venerdì, 14 Maggio, 2021

Mediterraneo, poema di mare e migranza

0

Scrivere un poema è un fatto raro nella letteratura dove la lirica si fa alta e narra storie e tragedie dell’umanità mettendo in mostra vizi e virtù. Oggi più che mai, nell’era della velocizzazione, della comunicazione fatta più d’immagini che di parole, scrivere un poema è diventato anche inusuale, oltre che raro. Ma, di fronte alle tragedie umane che stanno avvenendo da troppo tempo nel Mar Mediterraneo, la poesia non può tacere.
La sensibilità poetica, avvertendo le ferite dell’umanità che puzzano di morte, alza la sua voce struggente. Così, Natale Antonio Rossi prende la sua cetra e, con mestizia interiore per le lacrime versate nel ‘Mare Nostrum’, culla di civiltà, scioglie i versi nella sua opera ‘mediterraneo poema di mare e di migranza’ pubblicato recentemente da Bertoni Editore.

Nella prefazione si legge: “… ‘Mediterraneo’, testo in versi, è poema che respira l’atmosfera tragica delle abbaglianze, delle speranze (o spiranze) e degli esiti dei flussi migratori”. E poi: “Nei paesi d’origine, la lotta alla fame, la fuga dalla guerra, dai cambiamenti climatici che desertificano, e, a volte lo strapparsi dalla schiavitù, la ricerca della sopravvivenza, il diritto alla vita, spingono masse di uomini, neri, e non, ad abbandonare i luoghi della propria cultura e interiore storia collettiva. Si cedono al mercato della migranza, sono captati da quello clandestino della tratta degli uomini e dei loro organi. Per le donne, spesso fanciulle e ragazze che partono per aiutare le famiglie, violenze e stupri, schiavitù e prostituzione non hanno verbo per narrarli. E poi il mare, il mar è Mediterraneo”.
Il poema manifesta il disagio per una realtà inaccettabile dalle poliedriche sfaccettature disumane.
L’autore di ‘Mediterraneo’ cerca di svegliare le coscienze umane ricordando i principi universali dell’umanità, in antitesi con le strumentalizzazioni demagogiche che alimentano un odio razziale mai sopito.
Alla fine della prefazione, il professor Rossi spiega: “Per questo, ‘Mediterraneo, poema di mare e di migranza’ ama coloro che in qualsiasi parte del mondo si trovino, sono in affanno per la ricerca di una loro identità, per la libertà di espressione, per il diritto alla vita, a vivere dove vogliono. In Dio, se si vuole, con Dio. Senza dio.”
Nel poema i versi ellittici, con ‘acchito all’endecasillabo’, scorrono, quasi come in un diario, segnando i fatti avvenuti nel tempo, descrivendo la loro disumanità, lanciando un grido di dolore, quasi come un pugno allo stomaco per svegliare le sorde coscienze delle società opulente e non dove anche la fede religiosa ha un suo ruolo.
Natale Antonio Rossi ha adottato la forma letteraria più appropria, immergendo la sua opera nello stile che ricorda la neoavanguardia del Gruppo del ’63. Leggendo le strofe, ‘dimezzate in pagina ed in successione di pagina’, è evidente la ricerca di nuove forme espressive per manifestare insofferenza verso quel neonichilismo dominante dei nostri giorni che ha permeato tutti i tessuti delle società moderne incluse la politica e la comunicazione.
L’Autore scava anche nella storia dell’umanità, nell’evoluzione e funzione della cultura, nella dimensione della natura per denunciare la violazione dei diritti universali dell’uomo che invece dovrebbero essere applicati.

Il poema non si limita soltanto alle tragiche problematiche esistenziali dei migranti, ma, come la punta di un iceberg, dal Mediterraneo emerge l’aspetto più appariscente dei problemi umani e sociali dei nostri giorni in cui sono messi in crisi gli stessi principi dell’illuminismo.
Tuttavia, le profonde trasformazioni sociali culturali e tecnologiche che stiamo vivendo, dovranno fare inevitabilmente i conti con le intramontabili problematiche esistenziali dell’umanità in cui la cultura ha un ruolo fondamentale.
“Mediterraneo, poema di mare e migranza” di Natale Antonio Rossi, con il canto delle tragedie umane dei nostri giorni, accende un faro all’umanità illuminando il percorso necessario per costruire una società a dimensione umana.
Oggi non ci sono più i ‘morti abbandonati nelle piazze’, come scriveva Salvatore Quasimodo nella poesia ‘Alle fronde dei salici’, ci sono i ‘morti annegati nel mar Mediterraneo e divorati dai pesci’, come ricordano i versi di Natale Antonio Rossi sulle nuove barbarie dei nostri giorni.

 

Salvatore Rondello

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply