domenica, 9 Maggio, 2021

Myanmar, continuano a morire le ‘fallen stars’ contro il regime

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Sono ormai più di settecento i morti in Myanmar, provocati dalla repressione del regime militare instauratosi in seguito al colpo di stato del primo febbraio. Il generale Ming Aung Hlain si è proclamato Capo del Governo dopo aver fatto arrestare il legittimo Presidente e il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi insieme alla classe dirigente del suo partito NDL (Lega nazionale per la democrazia) vincitore delle ultime elezioni. Da allora sono iniziate le manifestazioni di protesta per il ritorno della istituzioni democratiche e della libertà non solo nella capitale Naypytaw e nella città di più popolosa Yangon ma in tutto il territorio della ex Birmania. Ma mentre in un primo momento ci si era limitati all’uso di getti d’acqua e proiettili di gomma contro la gente in rivolta nei giorni successivi si era passati ad armi vere e proprie e addirittura all’uso di elicotteri ed aerei. Oltre alle centinaia di morti accertati (740 ma molti sono i dispersi) sono da registrare anche tremila feriti e altre migliaia di arrestati di cui un centinaio già condannati con processi sommari a vari anni di detenzione. Frattanto i parlamentari dei partiti estromessi hanno formato un Comitato che ha dato origine a un Governo ombra alla cui guida hanno nominato la leader del NDL Suu Kyi e il vecchio Presidente Win Myint mentre all’interno dell’Esecutivo che si oppone ai militari sono presenti numerosi esponenti delle minoranze etniche del Paese. Da parte sua il generale Ming Aung Hlain continua a dichiarare che entro un anno convocherà nuove elezioni e che la sua azione è derivata dai brogli commessi dal NDL nel corso della precedente consultazione. La Cina ha bloccato la condanna dell’ONU del colpo di stato adducendo il motivo della necessità di ulteriori informazioni su quanto accaduto ma in realtà mettendo le mani avanti per la sua opportunità di avere uno sbocco sull’Oceano Indiano indispensabile per ragioni economiche e strategiche. Anche Mosca non ha perso posizione mentre Usa e Unione Europea, che hanno applicato sanzioni e che si apprestano a bloccare le importazioni di riso dal Myanmar, continuano a richiedere la fine della repressione militare e il ritorno alla democrazia. Di fronte a questo stato di cose Ming Aung Hlain intende partecipare sabato prossimo alla riunione dell’Asean, istituzionale internazionale che raggruppa gli Stati del sud est Asiatico, che si terrà in Indonesia. Per lui sarebbe una sorta di riconoscimento ufficiale del suo Governo e del colpo di stato militare. Frattanto, per dare un segnale di pacificazione alla popolazione, ha deciso deciso la liberazione di ventitremila detenuti di reati comuni non comprendendo i fermati in seguito alle manifestazioni di piazza. Ma i suoi tentativi di calmare le acque rimangono inascoltati. Il sangue continua a scorrere. Nella città di Mogok, a nord della capitale,nelle ultime ore, le forze di sicurezza hanno fatto fuoco contro i cittadini, che chiedevano il ripristino delle libere istituzioni, uccidendo almeno tre persone di giovane età che di aggiungono al già rilevante numero di vittime, “fallen stars”, stelle cadute, chiamate così dagli oppositori dei militari.

Alessandro Perelli

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