venerdì, 16 Aprile, 2021

Nagorno- Karabakh, Usa e UE evitano coinvolgimenti

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Come era prevedibile non è stato indolore, in Armenia, il fatto di dover accettare le condizioni del cessate il fuoco per la guerra con l’Azerbaijan per il possesso del Nagorno- Karabakh, la regione contesa tra i due Stati. Durante lo scorso anno i combattimenti hanno provocato migliaia di vittime (si parla di almeno 4000 armeni e 2800 azeri), altre migliaia nei feriti e scomparsi e sono terminati dopo la firma di un accordo trilaterale che ha segnato la sconfitta per l’Armenia, la vittoria per l’Azerbaijan e il successo diplomatico della Russia. Con in subordine la soddisfazione della Turchia intervenuta a favore degli azeri. Gli armeni di sono dovuti ritirare da sette distretti che avevano occupato, l’intera regione è rimasta sotto il controllo dell Azerbaijan, compresa la storica città nei Shushi, duemila soldati russi fanno da cuscinetto tra le due etnie e anche l’autonomia amministrativa del Nagorno- Karabakh rimane una chimera.Subito dopo a Erevan e in altre città sono cominciate le proteste ,cavalcate dall’ esercito. Il capro espiatorio di questa situazione è diventato il Primo Ministro Nikol Pashinyan a cui è stata imputata la resa nel conflitto. Pashinyan, diventato Premier nel 2018 dopo aver costretto alle dimissioni Serzh Sarksyan, leader del Partito repubblicana che aveva governato per vent’anni, aveva suscitato molte speranze per un rinnovamento della giovane Repubblica, indipendente dalla Russia dal 1992, basato sulle riforme e sull’avvicimento all’Unione Europea. Ma la disfatta nel Nagorno-Karabakh ha offuscato notevolmente la sua stella anche se è comunque riuscito a portare in piazza, a Erevan, migliaia di persone per rispondere a quello da lui definito un colpo di Stato. È accaduto infatti che dopo le proteste degli armeni per la resa e dopo una polemica all’interno del Governo per il mancato utilizzo di missili russi, da parte dei militari è stato notificato al Premier Pashinyan l’invito a dimettersi. Lo stesso Primo Ministro ha reagito duramente, ricordando che spetterebbe caso mai al Parlamento una tale iniziativa e accusando i vertici delle Forze armate di cercare di impossessarsi del potere attraverso un colpo di Stato. Pashinyan ha licenziato il capo di stato maggiore Onik Gasparian invitando i suoi sostenitori a scendere in piazza per salvare le istruzioni democratiche. Ma la situazione rimane confusa. L’Unione Europea e gli Usa non vogliono coinvolgimenti diretti e la Russia, alla quale si deve soprattutto l’accordo per il cessate il fuoco, non vuole interferire negli affari interni dell’Armenia, raccomandando di stemperare le tensioni, come ha sostenuto Putin bel corso di una telefonata con il Premier armeno. Ma a Erevan il clima politico rimane molto caldo con i manifestanti che davanti al Parlamento chiedono la caduta del Governo e nuove elezioni occupando anche parte degli edifici dell’Esecutivo. La crisi nello strategico Stato del Caucaso meridionale è seguita con grande attenzione della Nazioni Unite. Il portavoce del segretario generale dell’ONU Stephane Dujarvic si è detto estremamente preoccupato per i recenti fatti augurandosi che prevalga la moderazione tra le parti in causa e che si ritorni alla normalità democratica.


Alessandro Perelli

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