lunedì, 21 Giugno, 2021

Monaco, esempio storico di ‘compromesso tossico’

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Prima di trasformarsi nel mito più tossico dei nostri tempi, l’incontro di Monaco fu una vergogna ma anche un evento esemplare.
Una vergogna, perché francesi e inglesi andarono all’incontro non per negoziare con Hitler e il suo complice Mussolini. Ma per accettare tutte le richieste del Fuhrer pur di evitare una guerra; con il risultato di entrarci un anno dopo e in condizioni infinitamente peggiori.
Un evento esemplare, perché Hitler capì o meglio intuì da subito la totale disponibilità di Chamberlain e di Daladier; dolorosamente consapevole nel francese ma addirittura entusiastica nel premier inglese che considerava la Cecoslovacchia “un paese lontano di cui non sappiamo quasi nulla”e pensava che il Fuhrer fosse un normale nazionalista tedesco, giustamente intento a cancellare le ingiustizie subite a Versailles.
L’anno dopo però, a non capire chi avevano di fronte, furono i nazifascisti. Da una parte Churchill , che riteneva inevitabile l’allargamento del conflitto, e con esso la possibilità di utilizzare in pieno le risorse, di gran lunga superiori, e in ogni campo, degli alleati ; dall’altra i nazisti, usciti da Monaco con la convinzione di avere di fronte dei paesi vili e smidollati, incapaci di combattere e di morire. Una contrapposizione che giunse a livelli tragicomici con Mussolini buonanima che contrapponeva i suoi “otto milioni di baionette” alla “perfida Albione” che, a furia di mangiare (“popolo dei cinque pasti”), si sarebbe completamente rammollita.
Allo stesso modo, nei primi anni del dopoguerra, la superiorità del principio di realtà (“conoscere l’avversario e capire le sue intenzioni”) su quello della rappresentazione ideologica, gettò le basi di un processo che, poco più di quarant’anni dopo, avrebbe portato alla vittoria totale del campo occidentale e alla dissoluzione di quello socialista.

Da una parte abbiamo Stalin che, schiavo della sua paranoia e della sua visione del mondo, non vede nessuna possibilità di convivenza pacifica tra oriente e occidente, sino ad auto convincersi del fatto che gli Stati Uniti stessero per scatenare la terza guerra mondiale; ma che nel contempo è abbastanza cauteloso di suo così da non contemplare in alcuna circostanza una guerra di aggressione in Europa . Dall’altra Truman, che, messo a conoscenza delle intenzioni sovietiche dal suo ambasciatore a Mosca, Kennan, adotta in pieno la strategia del containment, convinto che, alla fine, il sistema sovietico non avrebbe retto alla prova.
Poi vene la distensione. E, con essa, come aveva previsto Pietro Nenni, il disgelo nei rapporti interni e internazionali, culminato con la conferenza di Helsinki del 1975. I cui accordi- intangibilità delle frontiere, sviluppo dei rapporti reciproci, tutela e promozione dei diritti umani- avrebbe dato luogo ad un processo che avrebbe portato, contro ogni aspettativa, alla dissoluzione pacifica del sistema comunista.
Un momento, è bene ricordarlo, in cui ricompare tra i nostalgici della guerra fredda il fantasma di Monaco: ossia l’idea che gli accordi avrebbero aperto la strada alla “finlandizzazione”dell’Europa, libera internamente ma condizionata dall’orso russo nei suoi rapporti internazionali. Con l’aggiunta, sempre fabbricata “in vitro”in qualche laboratorio segreto, che la Russia (diversamente dall’Argentina di Videla e il Cile di Pinochet, classificati come “autoritari”), fosse “totalitaria”e quindi, incapace di qualsiasi cambiamento.

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