martedì, 28 Settembre, 2021

Luigi Sbarra, Cisl: «Legge di Bilancio dal fiato corto”

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Mentre procedono i lavori alla Camera per l’approvazione nei tempi previsti, le perplessità espresse da Cgil, Cisl e Uil sui metodi e sui contenuti della Legge di Bilancio restano uno dei punti focali del dibattito politico, assieme a Mes, Recovery Fund e Patrimoniale. Abbiamo fatto il punto della situazione con Luigi Sbarra , Segretario Generale Aggiunto della Cisl.

 

Anche la Cisl si è lamentata che non c’è stato il coinvolgimento dei sindacati in fase di stesura della Manovra. Perché? Come ha agito il governo?
«Il DDL Bilancio è stato scritto nelle stanze chiuse del Consiglio dei ministri, con una impostazione unilaterale inaccettabile. Siamo stati convocati dal premier solo dopo il varo del provvedimento, in una occasione del tutto informativa. Dopo l’importante esperienza di marzo e aprile, con l’apertura a un metodo partecipato nella gestione della crisi e la costruzione concertata dei protocolli sulla sicurezza, ci aspettavamo un approccio coerente e incentrato sulla corresponsabilità sociale nelle scelte strategiche. Invece si è tornati ad una verticalizzazione delle decisioni, secondo una “vecchia scuola” che in questi anni ha portato solo allo stallo delle riforme. E che, specialmente oggi,  è l’esatto contrario di quello che serve al Paese. Questo modo di gestire l’Agenda-Sviluppo non poteva che produrre una Manovra debole e sfocata, incapace di innescare processi di crescita e integrazione e di rispondere con adeguato vigore all’emergenza sociale in atto».


Qual è la posizione della Cisl sulla Legge di Bilancio? Quali sono le carenze ed, eventualmente, gli aspetti positivi? Quali sono i settori trascurati, proprio dimenticati, e quale dovrebbe essere adesso il ruolo del Parlamento pur con la scadenza del 31 dicembre ormai alle porte?

«Guardi, alcuni elementi sono condivisibili, a cominciare dalla proroga della Cassa in deroga collegata all’estensione del blocco dei licenziamenti. Bene anche le decontribuzioni riconosciute alle assunzioni di giovani e donne, con un ulteriore potenziamento al Sud, strumento che tuttavia avrebbe dovuto essere strutturale. Rileviamo però gravi criticità che danno al provvedimento un respiro davvero corto e “tattico”. Per migliorarlo il Parlamento deve mettere mano a modifiche puntali e sostenibili. Sul pezzo lavoro, ad esempio, abbiamo chiesto di prolungare la Naspi a 36 mesi senza decalage, di migliorare la DisColl, di estendere l’assegno di ricollocazione, di rafforzare i contratti di solidarietà difensivi ed espansivi. Vanno poi ricompresi lavoratori ingiustamente esclusi dai bonus, come braccianti agricoli, marittimi, somministrati, parasubordinati, colf e badanti. Sulle politiche attive 500 milioni sono davvero troppo pochi se vogliamo costruire una rete efficace di protezione e promozione della persona. Ad essere ancora mortificato è il pubblico impiego, che viene nuovamente relegato in posizione marginale, con una posta clamorosamente insufficiente per rispettare e rinnovare i contratti. Parliamo di lavoratori che in questi mesi terribili tengono in piedi il Paese, assicurando coesione ed esercizio di diritti essenziali, e che oggi sono in mobilitazione su questioni che riguardano il futuro dei servizi pubblici. Non ci piace il rinvio al 2022 per la riforma fiscale, inoltre mancano le risorse necessarie per rilanciare sanità, scuola e realizzare una nuova legge sulla non autosufficienza».

