martedì, 19 Ottobre, 2021

Norvegia. Borioni: Jonas Gahr Store e la sfida laburista

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I laburisti tornano a guidare la Norvegia. L’esecutivo della leader del partito Høyre (Destra), Erna Solberg, sconfitto alle elezioni del 13 settembre scorso, esce di scena dopo otto anni di governo della sua coalizione borghese.
Jonas Gahr Støre sarà, dunque, il nuovo Primo ministro, sostenuto da una maggioranza di centro sinistra ancora da ben definire e delimitare, ma avendo come  sicuro junior partner il vero vincitore delle elezioni, il Partito di Centro di Trygve Slagsvold Vedum.
A Oslo si verifica, in effetti, un cambio di maggioranza più per la perdita netta del partito della Premier uscente e dei suoi alleati del Partito del Progresso e dei democratico cristiani, che per un successo dei socialdemocratici.

Già da anni prima formazione politica del Paese, l’Arbeiderpartiet, quindi, dirigerà il governo pur perdendo l’1,1% e un deputato, attestandosi al 26,3% e 48 seggi sui 169 dello Storting e grazie alla crescita anche dell’area rosso-verde.

La Destra di Erna Solberg, invece, scivola di quasi cinque punti, arretrando al 20% dei consensi con 36 seggi (-9). I suoi partner del partito nazionalista-populista, il Partito del Progresso, della leader e già ministro Sylvi Listhaug, perdono 6 seggi scendendo all’11,6 (-6 deputati); i Dc del Kristelig Folkeparti conservano solo 3 degli 8 mandati del 2017, mentre l’altro alleato della Solberg, i Liberali del Venstre, sono stati gli unici a mantenere le proprie posizioni (4,6% e i medesimi 8 seggi di cinque anni fa).

Sarà il Partito di Centro, il Senterpartiet, di origine agraria e grande difensore delle autonomie locali e delle località più periferiche, propugnatore di un decentramento e di un welfare equilibrato – tutte aree particolarmente colpite dal governo di centro destra – il primo alleato di Støre con il suo 13.5% e 28 deputati (+9).
E’ ancora da definire, invece, il coinvolgimento o meno nel nuovo esecutivo del Partito della Sinistra socialista (7,6% e 13 seggi, +2) e quale ruolo nella maggioranza rosso-verde avrà la formazione della sinistra radicale del neonato Partito Rosso, altro vincitore delle Politiche con il suo 4,7% e 8 parlamentari. Peraltro, è da rilevare che tutti gli Stati del Nord Europa sono oggi tornati, dopo molti anni, ad essere governati contemporaneamente da coalizioni di sinistra o centro sinistra.

L’Avanti! on line ne parla in una intervista con Paolo Borioni, docente associato di Storia Contemporanea all’Università di Roma – La Sapienza, e appassionato studioso delle esperienze socialiste e social democratiche scandinave ed anche Mitteleuropee.

 

Professor Paolo Borioni, il governo norvegese torna ai Laburisti con nuovi e vecchi alleati, ma quali sono le ragioni della sconfitta della Premier conservatrice Erna Solberg e della coalizione borghese?

 

Il centro destra ha eroso i propri consensi perché nell’area conservatrice norvegese non c’è né una leadership, né una cultura politica abbastanza pragmatica e solida, tali da potersi orientare e impegnare in un altro tipo di alleanze o grandi coalizioni, come accaduto in Germania con la Merkel e la Cdu/Csu o in Austria.

Le basi parlamentari del centro destra borghese si sono ristrette, perché i nazional-populisti del Partito del Progresso erano insoddisfatti del governo di centro destra che, secondo loro, in primo luogo non era abbastanza anti-immigrazione. Nel frattempo, anche gli altri partiti alleati della Solberg, come i liberali del Venstre e il partito democristiano hanno perso molti consensi. Pensiamo che fino a venti anni fa quest’area era arrivata anche oltre il 15%.

L’altra questione da rilevare è che il Partito di Centro, il Senterpartiet, che rappresenta le zone agrarie, le periferie, le zone costiere e di pesca è ed è stato il veicolo ideale per portare il voto insoddisfatto del centro destra verso il centro sinistra. Infatti, questa formazione storica norvegese ha guadagnato moltissimo in termini di voti e seggi, arrivando ad oltre il 13,5% e un +3,2%. Il partito, poi, è tradizionalmente alleato più spesso con il centro sinistra, con i laburisti quindi, che con la destra borghese.
Anzi, il leader Vedum, a risultati consolidati ha affermato che se Store diventerà primo ministro lo deve proprio al Partito di Centro. Vedum lo dice perché questo lo rafforza nelle trattative per la formazione del governo ed anche perché rientra in una precisa dinamica elettorale.

 

I centristi difendono e spingono il decentramento amministrativo e battendosi per la salvaguardia  delle zone rurali e costiere più lontane e periferiche, come dei suoi abitanti. Ma è anche per questo che i liberal-conservatori di Erna Solberg hanno perso. Il governo di centro destra ha inteso accentrare le competenze, comprimendo i poteri locali.

 

Sì, la Norvegia è un Paese che ha cercato di mantenere un forte decentramento perché ha una popolazione ridotta e veramente molto sparsa ed ha a disposizione un territorio difficile, montuoso con vie di comunicazioni complicate.
E’ quindi estremamente importante salvaguardare l’autonomia, specie dei piccoli paesi. Sottolineo che l’autonomia non è soltanto istituzionale, ma anche in senso pratico, il mantenere e sviluppare i servizi essenziali, come avere vicini il più possibile la sanità, i trasporti ed a altro.
Non è qualcosa di strano o raro che gli studenti si facciano anche due ore in pullman per raggiungere la scuola: è una cosa molto diffusa. Questo dà l’idea della questione in gioco.

 

E, infatti, il paese è poco più grande del nostro, ma con una popolazione di poco più di 5 milioni di abitanti.

 

Oltretutto, bisogna considerare che la Norvegia ha grandi diversità, a partire da quelle linguistiche: ci sono due lingue ufficiali e un florilegio di dialetti. E condizioni  etniche anche diverse, perché ci sono i lapponi a Nord e altri. Per non parlare delle condizioni climatiche. Si tratta di un Paese diversificato.

 

Sul piano politico è molto importante questa convergenza tra mondo agrario e periferico in evoluzione e l’area del movimento operaio e socialista?

Tradizionalmente l’alleanza tra la Socialdemocrazia ed il Partito di Centro era basata su due piani: non solo welfare a favore della classe operaia ma ma sistema di protezione, benessere e servizi sociali a favore delle autonomie locali e delle zone periferiche. Un sistema chiaramente eroso dalle riforme neoliberali della coalizione di centro destra.
Tra l’altro, nella coalizione borghese, l’appoggio, da ultimo dall’esterno, dei nazional-populisti del Partito del Progresso si fondava sul fatto che questa formazione diceva sì ad un arretramento del sistema di welfare, ma non tanto incisivo da farlo pesare troppo sui norvegesi: questo perché si tendeva ad escludere i “nuovi arrivati” nel Paese.
Segnalo che questo è il più antico partito nazionalista e populista di questo genere, fondato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. E questa esclusione degli immigrati è stata la logica che ha pagato sia in Danimarca sia in Norvegia.

Adesso questa nuova coalizione, pur senza entusiasmo, arriva al governo e si metterà alla prova. In effetti, i laburisti non hanno vinto nettamente le elezioni, hanno  perso 1,1 punti percentuali, e la crescita è stata registrata dai potenziali alleati alla loro destra e sinistra. E l’asse si sposta verso una centralità socialdemocratica rispetto all’altro polo di attrazione del partito Destra.

 

Con i Laburisti saranno nella maggioranza i centristi, ma anche formazioni progressiste più radicali già conosciute, come il Partito della Sinistra Socialista, e forse altre più nuove, con spiccato orientamento marxista, come il nuovo Partito Rosso.

 

Stiamo studiando questa esperienza di Rødt, in particolare composta da trotskisti, maoisti ed altri, che sono la confluenza di vari gruppi ed esperienze di estrema sinistra. Nel Nord Europa queste liste hanno denominazioni diverse ed origini differenti e quella norvegese è solo l’ultima apparsa nel panorama politico. In Finlandia vi è la Federazione della Sinistra, in Danimarca Lista Unitaria o della Concordia. A Oslo hanno adottato questo nome evocativo, direi

 

Ci sono leader molto giovani, magari preparati, comeBjørnar Moxnes ed altri che vengono dal basso, da movimenti locali, ma che sono assurti adesso a leader nazionali.

 

Sul piano della Sociologia politica possiamo dire che sono leader che vengono davvero dalla politica di base e dai movimenti, da esperienze locali e cittadine. Aggiungo che questa modalità li accomuna anche al Partito Socialista di Sinistra dei Paesi Bassi.
Queste formazioni hanno una caratteristica tipica dei gruppi che si collocano a sinistra delle Socialdemocrazie nell’Europa del Nord: l’essere fortemente “rossoverdi”.
Costoro riescono, infatti, a ben coniugare questione sociale e questione ambientale.

 

Il risultato dei Verdi non è, infatti, particolarmente esaltante nell’area nordica, a differenza della Germania e di altre realtà nazionali. Peraltro, nel Parlamento Ue da sempre il loro raggruppamento ‘Sinistra Verde Nordica’ è del tutto originale e diverso dagli altri Gruppi progressisti.

 

Il riuscire a combinare la difesa del sistema sociale, riforme incisive con ambiente e sviluppo da parte delle Sinistre non socialdemocratiche riunite sotto queste varie sigle, spiega perché in Norvegia, così come altrove, dove ci si attendeva una affermazione degli ambientalisti, invece questa non è avvenuta.
Ecco perché i Verdi sono molto deboli. Nelle elezioni del 13 settembre hanno ottenuto pochi seggi conquistati soltanto in ambito locale, perché non hanno superato la soglia di sbarramento del 4% per l’ingresso allo Storting.
Anche in Svezia non hanno sfondato, in Danimarca nemmeno esistono ed hanno una certa presenza solo in Finlandia. Quindi, gli elettori nordici danno il loro favore a queste liste a sinistra della Socialdemocrazia per la loro particolare tipologia e natura “rossoverde”: il saper combinare riforme e idee socialiste insieme alla riforma ambientale e del sistema di sviluppo.

 

Uno dei temi centrali della campagna elettorale norvegese è stata proprio la questione ambientale. E, soprattutto, il futuro dell’estrazione e del commercio petrolifero, su cui si basano le entrate principali di Oslo fin dai primi anni Settanta. Ci sono differenze notevoli nel campo progressista e sulle modalità e tempi della riconversione dell’economia.

 

Esattamente. Sono interessanti dei raffronti a questo proposito. Tra i Nordici, sono due i paesi petroliferi, principalmente la Norvegia e la Danimarca. Se in Danimarca la questione è stata quasi risolta con un ampio consenso, vale a dire fissando la fine delle estrazioni al 2050, invece, in Norvegia le cose non stanno così.

Qui l’impatto sull’ambiente dell’industria petrolifera ed estrattiva dei fossili è molto più grande e vi è un grande impatto sull’economia.
Con motivazioni diverse, in Norvegia i due partiti principali, Laburisti nel centro sinistra e Destra nel campo opposto, concordano nel dire di lasciare decidere al mercato per vedere se la domanda di petrolio diminuirà o meno e quindi ci adatterà di conseguenza. Altri dicono – e qui abbiamo le differenziazioni a sinistra – che sarebbe necessario da subito fissare una data per chiudere con le estrazioni.

La questione è molto complessa: si calcola che c’è tra metà ed oltre il 50% del potenziale petrolifero norvegese ancora sotto terra o sott’acqua. Inoltre, un’altra questione particolare è che il petrolio del Paese insiste sul Mare del Nord e poi sulla regione artica. Questo moltiplica i problemi, perché l’accelerazione del cambiamento climatico ha molto a che fare con il riscaldamento di quell’area. Ancora, c’è la questione del ritiro dei ghiacci che libera metano e quindi quest’altro è un problema sentito anche nella Groenlandia danese.

Insomma, la questione ambientale ha un risvolto non da poco: in Norvegia significa qualcosa di grandi dimensioni: sono circa 200mila le persone che lavorano nel settore petrolifero e risolvere la questione non è particolarmente semplice.

 

La riconversione ecologica dell’economia, pur sentita dai cittadini, si può trasformare in un problema economico e sociale, se si indicheranno tappe troppo rapide?

 

Il leader laburista Støre sa bene che per governare con l’appoggio dei partiti, alla sua sinistra e alla sua destra, deve andare in quella direzione.
Quel che può aiutare la Norvegia è che il Paese, da sempre a egemonia socialdemocratica, è comunque molto diverso da altri Stati petroliferi.
Qui, infatti, l’industria del settore è sottoposta ad un significativo controllo pubblico e, soprattutto, è sotto controllo pubblico il gigantesco Fondo sovrano di miliardi e miliardi di corone che è lì pronto, e che provvederà al welfare del futuro, per le pensioni dei cittadini ed altro.
Si discute adesso del fatto che al Fondo sovrano, con le sue ingentissime risorse, si permetterà di liberare una maggior quota di quello che è attualmente permesso. Quindi, maggiori proventi per fare investimenti in direzione di nuove tecnologie per la riconversione verde dell’economia e la lotta al cambiamento climatico, con eventuali nuovi e differenti posti di lavoro.

 

Come si procederà?

 

Il dibattito è aperto su quali nuove fonti energetiche indirizzarsi. Per esempio, i  socialdemocratici di Oslo sono abbastanza orientati sulla linea danese: a Copenhagen si è allestita una profittevole industria dell’eolico e sono diventati esportatori di energia. La Danimarca sta indirizzandosi verso le isole dell’eolico: adesso al largo si stanno costruendo queste cosiddette isole energetiche. Nel Baltico e nel Mare del Nord  si può veramente trarre il massimo di energia dall’intensità del vento e senza disturbare il territorio.

I socialisti di sinistra e i socialdemocratici sono favorevoli a questa opportunità, mentre il Partito Rosso è più netto, è per l’energia idroelettrica rinnovata. Da qui, anzi, si trae circa il dieci 15% dell’energia: Più dell’Italia, la Norvegia è un Paese montuoso e con piovosità notevole e potrebbe essere anche questa una strada ulteriore da percorrere.
In definitiva, non dovrebbero esserci particolari problemi per il nuovo Primo ministro, si tratterà di avere una visione d’insieme dei problemi e mettere d’accordo tutti i partiti della maggioranza.

 

Professor Borioni, a parte le sinistre ed i conservatori di cui abbiamo visto le posizioni, il Partito di Centro, alleato junior dei Laburisti, come si orienterà?

 

Direi che da tutta questa discussione il Senterpartiet potrebbe anche trarre una sua nuova primavera non solo elettorale, ma anche per rinnovare la sua funzione storica e politica.
Potrebbe davvero cogliere l’opportunità di questa transizione ecologica dell’economia, perché se va ad attenuarsi la dipendenza dall’estrazione petrolifera bisognerà ritornare a forme conosciute, ma oggi modernizzate, di sostentamento e di lavoro.
Una di questi settori tipici è la pesca e i suoi lavoratori, con l’idea che questo comparto deve occuparsi parallelamente anche del ripopolamento delle specie.
Quindi si raddoppierebbe tutto il settore ittico. La struttura della pesca norvegese potrebbe acquisire una nuova, rilevante importanza economica, con impulso notevole alle zone periferiche e realtà marittime.

Roberto Pagano

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