martedì, 19 Ottobre, 2021

Negazionismo, uso pubblico della storia, egemonia

0
Cos’è il negazionismo?

Ho letto con attenzione Tomaso Montanari sulle Foibe, il suo articolo ha suscitato polemiche roventi. Possiamo definire l’autore un negazionista? Direi di no. A meno che per negazionista non si intenda colui che ridimensiona l’entità di una strage efferata. Il che però significherebbe stiracchiare alquanto il concetto. C’è un dibattito accanito sulle dimensioni dei massacri perpetrati dai partigiani titini contro gli italiani. Chi sa con esattezza quanti innocenti furono infoibati? Quanti fascisti fra le vittime? Quest’ultima domanda è “politicamente scorretta” (lo è per la destra). Il discorso sull’appartenenza politica delle vittime è molto scivoloso: per una certa sinistra tutti i fascisti, indistintamente, erano colpevoli. Meritavano quindi quella fine atroce? Ma chi erano davvero i fascisti infoibati, simpatizzanti del regime mussoliniano come ce n’erano a bizzeffe in tutta Italia? Soldati con la divisa sbagliata? Autori di crimini a loro volta?
Mutatis mutandis, chi conosce con precisione il numero degli ebrei gassati nei lager di sterminio o fucilati dagli Einsatzgruppen nei territori occupati dai nazisti? (Qui non è possibile alcuna ambiguità: gli ebrei erano tutti innocenti: venivano “liquidati” per ciò che erano, non per le idee che avevano o per le loro azioni). Sei milioni è la cifra generalmente accettata dagli storici, ma è impossibile documentarla per ovvi motivi. Il punto, scabroso, è: si può parlare di un numero inferiore di vittime senza essere bollati come negazionisti della Shoah? Dipende, immagino, dalla cifra che si ipotizza e, soprattutto, da come la si calcola. Certo, nessuna persona in buona fede e dotata di raziocinio può negare che il genocidio ebraico ci sia stato, e che abbia avuto dimensioni apocalittiche: milioni di morti ammazzati scientemente dalle SS.
Insomma: urgerebbe una definizione super partes, scientifica, di negazionismo. Un negazionista conclamato è lo storico David Irving, il quale negò l’esistenza stessa delle camere a gas, prima di ricredersi a seguito dei processi che subì. Non tutti i casi sono così semplici. La guerra delle cifre sui morti, il computo dei cadaveri per fini politici, è squallido, orribile: spesso ha lo scopo, appunto, di ridimensionare eccidi di massa al fine di evitare imbarazzanti rese dei conti postume. Si pensi al genocidio armeno, di cui si parla troppo poco, e alla terribile carestia che gli ucraini chiamano Holodomor, di cui si parla ancor meno, una carestia provocata volutamente da Stalin e dalla sua cricca criminale, a seguito della quale morirono di stenti milioni di innocenti nell’Ucraina degli anni Trenta.
Parole al vento, le mie. Temo che “negazionista” farà la stessa fine di “fascista”, che ormai da decenni spadroneggia nelle polemiche e negli attacchi al vetriolo: è un termine propagandistico, non indica più soltanto il nostalgico del Ventennio – fascista è diventato sinonimo di conservatore, tradizionalista, autoritario, intollerante, nazionalista ecc. Il che, da un punto di vista sociolinguistico, è logico e comprensibile: poiché le lingue sono organismi vivi, non già mummie inerti, i vocaboli mutano significato come i serpenti cambiano pelle. Basta saperlo, però: oggi “fascista” copre una gamma amplissima di significati.
La guerra ideologica guerreggiata che subiamo da anni in Italia non è propizia né ai chiarimenti terminologici né, figuriamoci, a un’operazione verità bipartisan sulla storia patria. Ben poche persone, a destra e a sinistra, sono predisposte al dialogo e al confronto in un’ottica liberale sulle questioni che toccano tutti i cittadini. Facile quindi profetizzare che “negazionista” continuerà ad essere un insulto, un’etichetta spregiativa. La storia si ripete: ricordate l’accusa infamante, formulata dai marxisti ortodossi nei confronti dei socialisti democratici e liberali, colpevoli di voler riformare il capitalismo, anziché abbatterlo con un bel bagno di sangue? Siete vili revisionisti, siete social-traditori, siete social-fascisti! Eccola la triade demoniaca: fascista, revisionista, negazionista.
Ma cosa ha detto precisamente Montanari di così controverso sulle Foibe? La narrazione neofascista, che equipara vittime e carnefici, sarebbe diventata “la narrazione ufficiale dello Stato italiano” (citando Eric Gobetti, E allora, le Foibe?). La sinistra, succube della destra più becera, quella postfascista, avrebbe acconsentito a un intervento legislativo vergognoso: “la legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica”. Intendiamoci: Montanari, qui, non dice che le foibe siano un falso storico. La falsificazione, secondo lui, è porre sullo stesso piano gli ebrei, vittime del più massiccio genocidio del Novecento, e gli infoibati, un massacro minore, per così dire, fra i tanti avvenuti nella Seconda Guerra Mondiale. Un massacro, peraltro, che assomiglia tanto a una rappresaglia nei confronti degli ex occupanti fascisti di quella che era allora la Iugoslavia.
Se le cose stessero effettivamente così, se la legge cioè avesse questa pessima finalità, dovremmo dar ragione Montanari. Ma così non è. Eppure lui ne è convinto. “Questo era il fine: costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui fonda la Repubblica. E ora un disegno di legge giacente in Senato vorrebbe rendere un reato il negazionismo delle Foibe”. (“Foibe, verità e menzogne dietro la canea delle destre” Il Fatto Quotidiano). Sull’ultima affermazione c’è poco da dire: chi di reato d’opinione ferisce, di reato d’opinione perisce!
Che la destra postfascista persegua un disegno egemonico con lucida follia, è innegabile. Quel disegno va contrastato con determinazione. Che la finalità della legge sia quella di sdoganare la visione fascista del secondo conflitto mondiale, ebbene, questo invece mi sento di escluderlo nella maniera più assoluta. Il fatto che alcuni gruppuscoli di facinorosi (ed ignoranti) equiparino – in maniera spudorata e vergognosa – Foibe e Shoah non c’entra nulla con lo spirito di una legge dello Stato, alla quale non si possono attribuire torbide intenzioni o velleità mascherate. Cosa c’entra l’uso propagandistico o la manipolazione di un testo (giuridico, politico ecc.) con il senso profondo, l’intenzione di quel testo?
Ecco perché difendo senza tentennamenti la legge che ricorda le Foibe: a prescindere dal numero preciso delle vittime, è acclarato che vi furono schiere di innocenti uccisi. Il che mi basta. Pulizia etnica – espressione che dà l’orticaria a certi antifascisti – vi fu, tant’è che circa 300.000 italiani dovettero fuggire dalla Venezia Giulia, dall’Istria e dalla Dalmazia. Che tali crimini non sarebbero avvenuti se Mussolini non ne avesse compiuti di ben peggiori nella ex Iugoslavia, è fuori di dubbio. Ciò non toglie nulla all’efferatezza di chi volle e di chi eseguì l’operazione foibe/pulizia etnica a danno degli italiani. A mio avviso è proprio questo il senso più profondo della legge: ricordarci che un crimine contro l’umanità non cancella né giustifica uno minore, neppure se quest’ultimo è compiuto per ritorsione. Le nazioni civili declinano in maniera civile, appunto, la giustizia dei vincitori. Eccolo il vero paradosso di questo dibattito sulle Foibe: coloro che, a sinistra, sbraitano contro le immorali equiparazioni fra aggrediti e aggressori commettono il peccato che attribuiscono agli altri. “I fascisti invasero la ex Jugoslavia? Beh, logico che vi fossero rappresaglie a guerra conclusa. Così va il mondo.” No, mi dispiace, questa è una logica inaccettabile sul piano politico e morale. Il fatto che tu, sovietico o titino, abbia subito una guerra d’invasione criminale non giustifica l’uccisione da parte tua di innumerevoli innocenti nel campo avversario. Altrimenti tu, vendicatore folle, cominci ad assomigliare al carnefice che hai sconfitto.
Un crimine contro l’umanità di enorme proporzioni può solo spiegare storicamente, da un punto di vista fattuale, di concatenazione logica, il perché ne avvenga uno minore a quello collegato – la vendetta è un impulso primordiale dell’animo umano, al tempo stesso le vittorie militari sono eccellenti scuse per trarre utili politici ed economici. La storia ce ne offre una casistica fin troppo ampia. Non lo si ripeterà mai abbastanza: giammai un crimine contro l’umanità ne può giustificare un altro quale ritorsione. altrimenti, caro Montanari, si finisce per annullare la differenza fra aggressori e aggrediti, carnefici e vittime. George Orwell, un socialista libertario che aveva imbracciato il fucile per dar manforte agli anarchici nella guerra civile spagnola, si dichiarò fermamente contrario a vendette postume nei confronti dei tedeschi. In lui, a guerra vinta, prevalse la pietas per il popolo tedesco, sofferente fra le macerie fumanti. Nessuna pietà per i carnefici e gli artefici degli stermini, su questo non ci piove, ma pietas per gli sconfitti della storia.
Se i sovietici – che di crimini di guerra ne compirono comunque a iosa – avessero deciso, nel 1945, di pareggiare i conti ed eliminare 12 milioni di civili tedeschi, tanti quanti ne avevano persi loro, avremmo dovuto rassegnarci, perché ‘così va il mondo’? Sarebbe stato, questo, un crimine giustificabile, dettato dalla comprensibile volontà di far pagare ai vinti le enormi perdite patite dai popoli dell’Unione Sovietica a seguito dell’invasione nazista? Se i partigiani avessero avuto la facoltà di passare per le armi tutti gli italiani che erano stati fascisti convinti, ovvero tesserati al PNF, avremmo dovuto a nostra volta metter su un campo di sterminio. Quanti italiani che avevano indossato la camicia nera sarebbe stato lecito fucilare? Centomila, un milione?
Ammesso (e solo parzialmente concesso) che gli eccidi delle Foibe siano state anche forme di rappresaglia, bisognerebbe riflettere bene sulla moralità delle azioni del vincitore. Io rifiuto le vendette criminali perché, in una guerra giusta, di autodifesa, pretendo dai vincitori elevati standard di moralità o, quantomeno, più elevati di quelli messi in cattiva mostra dalle SS. Si celebrino dieci, cento processi di Norimberga, e si impicchino centinaia di responsabili e di aguzzini nazifascisti, gli Eichmann, gli Himmler, i Mengele, i capi delle unità Einsatzgruppen – sempre dopo regolare processo. Ma no, non possiamo accettare la giustizia sommaria animata dal furore della vendetta, una pseudo giustizia, fatalmente un’ingiustizia. Altre fosse comune, altre pile di cadaveri. Occhio per occhio, dente per dente, strage per strage. Sì che a quel punto la linea – morale, prima ancora che politica – di demarcazione fra vincitori e vinti svanirebbe come se fosse tracciata sulla sabbia. E infatti gli angloamericani, dopo aver compiuto anch’essi qualche azione efferata (i bombardamenti di alcune città che si potevano risparmiare, talora il trattamento disumano dei prigioni di guerra), intentarono quel capolavoro che fu il processo Norimberga, pur criticato da insigni giuristi perché affermava il principio – a mio avviso sacrosanto – della retroattività per quanto riguarda i crimini contro l’umanità. In tal modo, i vincitori dimostrarono la loro superiorità politica e morale: denazificarono la Germania, non annientarono metà del popolo tedesco, né lo trasformarono, per “contrappasso”, in una massa di bestie da soma, destino che i nazisti volevano riservare alle popolazioni slave, gli Untermenschen.

Uso politico/pubblico della storia

È fuorviante ed ingiusto accusare unicamente la destra postfascista: i primi negazionisti e falsificatori della storia politica solo gli intellettuali marxisti organici al PCI. Per decenni molti di loro negarono o sminuirono i crimini contro l’umanità compiuti da Lenin e da Stalin. A partire dai processi e alle purghe staliniane, costate circa un milione di morti. Stragi negate o ridimensionate, con ragionamenti simili a quelli che allietavano la coscienza dei capi delle SS: “uccidere una persona è un omicidio, far fuori cento persone è una strage, liquidarne un milione è una statistica in un libro di storia”. E, si badi bene, non ho tirato in ballo le stragi efferate che hanno scandito la Rivoluzione bolscevica: le rivoluzioni non sono pranzi di gala, diceva qualcuno con sussiego. Del resto, anche le guerre giuste, di autodifesa, producono massacri di innocenti. No, parlo delle stragi pianificate a tavolino dai capi di un regime già stabilizzato, i quali un bel dì hanno cominciato a spedire di fronte al plotone di esecuzione, o in Siberia a congelarsi, i “compagni che sbagliavano”. Quanto spesso avete sentito parlare delle fosse di Katyn, in Polonia? Lì trovarono la morte oltre 20.000 ufficiali polacchi, il fior fiore della classe dirigente polacca. Strage ad opera dell’Armata Rossa. L’URSS negò la paternità di quel crimine contro l’umanità, attribuito alle SS di Hitler fino all’epoca riformista di Gorbaciov. Una strage, questa, che si giustifica in base alla necessità di difendere la Rivoluzione d’ottobre?
Falsificazione storica e uso pubblico (spesso propagandistico) della storia vanno a braccetto. Scagli la prima pietra chi è senza peccato. È stata la sinistra postbellica ad inaugurarlo, l’uso politico della storia, sminuendo i crimini commessi dai partigiani italiani, o negando che alcuni gruppi (soprattutto formazioni comuniste) combattessero una guerra che aveva una duplice finalità: lotta di liberazione e guerra di classe. Ciò richiedeva l’assassinio di possidenti terrieri e di borghesi collusi con il fascismo. Il negare l’evidenza di certi fatti criminosi ha fatto ribollire la rabbia, ha generato il desiderio di rivalsa imperante a destra.
Io non temo la verità sulla lotta partigiana: il fatto che alcuni partigiani abbiano commesso crimini non può sminuire lo straordinario valore ideale della Resistenza, esattamente come le bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima – eventi terribilmente traumatici – non cancelleranno mai la verità storica, ovvero che la vittoria degli Alleati ci ha consegnato un mondo infintamente migliore di quello cui avrebbero dato vita i nazifascisti e i loro alleati. Che Gli USA fossero dalla parte del giusto, è auto evidente: hanno consentito alle liberal-democrazie di nascere sulle ceneri del nazifascismo e dell’imperialismo nipponico. Allo stesso modo, le stragi compiute dall’Armata Rossa non cancelleranno mai un’altra verità storica, ovvero che i sovietici, nel 1941-45, combatterono una “guerra patriottica”, una guerra di sopravvivenza, contro un invasore criminale, che aveva torto marcio da cima a fondo, un invasore che divideva l’umanità in ariani e subumani. In quella guerra difensiva morirono circa 12 milioni di soldati sovietici, sui campi di battaglia e nei lager nazisti.
Chiarito ciò, non possiamo eludere domande scomode. Il fatto – veritiero, innegabile – che la “grande guerra patriottica” fosse di autodifesa, giustifica forse la decisione sovietica di attendere alle porte di Varsavia, a fine 1944, affinché i nazisti completassero l’opera di liquidazione della Resistenza polacca, da cui sarebbero potuto emergere futuri dissidenti? E il fatto che gli USA fossero dalla parte del giusto, giustifica moralmente il bombardamento della citta di Dresda, nel febbraio del 1945, un’immane rogo nel quale oltre 100.00 civili furono arsi vivi con le bombe al fosforo? La storia è maledettamente complicata, su quella tavolozza il bianco e il nero non sempre rendono il senso degli avvenimenti. È proprio per questo che trovo utile, per la formazione dell’opinione pubblica, la legge sulle Foibe. Quella legge, di per sé, non stabilisce alcuna equiparazione fra le parti in conflitto. Quando mai l’Italia democratica e antifascista, il nostro Parlamento liberamente eletto hanno posto sul medesimo piano i nazifascisti, da un lato, e i partigiani/gli Alleati dall’altro?

