domenica, 19 Settembre, 2021

My secret place, l’ultimo disco di Roberto Gatto

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Con una carriera monumentale alle spalle, Roberto Gatto può permettersi qualsiasi cosa. Anche di dire, parlando del suo nuovo disco “My secret place” (Jando Music e Via Veneto Jazz): “Non saprei dire se ne è uscito un disco di jazz o cosa, ma non è un problema che mi sono mai posto”. Una cosa è certa, Roberto Gatto suona quello che gli piace. E così, in questo nuovo disco – uscito tre anni dopo dal precedente cd del quartetto Now – frulla di tutto: dai Coldplay a Luis Bacalov cantato da Gianni Morandi; ripescando anche un vecchio standard, “The Meaning of the Blues” di Bobby Troup e Leah Worth reinterpretato da tanti grandi, da Miles Davis a Stan Kenton, da Woody Herman a Gil Evans passando per Keith Jarrett; Michael Brecker; J.J. Johnson e la regina Shirley Horn.

Il quartetto è composto da Alessandro Lanzoni (pianoforte); Matteo Bortone (contrabbasso) e Alessandro Presti (tromba) e in un paio di tracce anche la chitarra di Andrea Molinari. E poi c’è la voce – in tre tracce – affidata a sua figlia Beatrice già apprezzata nel singolo “Non mi importa”. Voce pop ma a suo agio anche in ambiti più sofisticati, Beatrice Gatto, nel disco del papà, consegna all’ascoltatore una bellissima versione di quella “Everyday Life” dei Coldplay, ultimo disco in studio della formazione britannica e considerato dalla critica tra i più “avventurosi” della band. E anche nella versione jazz del quartetto di Roberto Gatto, il brano non perde questo forte senso della melodia e dell’avventura compositiva, suonando come una straordinaria ballads.

Ecco, se ascolto deve essere, vi invito a farlo a cerchi concentrici intorno a questa rilettura dei Coldplay. Sicuramente un ascolto più semplice, che però consente anche all’ascoltatore meno abituato, di poter cogliere la bellezza compositiva delle altre tracce. Coglierne cioè il senso raffinato delle melodie, l’approccio all’improvvisazione, la raffinatezza ritmica, comprendere insomma come il jazz, sia capace di poter raggiungere, anche nelle complessità armoniche della sua grammatica, la sensibilità di ogni ascoltatore. Così che, quando arrivate all’ultimo “cerchio” e vi immergete in quella “Se non avessi più te”, che si piazzò seconda al Cantagiro del ‘65, capirete quanto altro c’è ancora dentro una semplice melodia. Quanto spazio, quanta personalità, quanto sguardo moderno, quanta bellezza si può ancora trovare in una vecchia canzone.

 

Carlo Pecoraro

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