lunedì, 21 Giugno, 2021

Matteotti, il pellegrino del fare

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Giacomo Matteotti era nato a Fratta Polesine nel 1885 da una famiglia proveniente dal Trentino: il nonno Matteo – calderaio a Comasine di Peio – era sceso nel Polesine nella prima metà del 1800. Il figlio Girolamo allargò notevolmente l’attività paterna in campo commerciale e agricolo; Giacomo poté crescere in condizioni economiche favorevoli, che non lo distolsero dall’abbracciare fin da giovanissimo, assieme ai fratelli, la causa socialista. L’ambiente familiare progressista lo portò sedicenne ad aderire al Psi, colpito dalle condizioni di vita delle plebi polesane, condannate da sempre alla miseria e allo sfruttamento, e frequentemente soggette alle febbri malariche e alla pellagra. Matteotti dedicò la sua vita al riscatto della sua gente e del proletariato italiano collocandosi per sempre in primissimo piano tra le personalità impegnate per i diritti civili e sociali delle classi popolari.

 

MATTEOTTI GIURISTA

Per cogliere appieno la visione politica che ha fatto di Matteotti un simbolo della lotta per la libertà vanno inizialmente menzionati due aspetti della sua vita che sono risultati meno trattati: parliamo del Matteotti giurista e del Matteotti economista. Riscopriamo dunque la sua «passione giuridica».
Laureatosi in giurisprudenza nel 1907, cercò di conciliare la sua vocazione di studioso con quella di leader politico, ma rammaricandosi – specialmente nelle lettere alla moglie Velia – della impossibilità di intraprendere la carriera accademica a più riprese propostagli dal suo maestro di diritto Luigi Lucchini. Matteotti si consacrò all’azione politica, che comunque risultò ben influenzata dalla sua «mente di giurista». Disse di lui Eugenio Florian, condirettore della Rivistadi diritto e procedura penale: «Erano del suo ingegno, fra tante nobilissime, alcune doti, che fanno il giurista: l’acutezza e la limpidezza del pensiero, l’austerità del metodo, e, soprattutto, una potente facoltà di critica e insieme di sistemazione e sintesi». Ci ha lasciato pubblicazioni rilevanti, come La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, e Il pubblico ministero è parte, raccolti postumi con molti altri suoi interventi dall’editore Nistri-Lischi sotto il titolo Scritti giuridici.

Per Matteotti – come spiega oggi Carlo Carini – correva uno stretto rapporto tra lotta per il diritto e lotta per il socialismo, tra affermazione delle libertà civili e politiche del cittadino e la costruzione del socialismo. La politica, per essere morale (cioè indirizzata al bene della persona), non può mai rinnegare la propria derivazione giuridica. I mezzi per ottenere il fine non possono essere contraddittori rispetto all’obiettivo: il bene può essere ottenuto solo con l’esercizio personale della virtù e l’adempimento individuale e collettivo del proprio dovere. Di conseguenza una società più giusta non la si costruisce abbandonandosi quietamente ad un «concetto naturalistico di evoluzione», ma abbracciando una più impegnativa «visione etico-giuridica di trasformazione»: tradotto in termini politici, il trapasso al socialismo non è una prospettiva scontata e irreversibile, un fatto meccanico: ma dipende – oltre che da condizioni oggettive – dalla volontà di tanti soggetti responsabili e da una efficiente organizzazione delle classi popolari, pronte ad affrontare possibili arretramenti e sconfitte.

 

