martedì, 3 Agosto, 2021

“Nathan e l’invenzione di Roma”, nel libro di Fabio Martini

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Recensione Libro Martini
Mi sono imbattuto in Ernesto Nathan poco meno di 75 anni fa. Ero un ragazzo “libresco” e mi capitò di leggere un opuscolo della Dc, in occasione delle elezioni del 1948. Era la storia di una famiglia ( o, forse, di un capofamiglia) che aveva votato per il Fronte; e di cosa sarebbe successo se, anche in virtù di quel voto, il Fronte avesse vinto. Ma era anche un grande, perché totalmente involontario, omaggio alla memoria. Quella della gente, quella spontanea perché non inventata o imposta dall’alto. Raccontava, infatti, di un capofamiglia, tra l’altro di un’età imprecisata, che aveva trovato sulla scheda la faccia di Garibaldi e che l’aveva immediatamente associata al ricordo commosso di un sindaco che aveva operato a Roma esattamente quarant’anni prima. Un ricordo, un’immagine, trasmessi per via orale; e talmente forti e belli da indurlo a “votare per lui”; salvo a scoprire poi, con orrore crescente, che aveva invece votato non per Nathan ma per Stalin.
Ho ritrovato Nathan, decenni dopo, negli anni delle mie esperienze in Campidoglio e anche dopo. E, da allora, non mi ha più abbandonato. Convegni dopo convegni, riconoscimenti dopo riconoscimenti, approfondimenti dopo approfondimenti. Ma, al termine del percorso, la sensazione di non essere arrivati sino in fondo; insomma, di non avere capito chi fosse Nathan, quale fosse il messaggio politico che la sua esperienza di sindaco ci aveva lasciato e, soprattutto, perché questo messaggio non fosse riuscito a raggiungerci.
Ma, dopo il libro di Fabio Martini (F.Martini, “Nathan e l’invenzione di Roma, Marsilio, 2021), il “non capire” diventerà, almeno per chi pretende di avere a cuore le sorti della nostra “polis”, una colpa grave. Perché il nostro A. gli ha aperto sì le porte di un mondo e di un modo di far politica lontano anni luce dal nostro; ma gli ha fornito anche la parola chiave per interpretarlo e, all’occorrenza, per farlo rivivere. E’ la parola chiave, anch’essa da ricondurre al suo significato originario, è “invenzione”.
Nel contesto politico/culturale dell’Italia di oggi, la parola premia o, meglio, descrive l’illusionista e il manipolatore; quello che vince non perché capisce e fa capire le cose per cambiarle, ma perché è il più bravo nel rappresentarle a suo uso e consumo.
Per Martini, invece, l’invenzione si identifica con il progetto. Diventando, così, l’apriti sesamo per immergerci in un universo, altrimenti incomprensibile. Perché, senza essere illuminata da un progetto, tutta la vicenda, dal principio alla fine, acquista gli aspetti di un miracolo.
Miracolosa l’unione di forze così diverse che vanno dai liberali costituzionali ai socialisti. Miracolosa la presentazione e il successo di un candidato sobrio e riservato, non romano ma in compenso ebreo, massone e, forse, ancora inglese. Miracoloso il fatto che il suo arrivo non è il frutto di un”grande moto di popolo” ma della più classica delle operazioni di vertice. Miracoloso che compaiano improvvisamente accanto a lui, per aiutarlo nel suo cammino, una serie di figure iconiche della passione riformatrice dell’epoca, da Montemartini a Sanjust di Teulada, per citare solo le più grandi. Miracolosa la congiunzione di misure tutte volte a ridurre i poteri dei più forti a vantaggio dei più deboli con il massimo rigore nella loro attuazione. Miracolosa, infine, la vittoria iniziale, praticamente per la rinuncia a combattere dell’avversario e, forse ancor di più, il verdetto finale, dove Nathan sfiora la vittoria, pur privo dell’apporto dei socialisti e in presenza di una coalizione conservatrice compatta e in grado di condurre una campagna elettorale su temi che, con i problemi di Roma non hanno nulla a che fare.
Ora, se la categoria del miracolo è, come dire, fuori tema, bisogna trarne le conseguenze. Per affermare esplicitamente che miracoloso- perché frutto di una combinazione di circostanze mai registrate né prima né dopo, è il progetto.
In che cosa consista questo progetto, Fabio Martini non ce lo spiega. Perché dobbiamo capirlo da soli. E perché spetta a ciascuno di noi stabilire se siamo di fronte ad un’opera che appartiene ad un passato morto e sepolto oppure ad un’indicazione preziosa per il nostro presente e il nostro futuro.
Possiamo allora cominciare a “guardare dentro”; e, attenzione, con uno sguardo libero da facili pregiudizi e funeste ideologie.
Si tratta, in primo luogo e, in linea generale, del classico riformismo dall’alto. Proprio di un’epoca felice in cui le classi dirigenti si rendono conto che “così non si può andare avanti”; e che per sopravvivere devono rimettersi in gioco.( Per apprezzarne la portata basterà ricordare che il riformismo è solo una delle possibili opzioni a disposizione del potere, mentre rappresenta, per il suo antagonista, l’unica via percorribile ).
Ma, nella Roma di Nathan si va oltre. Qui non siamo più alle concessioni/elargizioni calate dall’alto e spinte dalla necessità. Ma alla costruzione di un nuovo rapporto tra stato e cittadino, basato sulle stretta connessione tra diritti e doveri e sul riconoscimento pieno della reciproca dignità. Il tutto in una fase temporalmente limitata e sostanzialmente irripetibile dove si congiungono e si rafforzano reciprocamente:
la tradizione risorgimentale nella sua versione mazziniana; la massoneria nella sua progressista e illuminata; il positivismo come fiducia incrollabile nella ragione e nel progresso; e, infine, il riformismo socialista visto nella sue essenza come “emancipazione dei lavoratori ad opera dei lavoratori stessi”. E, a tenere insieme il tutto una nuova e grande generazione di “servitori dello stato”. Un mondo che, ebbene sì, troverà il suo cantore in quel De Amicis, autore, in quel periodo del libro “ Cuore”; e, insieme, di un testo sul significato della parola “compagno” che riuscirà a rappresentare, in modo mirabile, l’essenza etica del socialismo. Un mondo di cui il quinquennio di Nathan è, insieme, l’espressione più alta e il canto del cigno. E, attenzione, un mondo la cui parola in cui l’idea di progetto si lega indissolubilmente a quella di missione;
Oggi, quel mondo non c’è più; perché scientemente distrutto e, direi, pervertito nell’arco di decenni. E perché le fondamenta su cui si è basato non esistono più. Però le sue idee di base: il pubblico non come spazio di specifici interessi ma come missione e progetto sono più attuali che mai e rimangono anzi l’unica base da cui ripartire.
E’ una delle tante risposte possibili alla domanda di Martini. Ma, personalmente, non ne vedo altre.

 

Alberto Benzoni

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