domenica, 26 Settembre, 2021

Luca Fantò
Il Reddito di cittadinanza, strumento utile ma che va migliorato

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La povertà ha più volti, tutti orribili e non è possibile immaginare che con essa si combatta una battaglia fatta di personalismi e opportunità elettorali.

E’ di poche settimane fa l’apprezzabile posizione presa dal Presidente del Consiglio in merito al Reddito di cittadinanza.

In poco meno di 5 anni, tra il 2014 ed il 2019, ben tre misure di sostegno al reddito si sono succedute. Oggi tale sostegno si può avere con un Isee sotto i 9360 euro annui e dando la propria disponibilità a sottoscrivere un Patto per il Lavoro della durata di 18 mesi rinnovabili.

In Italia spendiamo almeno 107 miliardi di euro per l’assistenza (dato del 2019).

Il Reddito di cittadinanza proposto dai “pentastellati” non ha certamente risolto i problemi che si proponeva di risolvere. La pretenziosa vittoria sulla povertà è ben lungi dall’arrivare, troppi ne hanno approfittato irregolarmente e molto poco si è fatto sul piano dell’inserimento nel mondo del lavoro.

Tuttavia, in epoca “Covid”, il Reddito di cittadinanza si è dimostrato uno strumento utile per ridurre i danni della crisi economica che ha colpito soprattutto gli strati meno abbienti della popolazione.

Germania, Danimarca, Belgio, Inghilterra e Irlanda, hanno già importanti strumenti di inclusione sociale, è ora che anche l’Italia faccia altrettanto, non abolendo il Reddito di cittadinanza ma modificandone la visione, i criteri di accesso, le modalità di concessione e organizzazione per potenziarne gli effetti. E’ quindi giunto il momento di rivedere questo strumento, prettamente assistenzialistico, per migliorarlo, per tutelare chi ha effettivamente bisogno, per distinguerlo dalle misure di ricerca attiva del lavoro che devono avere un altro percorso legislativo ed economico.

Esiste infatti una povertà “strutturale”, legata al degrado culturale e sociale e alle patologie stabili che impediscono il lavoro e l’autonomia economica. Tale povertà è molto difficile da aggredire ed è destinata ad essere “assistita” per tutta la vita. Esiste però una povertà “temporanea”, legata a scarsità di reddito per assenza o insufficienza di redditi da lavoro e che riguarda persone in età attiva e senza problemi di salute.

Nel dibattito che da mesi dilaga nel nostro Paese la distinzione tra i due generi di povertà sembra essere sfuggita.

Ci sono inoltre altri aspetti specifici che ingenerano iniquità: il moltiplicatore troppo basso per le famiglie numerose che in proporzione prendono meno dei single; la possibilità reale di cumulo con lavori stagionali (oggi non esiste); l’aliquota marginale troppo alta per cui più si lavora più il reddito cala; la necessità dei 10 anni di acquisizione della cittadinanza italiana.

L’attuale Reddito di cittadinanza dunque non prevede una distinzione tra le due forme di povertà, strutturale e temporanea.

Per riformare profondamente l’attuale Reddito di cittadinanza, è necessario quindi distinguere gli interventi a contrasto della povertà strutturale dagli interventi legati al reddito eccessivamente basso per assenza o insufficienza di redditi da lavoro. Serve certamente un assegno di cittadinanza che garantisca la dignità dei cittadini, sapendo che durerà tutta la vita, ma per la povertà “temporanea”, servono azioni di inserimento al lavoro guidato, sostenuto economicamente nelle fasi di formazione e di ricerca attiva. E’ necessario un incremento delle risorse del Fondo per le politiche attive del lavoro, risorse necessarie a finanziare assegni di partecipazione a corsi formativi, a favorire la riqualificazione professionale necessaria ad un’efficace ricerca del lavoro, a ricollocare il personale in seguito a crisi aziendali irreversibili. Si dovranno rimandare a scuola i tanti senza titoli (il 72% di chi incassa il Reddito ha al massimo la licenza media). E poi la formazione. La formazione è la grande sfida per uscire dalla povertà non dovuta a condizioni di salute e alla partecipazione ai corsi va legata l’erogazione dell’assegno mensile.

Più in generale, dopo il fallimento delle politiche economiche ma anche di assistenza reso evidente dalla crisi economica del 2008 e dalla pandemia che ci perseguita dal 2019, è giunto il momento di riordinare tutta la spesa assistenziale oggi molto frammentata e non sempre ben distribuita. Per far ciò sarebbe utile una Commissione parlamentare che preveda una rappresentanza ampia di forze politiche ma un tempo limitato per farlo. I socialisti italiani potrebbero farsene promotori.

 

Luca Fantò

Segretario PSI provincia di Vicenza e membro della Direzione nazionale del PSI

Alberto Leoni

Coordinatore veneto “Socialismo XXI secolo”

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