lunedì, 18 Ottobre, 2021

Non abbandonare l’Afghanistan

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Tra delusione e paura, oggi più che mai è necessaria una forte presenza delle NU per garantire protezione e aiuti umanitari.
La comunità internazionale le Organizzazioni umanitarie, la cooperazione e solidarietà internazionale devono adoperarsi ad ogni livello al fine di riattivare al più presto, contatti e relazioni e rinsaldare gli obiettivi di sostegno ai civili in difficoltà.
Vent’anni dopo l’intervento militare a Kabul e la disfatta di questi giorni la prima conseguenza visibile è stata la scomparsa dell’esercito Afgano e la fuga del presidente Ghani. Poi il mondo ha visto, in diretta, il panico nei volti dei poveri afghani – le donne in particolare, lasciati li dall’occidente, in balia (spero di no) dei talebani che si professano, oggi sui media, morbidi e tolleranti rispetto un superato islam brutale e intollerante, che si ripresenta minaccioso proprio a Kabul dove l’intelligence alza l’allarme attentati Isis proprio a Kabul dove vi sono migliaia di afghani ammassati in cerca di libertà.
Ma ciò che registriamo oggi, più che mai, è il bisogno di restare in Afganistan come ha fatto UNHCR che ha deciso di continuare a sostenere la popolazione civile con la capacità e la conoscenza che contraddistingue l’Alto Commissariato per i rifugiati ONU.
Abbracciamo l’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite e con tutte le organizzazioni di cooperazione internazionale attive in Afganistan si chieda il rispetto dei diritti umani e l’immediata cessazione di ogni tensione e violenza. Tutto ciò per permettere che siano riconciliate sicurezza e distensione e garantita la mobilità delle persone e degli operatori impegnati ad aiutare i civili in tutto il territorio.
Lascia l’amaro in bocca sentire il Presidente Americano dire siamo andati per battere il terrorismo e non per costruire una nazione. E guardando l’ingresso armato dei Talebani a Kabul non credo proprio che possiamo sentirci soddisfatti né di aver battuto il terrorismo né la strategia del terrore seminata sulla popolazione Afgana che, “lancia” i bambini ai militari per metterli in salvo e insegue gli aerei sulla pista dell’Aeroporto per poter fuggire.
Cerchiamo di essere pragmatici come dicono di essere i nuovi Talebani. Vista l’incomprensibile decisione Usa di uscire dalla regione come “missione conclusa” a giorni e il voltaspalle dei militari Afgani, non ci resta che toccare la nuova versione dei Talebani. Una cosa è certa bisognerà essere ancora presenti. Come? Stabilizzando nel brevissimo e più strutturate possibili, le Agenzie Umanitarie dell’ONU, -protette e finanziate- sinché tutto il sistema di cooperazione potrà tranquillamente riattivarsi.
In attesa di nuovi accordi si trovi lo spazio di dialogo per garantire almeno una forte presenza delle Nazioni Unite, proprio in questa delicata fase di radicale cambiamento dell’assetto di governo.
Del resto è risaputo che se i paesi alleati, tra militari e corpo diplomatico non saranno più presenti, dal 31 agosto sarà difficile sapere cosa succede nelle regioni afgane. Mentre l’assestamento dei Talebani a Kabul -nella grande città – è tutto in movimento quindi caotico, si comprende quindi la spaventata “fuga” dei collaboratori occidentali che aggiunge panico e concitazione mediatica.
In una situazione così convulsa sarebbe fortemente auspicabile almeno un ragionato rallentamento dell’evacuazione militare. Per questo in queste settimane in attesa del G20 è necessario vigilare sulla regione e capire se le notizie di episodi di violenza su collaboratori e popolazione saranno la punta di un iceberg o svaniranno come neve al sole, ben sapendo che “dum Romae consulitur”
Sulle persone in fuga constatiamo dai dati Unhcr che se non ospitati dai paesi vicini, la maggior parte dei profughi Afghani potrebbe restare in Afghanistan. Questo dato diventa centrale per capire come potranno, bambine e giovani andare a scuola e partecipare alla vita sociale del paese nel breve periodo. Per questi motivi sarà ineluttabile un dialogo con gli interlocutori più disponibili dei Talebani.
Per noi umanitari dialogare anche con chi non rappresenta la massima espressione della democrazia, ma con cui bisogna parlare e trovare accordi, è pratica conosciuta, innesca di solito una sorta di realismo sostenibile, verso la parte migliore di un accordo, anche se piccola, quando favorisce le parti più deboli e le cose che più servono alla popolazione indifesa.
Per questo bisogna valutare sin d’ora gli effetti del momento in cui saranno andate via tutte le presenze occidentali da Kabul: militari, diplomatici e collaboratori vari. Quello sarà il giorno in cui le relazioni serviranno a costruire un percorso interno, il più sostenibile possibile.
E solo così, con la presenza delle UN si potrà comprendere cosa succederà. Del resto e credo non bisognerà aspettare molto per capire quale sarà la reazione degli Afghani in rapporto a quello che si dimostrerà il nuovo regime talebano. Più dura sarà la presenza Talebana e più profughi e rifugiati ci saranno. E forse altri conflitti come la resistenza nella valle del Panshir a nord est di Kabul, una delle 34 province non in mano all’emirato islamico per una strenua difesa collegata a nome di Shah Massoud, il Leone del Panshir, mai arresi neanche nel conflitto degli anni 90.
Si devono infatti sin d’ora valutare gli effetti di una mobilità regionale verso paesi come il Pakistan e Iran, esortando questi paesi a restare accoglienti e a garantire il diritto all’asilo. Va messa in agenda una strategia verso i milioni di afghani profughi interni (Unhcr) che necessitano di aiuto immediato essendo circolari proprio in Afghanistan.
Per l’Europa ricordiamoci che l’immobilismo e le sue complesse tempistiche sull’accoglienza furono deleterie nei confronti di poveri rifugiati che chiedevano aiuto alle porte del nostro continente pochi anni or sono. Oggi niente alibi, queste popolazioni vanno aiutate e subito. Niente veti di paesi membri, si può votare a maggioranza “dice Gentiloni ” per l’apertura di corridoi di uscita dai territori ostili e accoglienza UE.
Bene farà l’Unione se eviterà gli errori commessi con i profughi Siriani dove da paesi impreparati e divisi spuntarono muri e filo spinato, poi calci e bastonate a poveracci in fuga con bambini in braccio. Ogni atteggiamento disumano interno all’UE oggi non può più essere tollerato. Il consiglio Europeo recuperi terreno e faccia presto, utilizzi ogni meccanismo legislativo utile al soccorso e alla protezione internazionale. Fa bene il Primo Ministro Draghi a promuovere immediate consultazioni diplomatiche internazionali. Questo spero inneschi una forte pressione internazionale su un comune interesse quello della stabilizzazione di un paese collocato nel bel mezzo di una storia tra Russa e Cina dove nessuno vorrebbe fossero stuzzicate delicate minoranze interne facilmente infiammabili verso l’estremismo.
Poi per strada troveremo il Pakistan che, come la Turchia, potrebbero diventare meta di altri milioni di profughi. In questo contesto rincuora la notizia che il G7 avrebbe accolto la richiesta della Presidenza italiana di Mario Draghi nel sostenere il coinvolgimento sul futuro dell’Afghanistan di Cina, India e Russia, Turchia e Arabia Saudita. Contemporaneamente, il portavoce dei Nuovi Talebani dichiara in una conferenza stampa “Non ci vendicheremo con nessuno e che i diritti donne saranno tutelati sotto la Sharia”.
Di fronte a grandi cambiamenti che pandemia e crisi internazionale impongono dobbiamo guardare all’Afganistan con grande spirito solidale, mantenendo ferma non solo la memoria dei 53 Italiani morti in Afganistan e dei 723 feriti anche quanto costruito nella regione di Herat oggi riconquistata dai Talebani. Tutto ciò ci stimola a dover esercitare un ruolo politico attivo nei confronti delle gravi conseguenze che potrebbero avvenire in Afghanistan. Per questi motivi l’italia e l’Ue devono vigilare e insistere, affinché sia tesa la nostra mano e quella dell’intera Unione verso il popolo Afgano attraverso contatti e relazioni. Non lasciamo che vengano estirpati i semi di libertà, di democrazia, di tolleranza, di umanità che sono stati piantati insieme con la nostra presenza e con il sacrificio di tanti.
Portiamo acqua a queste piante di libertà insieme, al loro fianco, affinché non si disperda nel vento il significato di questo impegno, come hanno fatto i cooperanti le nostre Ong che si sono dedicate, insieme ai nostri militari a compiti sociali, culturali, giuridici, alle scuole, alla sanità, all’educazione alle famiglie alle donne afghane per 20 anni e più.
Per tutto questo, l’Italia e l’UE non potranno mai abbandonare persone, uomini donne bambini famiglie in cerca di aiuto.
Nel frattempo che Dio li protegga, inshallah.

 

Corrado Oppedisano
Co Fondatore Forumsad e Reach Italia Ong Membro CNCS MAECI

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