 

Mes, Recovery Fund e Patrimoniale sono tre temi al calor bianco che stanno occupando gran parte del dibattito politico, che influenzeranno anche la Legge di Bilancio. La vostra posizione?
«Sul Mes sanitario la Cisl è stata chiara dal primo momento, considerando la dotazione destinata all’Italia un’opportunità straordinaria di riscatto e rilancio dell’infrastruttura-salute. Il nostro giudizio si fa ancora più convinto ora, di fronte a una allocazione davvero insufficiente (appena 9 miliardi) destinata al sistema sanitario nel Piano nazionale di rilancio e resilienza. Parliamo di 37 miliardi non condizionati e offerti a tasso agevolato, esattamente come le risorse del Ricovery Fund. Per quale ragione dire di sì a uno e no all’altro? Rimane un mistero, spiegabile solo alla luce dei veti ideologici di qualche parte politica. Fatto sta che, probabilmente, dovremo farne a meno. Allora diventa ancora più importante assumere una governance davvero partecipata del Next generation EU e dell’altro driver europeo, il Piano Sure. Dobbiamo costruire coesione e condivisione strategica sui progetti per dare un impulso davvero anticiclico e coesivo alla politica di sviluppo dei prossimi 20 anni. Qualcosa che, purtroppo, ancora non vediamo. La cabina di regia profilata dal Governo resta ancora chiusa al coinvolgimento vivo delle parti sociali e della società organizzata. Un errore madornale, da correggere quanto prima. Bisogna concertare il cambiamento e costruire insieme le basi di un modello di crescita più equo, stabile, redistributivo. Noi non abbiamo alcuna preclusione sulla patrimoniale, ma in questa specifica fase la consideriamo una risposta sbagliata: per fare politiche equitative bisogna dare risposte strutturali, con un grande Patto sociale che agisca anche sulla leva fiscale, rimodulando, secondo principi di progressività, carichi che oggi gravano eccessivamente sui redditi medio-popolari da lavoro e pensione».

 

Prima o poi questa emergenza legata alla pandemia da Coronavirus finirà. Quali saranno i problemi, le emergenze più rilevanti del post pandemia e come si sta preparando la Cisl ad affrontare un futuro che tutti teorizzano da sangue, sudore e lacrime?
«Ci aspettano mesi, se non anni, di dura risalita, ed è ora, in questi mesi decisivi, che dobbiamo costruire le condizioni per rendere meno pesante il cammino. Faccio solo un esempio: nel momento in cui verrà meno la rete di protezione del blocco dei licenziamenti, ci saranno oltre circa un milione di persone che rischieranno di perdere il lavoro. Non si può aspettare passivamente questo tracollo. Bisogna muovesi immediatamente, costruendo nuovi ammortizzatori sociali capaci di coinvolgere tutti  lavoratori, anche quelli delle piccole e micro imprese. Va edificata l’intelaiatura di nuove politiche attive in grado di riqualificare il lavoro, affiancare e orientare la persona durante le transizioni da un impiego all’altro, assicurare sostegno al reddito legato a percorsi di formazione continua. C’è da realizzare un grande piano di riallineamento degli skills, in particolare di quelli digitali. Sullo sfondo resta poi la sfida di una politica di sviluppo realmente espansiva e anticiclica, fondata su una mobilitazione imponente delle risorse nazionali ed europee per gli investimenti produttivi, la coesione sociale, la convergenza geografica. Un punto che, come gli altri, chiama in causa il bisogno di entrare in una stagione di riforme e iniziative realmente concertate. Non si può progettare il futuro del Paese al chiuso di stanze ministeriali. Bisogna che il Governo apra a una governance partecipata dalle Parti sociali per dare rapidità, stabilità ed equità a un processo decisionale che non deve escludere nessuno. Noi, la Cisl, saremo in campo, come lo siamo stati in questi mesi drammatici, rispondendo con le nostre Federazioni di categoria, la nostra rete dei servizi e strutture confederali ai bisogni delle persone nei luoghi della produzione e sui territori, incontrando e coinvolgendo lavoratori, pensionati e famiglie, promuovendo l’entrata in una nuova stagione di protagonismo sociale e di concertazione».

 

Antonio Salvatore Sassu

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