mercoledì, 14 Aprile, 2021

Matti da legare al Ministero della (In-)Giustizia

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Matti da legare, questo il pensiero taciuto da milioni di giovani praticanti avvocato nel leggere la nota trasmessa il 23 Febbraio dal Ministero della Giustizia.

Secondo quanto si apprende dalle fonti ufficiali, in via Arenula si starebbe lavorando per garantire lo svolgimento delle prove abilitanti nelle date già fissate -13, 14 e 15 Aprile 2021-. Il dubbio sulla salute mentale dei burocrati ministeriali e di chi, suo malgrado, ci mette la faccia, assume i contorni di una diagnosi se si considera che, ad oggi, si registrano +16.424 nuovi casi e +318 morti di Covid. La prognosi è suffragata dal decreto del Presidente Draghi, che ha prorogato il divieto di spostamento tra Regioni fino al 27 Marzo, e dal ministro Speranza, secondo cui non ci sono le condizioni per allentare le misure di emergenza.

 

Oltre 12.000 giovani, ancora una volta, sono incerti sul proprio futuro.

Maldicenti sostengono che, vista la pandemia in corso, non c’è di che avere fretta; dunque tanto vale continuare a studiare.  Eppure la situazione non è semplice. I giovani, oltre la pandemia, devono sopportare il peso relativo alla crisi economica, disoccupazione, inattività lavorativa, danni psicologici ed assistenzialismo genitoriale senza fine. Anche coloro che hanno investito in rinomate scuole di specializzazione forense, master e doppie lauree vedono scadere il tempo a disposizione per l’approfondimento accademico. Chi ha la “fortuna” di lavorare o di risiedere in altra regione, si chiede se riuscirà a tornare nella Corte d’Appello di appartenenza senza contagiare o contagiarsi.

 

Ad urtare la sensibilità dei molti giovani “parcheggiati e bamboccioni” è anche il marketing dei corsi di preparazione all’esame di abilitazione.

Basta cercare su internet per leggere locandine che non lasciano spazio a dubbi: il prezzo, sempre caro, e la certezza che gli esami si sosterranno a giugno-luglio. Buon senso, fortuna o informazioni privilegiate carpite da burocrati chiacchieroni!? A dubbi legittimi non c’è risposta certa.

Fa specie notare, però, che alcuni corsi di preparazione sono tenuti da noti magistrati, in cui doppio stipendio (dovuto ai corsi) e conflitto d’interesse (magistrati che preparano futuri avvocati!?) fanno a cazzotti con la deontologia; materia che, peraltro, si chiede di portare all’esame orale.

 

L’attuale crisi relativa all’esame abilitante è stata acuita dall’inadeguatezza del CNF, che costa caro agli avvocati sensibili alla causa dei praticanti.

90.000 euro forfait per il Presidente del CNF, 70.000 euro per il Segretario, 50.000 euro per Vicepresidente e tesoriere, troppi per un nulla di fatto. Unica ed amara consolazione per i praticanti avvocato è sapere che, senza un loro “giovane” contributo economico, agli attuali legali spetterà una pensione di circa 800 euro; premessi i 35 anni di contributi ed 70 di anzianità. Se la sostenibilità economica e finanziaria della previdenza forense non è una priorità, figuriamoci i giovani…

 

Tirando le somme risulta evidente come nemmeno il nuovo Guardasigilli, che pure ha fatto parte di FRALEX (Fundamental Rights Agency Legal Experts), abbia una soluzione  per la censurabile realtà dei praticanti avvocato.

L’esame, anche con le oltre 100 sottocommissioni paventate dall’Organismo Forense (Ocf), sembra irrealizzabile perché manca l’obiettivo primario di ogni decreto anti-covid, ossia evitare gli “assembramenti”. Viste le tempistiche, inoltre, risulta poco plausibile l’orale rafforzato. I motivi sono due. Chi studia per l’abilitazione si è reso conto della differenza tra orale e scritto, e pertanto si troverebbe impreparato. In secondo luogo non si capisce perché i futuri avvocati dovrebbero essere discriminati rispetto ad altre categorie beneficiate da lauree abilitanti, orali da remoto o test a risposta multipla.

 

Espediente attualmente percorribile ma non definitivo, anche al fine di recuperare la sessione abilitante 2019, potrebbe essere quello relativo al modello spagnolo (test a risposta multipla da 75 domande). La verità, però, sembra essere evidente ed univoca: andrebbe rivisto tutto l’iter di accesso alla professione forense, iniziando dall’università.
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Riguardo l'Autore

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Polemico, pronto alla sfida e disponibile a mettere in discussione la propria idea. Antonio Musmeci Catania è dottore in Giurisprudenza, indirizzo comparato europeo e transnazionale, presso l'Università degli Studi di Trento. Si laurea nel 2016 con la tesi di ricerca in sociologia del diritto dal titolo: "Decriminalizzazione di alcune attività criminali: La regolamentazione delle sostanze stupefacenti – Nuova politica di contrasto alla macro e micro criminalità organizzata". Ad oggi collabora con il mensile Mondoperaio e con l'Allora! Il giornalino degli italiani in Australia. Dopo una breve esperienza in qualità di sottufficiale della marina mercantile italiana riprende gli studi grazie alla borsa di studio per merito della Fondazione Roma Terzo Pilastro Internazionale e nel 2019 si diploma al master di II livello Lumsa in “Esperti in politica e relazioni internazionali” con la tesi di ricerca in storia del pensiero politico dal titolo: "La democrazia governante, Craxi e la grande riforma - Le resistenze partitiche alla necessità di cambiamento". A seguito dello stage presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Pubblica Amministrazione - ufficio per le attività internazionali-, decide di approfondire le tematiche relative al made in Italy attraverso il master in Global Marketing, Comunicazione & Made in Italy realizzato dal Centro Studi Comunicare l'Impresa in collaborazione con la Fondazione Italia Usa. Ad oggi lavora, studia e continua a scrivere per voi!

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