MATTEOTTI ECONOMISTA

Con questa «divisa morale», Matteotti non poteva che attivare uno scrupoloso, quotidiano impegno attorno alle questioni da cui dipendeva la vita del popolo: questioni economiche, finanziarie, tributarie, che troviamo trattate nella raccolta Scritti economici e finanziari e nell’opera La questione tributaria.
Eletto deputato nel 1919, egli rappresentò subito una nuova figura – più moderna – di politico: in quel rutilante dopoguerra, infestato sia da demagoghi estremisti che da pavidi rinunciatari, Matteotti si distinse per una concezione della politica legata alla concretezza, alla conoscenza tecnica dei problemi. Così assunse un ruolo di guida nel rinnovamento del movimento socialista, fornendo contenuti sempre più specifici e attuali alle tradizionali rivendicazioni per una più equa distribuzione del reddito e delle ricchezze. Matteotti divenne – racconta Paolo Giannotti – il contraddittore più acuto, capace e scomodo dei governi del dopoguerra, nella difesa più ostinata – perché più consapevole, data l’intima conoscenza dei problemi – degli interessi popolari. Di fronte al riaffermarsi del blocco borghese-agrario che intendeva scaricare sulle classi popolari le spese della guerra e della ricostruzione, per Matteotti occorreva dar luogo ad una serie di interventi radicali, dall’imposta diretta e progressiva sui redditi all’imposta sui fabbricati, dalla tassazione delle aree edificabili e del loro incremento di valore fino ad una imposta patrimoniale straordinaria sui capitali privati.
Matteotti coglie qui la prospettiva di inserire – seguendo il magistero socialdemocratico di Otto Bauer – la funzione tributaria in una strategia di modificazione radicale dell’assetto sociale. Ad essa assegna il compito di perseguire obiettivi di «trasformazione della distribuzione del capitale»: l’imposta non è solo lo strumento tecnico finanziario per il reperimento delle risorse o per realizzare finalità socialmente notevoli, ma si connota di densi significati politici come strumento di «espropriazione degli espropriatori». Sarebbe stata dunque la risposta adeguata alla ottusa rapacità delle forze capitalistiche – denunciata anche da Keynes nel suo libro Conseguenze economichedella pace – la cui insaziabilità, dopo i guadagni eccezionali determinati dal modificarsi delle condizioni di mercato in occasione della guerra, impediva di riorganizzare l’apparato produttivo gonfiato in modo speculativo dalla guerra e dallo Stato.

 

LA VIA MAESTRA DEL SOCIALISMO RIFORMISTA

Emerge da queste iniziative la natura non arrendevole del riformismo di Matteotti. In effetti la sua azione fu improntata ad un intransigente rigore morale e – quando necessario – ad un acceso radicalismo, tanto da ricevere spesso accuse di estremismo dalla stampa borghese e di massimalismo all’interno del Psi. Ma, come osserva Stefano Caretti, Matteotti non si scostò mai dal socialismo gradualista, da quel socialismo «padano» da costruirsi attraverso un’azione organizzata quotidiana, come egli confermò in uno scritto del 1919: «Giorno per giorno gli operai nella fabbrica, i contadini sulla terra, gli impiegati nel loro lavoro, si devono foggiare i loro organi, le loro capacità, imponendoli alla borghesia, come successive conquiste. E le conquiste politiche non servono per instaurare il socialismo con un decreto. Bensì ci servono prima come critica al regime borghese; poi come addestramento dei lavoratori alla gestione del pubblico bene e alla conoscenza dei grandi interessi collettivi; infine per difendere e imporre alla stessa borghesia istituzioni sempre più conformi all’interesse del proletariato, costituendo coi comuni socialisti, con le scuole, con le cooperative […] tanti nuclei pronti per il domani».
E sempre nell’estate, di fronte alle agitazioni contro l’aumento dei prezzi culminate nel saccheggio di negozi e di mercati, ammoniva: «Il socialismo non è via facile e piana; non è l’albero della cuccagna, è via lunga ed aspra, il sacrificio dei propri egoismi immediati alla collettività fraterna degli uomini». Con queste idee e questi sentimenti – racconta Caretti – Matteotti si occupò di associazioni operaie, imprese cooperative agricole e di consumo, leghe, Camere del lavoro, circoli ricreativi ed educativi, ospedali, biblioteche, asili, municipalità socialiste a cui prestava con assiduità i propri consigli tecnici e amministrativi. Questo era appunto nei fatti il suo riformismo: non un generico ideale umanitario né tanto meno un impaziente rivoluzionarismo velleitario; ma un metodo, volto ad indirizzare a buon esito un processo di trasformazione delle condizioni del proletariato e di profonda riforma delle leggi.

LA DIFESA DEL PARLAMENTO CONTRO IL FASCISMO

È nella sua successiva azione parlamentare – svolta dal 1919 al 1924 – che Matteotti conferma la sua posizione su due punti fondamentali: il riformismo e il ruolo del Parlamento. Come spiega Mario Quaranta, Matteotti è un socialista riformista, vale a dire un socialista che ha rifiutato lo strumento della violenza per la presa del potere, nella persuasione che il socialismo si raggiunge attraverso riforme compiute con metodo democratico. In lui insomma non c’è dissociazione tra i due termini – democrazia e socialismo – ma la difesa di un gradualismo come la via più adeguata allo scopo: quello di ottenere il consenso popolare attraverso un lungo e tenace lavoro nella società civile, conquistare la maggioranza elettorale, e mediante essa realizzare una società nuova. In questa ottica egli ha difeso il Parlamento come l’istituzione fondamentale del confronto e delle decisioni politiche; in particolare ha considerato le libertà e le istituzioni democratiche una conquista irreversibile delle lotte condotte dalla borghesia e dal proletariato. Per ciò ha sempre respinto una riduzione delle prerogative e dei poteri del Parlamento, in nome dell’efficienza, dell’economia, di emergenze variegate o d’altro ancora. È stata questa la radice della sua intransigenza contro il fascismo e della sua fiducia nella democrazia e nella ragione.

