venerdì, 14 Maggio, 2021

Boniver: «La discesa nel baratro di Mubarak ha compromesso la sua salute»

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È in fin di vita la “sfinge egiziana”. «Il cuore di Mubarak si è fermato per due volte questa mattina e i dottori hanno dovuto usare il defibrillatore»: ad affermarlo è stata una fonte dell’ospedale della prigione dove è detenuto l’ex rais. La stessa fonte avrebbe aggiunto che il paziente «ha anche perso e riacquistato più volte coscienza e ha sistematicamente rifiutato di nutrirsi». Sembra ormai prossima all’epilogo la vicenda umana e politica di un uomo che, nel bene e nel male, ha incarnato il volto stesso dell’Egitto degli ultimi trent’anni.

CONDIZIONI DI SALUTE AGGRAVATE DALLA DEPRESSIONE – Le condizioni di salute dell’ex dittatore, già aggravatesi durante il processo, si sono fatte ancora più difficili dopo la pronuncia della sentenza che, il 2 giugno scorso, ha condannato Mubarak all’ergastolo, ordinando il suo trasferimento nell’istituto penitenziario di Tora, alla periferia del Cairo. L’ex rais soffre di alta pressione mista a problemi respiratori e irregolarità del battito cardiaco. Inoltre, sarebbe anche l’umore a peggiorare le condizioni di salute di Mubarak che, fonti mediche, descrivono come vittima di un forte stato depressivo. L’onorevole Margherita Boniver, intervistata dall’Avanti!online, ha dichiarato che si tratta di una persona che «era riuscita a tenere a bada il cancro ma, evidentemente, la sua vicenda politica e processuale, e la sua discesa nel baratro, hanno compromesso la sua salute fisica».

LA FAMIGLIA VICINO ALL’EX PRESIDENTE – Proprio alla luce del complicarsi del quadro clinico dell’ex presidente, la scorsa settimana le autorità carcerarie avevano acconsentito al trasferimento del figlio di Mubarak, Gamal, in attesa di giudizio nella stessa prigione, in una cella adiacente per poter assistere il padre. Anche la figlia dell’ex dittatore, Alaa, si troverebbe nel carcere di Tora in attesa del processo. Dopo che ieri sera era circolata la voce della morte di Mubarak, alla moglie Suzanne e alle due nuore era stato concesso un permesso speciale per visitarlo. La famiglia ha presentato una richiesta formale per chiedere il trasferimento dell’ex presidente in un ospedale della Capitale: le autorità però hanno rifiutato la richiesta temendo che un eventuale trasferimento possa scatenare la reazione della popolazione, soprattutto in vista del ballottaggio alle presidenziali che si terrà nei prossimi giorni. ll ballottaggio vede opporsi l’ex primo ministro dell’era Mubarak, Ahmed Shafiq e il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohammed Mursi.

Gli ultimi bollettini medici portano a pensare che la vita di Mubarak volga al termine. Come valuterebbe la vicenda umana e politica di quest’uomo simbolo della politica araba? 

La prima cosa che mi viene in mente parlando dello stato di salute, e forse della morte imminente di Mubarak, è che stiamo parlando di una persona che era riuscita a tenere a bada il cancro ma, evidentemente, la sua vicenda politica e processuale e la sua discesa nel baratro hanno compromesso la sua salute fisica. Mubarak è stato un vero e proprio bastione che è riuscito a promuovere la stabilità del più importante Paese del Medio Oriente. Penso, in particolare, alla difficile pace con Israele: Mubarak ha fatto da faro per un continente dove, a parte forse la Giordania, quasi tutti i paesi sono tecnicamente ancora in guerra con lo Stato ebraico. Mubarak è stato senza dubbio un grande statista, un alleato formidabile dell’Occidente e quindi un leader con un profilo politico e storico che troverà un posto di tutto rispetto nei libri.

La fine dell’era Mubarak ha visto il nascere di quelle che sono state definite le “Primavere Arabe”. Si tratta di una storia ancora da scrivere?

Le vicende delle cosiddette “primavere arabe” sono tutte ancora da vedere, da interpretare. Forse con esclusione della Tunisia, che fino ad ora ha seguito un processo virtuoso mantenendo gli impegni, la road map, celebrando le elezioni che hanno portato alla formazione del primo governo democratico della storia tunisina, manca ancora una chiave di lettura che possa sciogliere i tanti interrogativi. Proprio rispetto alla Tunisia si deve sottolineare che il nuovo governo è riuscito a tenere a bada gli estremisti che anche lì sono ricorrenti e mirano a destabilizzare il Nord Africa.

Cosa ci hanno fatto vedere le primavere arabe?

Quello che è successo in molti paesi arabi ci ha fatto capire le molte difficoltà che vive l’aria arabo-mediterranea e non solo. Difficoltà che poi si mescolano inesorabilmente, in tutta quella fascia di paesi, ad una crisi economica profondissima e difficile da gestire. Credo che proprio quella crisi sia stata il vero motivo che ha innescato l’esplosione della rabbia popolare, soprattutto perché, la coincidenza con la crisi europea, ha determinato fenomeni come l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. In Egitto, in Tunisia ma anche in Giordania di cui si parla meno la crisi morde. E’ una situazione difficile da capire nel suo complesso anche perché stiamo parlando di paesi che hanno come interfaccia principale un’Europa, appunto, in crisi profonda. Una miscela complicata che segna un passaggio difficilissimo sia per loro che per noi. E’ una complessità tutta da capire per poterne raccogliere le sfide.

Alla luce di quanto è successo qual è il ruolo dell’Italia e della sua storica proiezione nell’area del Mediterraneo rispetto alla nuova situazione dei paesi arabi?

L’Italia come gli altri paesi europei deve credere fortemente nell’atto propositivo e giusto del processo rivoluzionario arabo. Parlando dell’Egitto, quanto è iniziato nel gennaio del 2011 dovrebbe sfociare in una democrazia parlamentare vera. Non è la prima volta che in Egitto viene eletto un parlamento, ma questa sarà la prima volta in cui il presidente deve essere rappresentativo del verdetto popolare. Per quello che riguarda le iniziative italiane, noi dobbiamo continuare sul solco tracciato negli ultimi 30-40 anni: il solco in cui si è sempre riconosciuta la priorità mediterranea, l’appartenenza all’Europa e l’atlantismo come i tre assi attorno ai quali impostare la politica estera del Paese. Tanto è stato fatto e si può fare di più alla luce del nuovo scenario senza buttare via quel patrimonio di relazioni economiche, commerciali e culturali che ci legano a questi paesi da decenni. Bisogna investire sul futuro politico dell’area.

Come verrà ricordato Mubarak?

Sicuramente, come ogni figura storica che soccombe, Mubarak verrà demonizzato in toto. Certamente ha commesso molti errori, tipici di ogni regime autoritario: ovviamente la stabilità sotto quel cielo si accompagna ad un controllo ferreo, alla mancanza di libertà. Senza dubbio sotto Mubarak la gente aveva paura di dire quello che pensava. Anche se le due cose non sono comparabili, si potrebbe fare un parallelo con quello che è successo ai popoli dell’est che hanno visto 20 anni fa la caduta dei regimi filo-sovietici. Dopo 70 anni di domino comunista è arrivata la democrazia che però presuppone un processo lungo, anche culturale. Quanto a Mubarak, io credo che il più grande errore, dal punto di vista politico, sia stato quello di impostare il problema della sua successione sulla figura del figlio: questo ha certamente anche determinato un’esasperazione di una situazione già difficile. Senza dubbio il più grande errore politico che Mubarak ha commesso.

Roberto Capocelli

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