche questa opportunità di rivendicare piena autorità politica e culturale nel Paese, sarebbe più di un autogol: sarebbe un sucidio. L’ennesimo. E non autorizzato.

 

Lucia Abbatantuono

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