Lotta per l’egemonia fuori tempo e riconciliazione nazionale

Io imposterei diversamente un discorso critico sulle Foibe. Anziché cassare la legge esistente, istituirei semmai una Giornata della Memoria per i crimini commessi dall’Italia colonialista e fascista. La proposta è utopistica. Ma val la pena parlarne. Lì si vedrebbe chi è antifascista e chi no. Qual è il cuore del problema? La Giornata della Memoria sulle Foibe avrebbe dovuto facilitare la riconciliazione nazionale. Italia, da secoli divisa fra Guelfi e Ghibellini. La sinistra parlamentare – meritoriamente – ha porto il ramoscello d’ulivo, la destra illiberale, postfascista, ha risposto con il manganello. Quella destra, animata da revanscismo, è sempre più tronfia perché sale nei sondaggi. Assistiamo a una lotta di egemonie, e non già a un confronto franco, sine ira et studio, sulla storia nazionale. La destra desidera sostituire la propria narrazione a quella della sinistra comunista.
Nel dopoguerra il PCI, autoproclamatosi Custode dell’Arca dell’Alleanza, ovvero della Costituzione nata dalla Resistenza, impostò la questione in termini, appunto, di egemonia. La narrazione comunista era la verità rivelata. Chi la osteggiava era un criptofascista. Ora siamo alla nemesi. Mi rivolgo alle teste pensanti a destra: pensate davvero che abbia senso eliminare gli ultimi focolai dell’egemonia comunista adottando gli stessi atteggiamenti e metodi totalitari di certi comunisti del tempo che fu? Perché volete ripetere il loro errore? Forse perché avete affinità nel vostro DNA ideologico: siete democratici, certo, ma anche illiberali. Mi sbaglio? Dimostratemelo rinunciando definitivamente al concetto di egemonia. Un concetto tossico, quello: la democrazia liberale fiorisce rigogliosa solo laddove convivono idee e visioni differenti e contrastanti, unite soltanto dal rispetto per la Costituzione.
La forma mentis illuministica e liberale è il miglior viatico per giungere a una narrazione condivisa che rafforzi l’identità nazionale. Sì, il revanscismo della destra è urticante – qui mi rivolgo alle teste d’uovo della sinistra – eppure non è il ripristino di una visione a senso unico, totalizzante che renderà l’Italia un Paese più antifascista. Non è costruendo casematte ideologiche e combattendo furibonde battaglie di retroguardia che faremo rinsavire la destra postfascista.
La riconciliazione nazionale richiede uno sforzo di onestà intellettuale da parte di tutti: gettiamo alle ortiche i paraocchi ideologici. Il Mussolini che, secondo alcuni, fece anche “cose buone” è lo stesso individuo ributtante che ordinò una sequela di omicidi politici, l’uso dell’iprite in Libia ed Etiopia, e acconsentì all’invio degli ebrei italiani nei lager nazisti con la benedizione del regime fascista. Il fatto che Stalin fosse un criminale ancor peggiore, non muta di una virgola questa elementare verità. Il Togliatti che, saggiamente, indicò la via democratica e parlamentare nel 1945 è lo stesso personaggio spregiudicato che assistette, e assentì, ai processi staliniani negli anni Trenta, a Mosca. I partigiani che ci liberarono dai nazifascisti sono gli stessi combattenti coraggiosi che, in alcuni casi, commisero crimini di guerra.
Un patriota autentico sa fare i conti col passato, non ha bisogno di edulcorarlo o mitizzarlo. La storia reale è un miscuglio di idealità e sogni che spesso si impastano nel “sangue e nella merda” della lotta politica. Non è epica di cavalieri senza macchia. Essere patrioti, oggi, significa anzitutto vivere coerentemente gli ideali della nostra Costituzione nella prassi quotidiana (il PCI, da questo punto di vista, promosse un lodevole patriottismo costituzionale). Se abbiamo introiettato nel nostro animo i valori costituzionali, potremo entrare con la coscienza pulita nell’agone della storia pubblica. Nessuno potrà arrogarsi il diritto di zittirci da una cattedra; se siamo democratici e libertari, allora siamo anche antifascisti, antistalinisti, antitotalitari per definizione.
Anche questo va ripetuto fino allo sfinimento: l’unico vaccino efficace al virus fascista e totalitario si chiama liberalismo, rifiuto dell’egemonia, elogio dell’eresia, accettazione di una pluralità dei punti di vista, apertura al confronto. Il dramma dei nostri tempi è che la destra e la sinistra, parlo di quelle maggioritarie, sono entrambe NO VAX: vedono come un male il vaccino libertario e non già il virus, il massimalismo ideologico! Eppure abbiamo bisogno di società sempre più aperte che sappiano gestire e incanalare i conflitti politici, società grondanti idee liberali e illuministiche che sappiano fare i conti con un passato traumatico collegato in maniera schizofrenica a un presente caotico – caos dovuto al fatto che i Guelfi e i Ghibellini di turno amano utilizzare i traumi della storia come una sciabola ideologica. L’avversario politico non sia più un nemico da abbattere o da convertire a una nuova narrazione egemonica, declinata secondo dogmi e schemi al di fuori della storia reale.
La sinistra, recepita e assimilata la lezione liberale, dovrebbe anche coltivare la pietas per gli sconfitti della storia. Fra i fascisti che odiamo c’erano moltissimi inconsapevoli adulatori di un dittatore criminale e farsesco, parliamo dei nostri nonni per Bacco! Gli italiani in camicia nera restano pur sempre nostri connazionali. Tutti delinquenti e assassini? Lo erano anche i ragazzi di vent’anni che, vestendo la divisa sbagliata, morirono ad Anzio – per malinteso senso dell’onore patrio – assieme ai soldati tedeschi per fermare gli angloamericani? Non la pensava così Palmiro Togliatti, né durante il Ventennio né nell’immediato dopoguerra.

 

Edoardo Crisafulli

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply