martedì, 22 Giugno, 2021

BOCCIATI SULLA SCUOLA

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Dopo gli interventi dei vertici nazionali della scuola di Cgil, Cisl, Uil e della Gilda , chiudiamo la panoramica di inizio 2021 sulla scuola con un’intervista a Luca Fantò, componente della Direzione nazionale del Partito, e referente per scuola, università e ricerca.

 

L’organizzazione del trasporto mi sembra che oggi sia il problema dei problemi della scuola. Si poteva fare di più e meglio?
«Certamente. Le scuole si sarebbero potute tenere aperte da settembre. Purtroppo a livello locale si è preferito ignorare la questione dei trasporti e dei controlli alle fermate degli autobus e davanti alle scuole e così la chiusura è stata inevitabile. Noi socialisti, anche grazie all’impegno del nostro senatore, Riccardo Nencini, che si è battuto contro tutto e tutti in Parlamento, da giugno scorso abbiamo chiesto al Governo e alle Regioni interventi sui trasporti e sui controlli ma troppo spesso, evidentemente, siamo rimasti inascoltati. Fortunatamente oggi, alcune Regioni sembrano essersi attivate , ad esempio in Toscana è stato possibile far tornare i ragazzi a scuola, seppur per il 50 per cento delle ore. E’ la dimostrazione che se politici e amministratori locali si fossero attivati sin da giugno scorso, come hanno fatto le scuole, i dirigenti scolastici ed i docenti, le scuole superiori non sarebbero state costrette a chiudere. Per fortuna il Governo ha attivato i prefetti che hanno accelerato, se non attivato ex-novo, ciò che avrebbero dovuto fare da tempo gli amministratori dei territori».

 

Come giudichi la didattica a distanza? Va promossa o bocciata?

«La DaD si è dimostrata un utile surrogato alla didattica tradizionale ma non può che essere una soluzione tampone, temporanea, poiché non riesce assolutamente a contribuire alla formazione e all’istruzione della gran parte degli alunni che più restano in DaD e più tendono a perdere quanto hanno acquisito in presenza nei precedenti anni scolastici».

 

Quali sono, invece, i problemi storici della scuola che la pandemia ha messo in secondo piano?
«La pandemia ha congelato la situazione e quindi le criticità presenti al momento dello scoppio dell’emergenza sanitaria. La precarietà del personale scolastico, il sovraffollamento delle classi, l’autonomia ridotta a oneroso carico amministrativo e burocratico, una costante e pervasiva incertezza. Tutti questi problemi ce li ritroveremo una volta superata la drammatica situazione creata dal coronavirus».

 

Le Regioni si sono sostituite al ministero perché l’intervento dello Stato è stato inadeguato e tardivo? O dietro ci sono scelte politiche ben precise dove la scuola è il mezzo ma non il fine?
«Come accennavo prima, le responsabilità nella cattiva gestione della pandemia ricadono anche sulle Regioni, alcune più di altre. Per ciò che riguarda l’impatto sulla didattica e sulla percezione stessa delle Istituzioni tra i cittadini, le Regioni con le loro variegate chiusure, hanno responsabilità enorme. L’impressione è che alcune Regioni, o meglio i governi di alcune Regioni, abbiano badato più alla forma che al contenuto del loro agire. Spero ciò sia avvenuto più per incapacità che per calcolo elettorale. Lo Stato ha agito rapidamente. A volte nella maniera più opportuna, ad esempio sostenendo fin da giugno scorso le scuole negli interventi di sanificazione e riorganizzazione degli spazi, o, più tardi finanziando il potenziamento del trasporto pubblico; altre volte in maniera assolutamente poco efficace. Evidenziare ancora una volta la questione “banchi a rotelle” sembra quasi un accanirsi ma, purtroppo, dà molto il senso degli errori commessi».

 

Legge di Bilancio e Recovery Plan. Si poteva e si doveva fare di più?
«Il Recovery Plan, non è certamente un piano rivoluzionario, tuttavia, per ciò che riguarda istruzione e università si pone degli obiettivi condivisibili: la riduzione della dispersione scolastica, il potenziamento delle Stem, della lingua italiana e di quella inglese, la riduzione del divario generazionale e tra i territori, il potenziamento dei servizi di asilo nido e prima infanzia, il contrasto alla povertà educativa.
Il Recovery Plan, però, non affronta alcuni punti critici come la precarietà ormai strutturale di tutto il personale scolastico e il sovraffollamento delle classi.
Nel Recovery Plan ci sono però almeno due punti che ci lasciano perplessi. Innanzitutto si parla di merito, ma dopo la mancata rivoluzione liberale del ventennio berlusconiano, la nostra società ha identificato il denaro come parametro di riferimento per premiare il merito. Per noi socialisti così non può essere. E’ importante che il merito venga riconosciuto non attraverso incentivi economici ma attraverso una maggior condivisione di responsabilità (che ovviamente comportano anche gratificazioni economiche). Manca però nel Piano la proposta su chi e come verrebbero individuati i meritevoli.
L’altra possibile criticità sta nei notevoli finanziamenti per potenziare il segmento tra 0 e 6 anni. Il rischio, e noi socialisti auspichiamo non sia così, è che tali interventi, insieme all’aumento dei fondi per fondo asili nido e scuole infanzia (legge 160/2019 art.1 comma 59), siano il modo per finanziare le scuole private. Noi socialisti riteniamo opportuno che lo Stato sollevi da tali oneri le scuole private.
Il Recovery Plan prevede molti finanziamenti e novità per la Ricerca, benissimo.
Per ciò che riguarda l’Università, positivo puntare sulle lauree abilitanti ovvero in grado di permettere ai laureati di accedere direttamente agli esami di abilitazione alla professione.
Ma noi socialisti evidenziamo il fatto come nel Piano non si parli di abolizione del numero chiuso per l’accesso all’università che invece riteniamo sia opportuno dovrebbe affrontare».

 

Ribadiamolo ancora una volta: perché il Partito socialista punta sulla scuola pubblica?
«Le ragioni possono apparire ovvie ma purtroppo non lo sono. La prima è che dovere dello Stato (e non delle Regioni qualora si rendessero autonome) è dare a tutti i suoi giovani pari opportunità di istruzione e formazione. Un compito dello Stato ingiustamente assegnato alle scuole paritarie e private. Soprattutto se si considera che, e questa è la seconda ragione, che il legittimo obiettivo delle scuole private, come di tutte le aziende, è fare profitto…».

 

Come sarà il futuro prossimo venturo? Cioè, quando finirà (perché prima o poi finirà) questa pandemia sarà andato tutto bene per la scuola o ci ritroveremo con più macerie sociali che alunni?
«Quando finirà, e finirà, la scuola, l’università e la ricerca in Italia risulteranno certamente più forti. Dalle crisi si esce sempre migliori. Per ciò che riguarda l’Istruzione pubblica, avremo docenti preparati in maniera più completa, ancora più consapevoli. Avremo scuole organizzate meglio, forse avremo anche studenti più consapevoli. Ma, soprattutto se le risorse del Recovery Plan non saranno usate al meglio, non troveremo risolti i problemi più antichi. Quelli mai affrontati o addirittura aggravati dai Governi degli ultimi venticinque anni.
Noi siamo socialisti, siamo consapevoli del fatto che tutti debbano avere eguali possibilità di fare della propria vita la rappresentazione del proprio essere. Non tutti la pensano come noi. Alcuni pensano che sia legittimo immaginare un mondo in cui i migliori si pongano alla guida della società. Nelle aule scolastiche e insieme ai giovani studenti universitari noi socialisti dobbiamo giocare la nostra battaglia per una società futura giusta e solidale».

 

Antonio Salvatore Sassu

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