PER LA LIBERTA’, NO ALLA VIOLENZA E AL COMUNISMO

A questa linea si collega anche la sua chiara posizione contro il comunismo. Dopo la scissione comunista consumatasi al congresso Psi di Livorno, nel corso del 1921 Matteotti sottolineò in più occasioni l’urgenza di abbandonare le suggestioni dell’estremismo e dei miti rivoluzionari alimentati dagli eventi russi. Denunciò quindi la inconciliabilità più assoluta tra i principi socialisti e i miti della «dittatura», sostenendo la pluralità dei partiti, il nesso tra libertà e socialismo, confermando il concetto di «lotta di classe» sul terreno politico ed economico, ma respingendo quello violento di «guerra di classe». Purtroppo la polemica scatenata dai comunisti contro i socialisti – specialmente attraverso la rivista L’OrdineNuovo di Antonio Gramsci – non giovò al popolo italiano, che si ritrovò di lì a poco tra le braccia del fascismo. E sempre di Gramsci dobbiamo registrare la sprezzante definizione che lanciò contro Matteotti a pochi giorni dal suo funerale: giunse a definirlo «pellegrino del nulla», un sostenitore di idee «senza risultato e senza vie d’uscita».
Ora, abbiamo visto che Matteotti fu proprio l’opposto di un agitatore propagandistico e inconcludente: fu il leader di quel socialismo «propositivo» capace di indicare le vie operose per organizzare le classi popolari e per attrezzarle culturalmente con una «dura preparazione» sulle questioni economiche e amministrative, oltre che politiche. Piero Gobetti – il giovane «rivoluzionario liberale» che cadrà anch’egli vittima dei fascisti – negli stessi momenti dell’invettiva gramsciana individuerà invece in Matteotti «l’avversario vero» del fascismo, l’unico in grado di unire le forze per opporvisi, anche per la tenacia «tecnica» con cui affrontava il nuovo regime.
Contro il fascismo – scrisse Gobetti – Matteotti volle anche muovere «questioni di dati e di documenti», riguardanti pure l’affarismo dell’entourage mussoliniano e della monarchia, sicché i fascisti individuarono in lui «il capo di uno Stato Maggiore» dell’unica opposizione davvero pericolosa e per questo da eliminare. Rammento in conclusione che anche dalla nostra terra alpina si alzarono per Matteotti parole di ammirazione e di ringraziamento che ancora commuovono. L’on. Karl Tinzl, ricordandone la difesa degli altoatesini di lingua tedesca – difesa che i socialisti italiani continuarono con Ernesta Bittanti Battisti prima, e con la promozione per l’Alto Adige e il Trentino del Pacchetto d’Autonomia poi – scrisse al gruppo parlamentare socialista unitario nel giugno 1924: «L’abbiamo ammirato sempre per il suo altissimo senso ideale, la sua profonda competenza e le sue qualità di uomo e parlamentare intrepido e fedele ai suoi ideali. Gli dovevamo speciale riconoscenza per l’interesse che incontravamo sempre in lui per i diritti e problemi delle minoranze allogene». Anche per il Trentino-Alto Adige il sacrificio di Matteotti non è stato vano e la sua opera non resta senza memoria: apostolo laico della libertà, l’esatto opposto di «pellegrino del nulla».

 

Nicola Zoller

Mondoperaio 6/2014

 

LIBRO:
-Stefano Caretti, Il riformismo di Giacomo Matteotti, in Giacomo Matteotti, la vita per la democrazia, ed. Minelliana, Rovigo, 1993
-Carlo Carini, Il pensiero giuridicodi G. Matteotti, ibidem
-Paolo Giannotti, Matteotti e la finanza pubblica (1919-1921), ibidem
-Mario Quaranta, L’immagine di G. Matteotti nella pubblicistica radical-socialista e comunista, ibidem

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