domenica, 19 Settembre, 2021

Ocse: la disoccupazione giovanile insidia per la crescita

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Il tasso di disoccupazione in Italia è aumentato dal 9,5% del quarto trimestre 2019 al 10,5% nel maggio 2021.  Lo ha affermato l’Ocse nel suo rapporto annuale presentato ieri a Parigi.
In particolare, secondo l’organismo internazionale: “Il tasso di disoccupazione giovanile è salito ulteriormente da un livello già molto alto di 28,7%, raggiungendo il 33,8% nel gennaio 2021. l’Italia è uno dei pochi paesi Ocse in cui il tasso di disoccupazione giovanile è rimasto vicino al suo livello massimo per tutta la primavera del 2021. A livello Ocse, invece, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato dall’11,4% fino ad un picco del 19%, raggiunto già nell’aprile 2020, per poi scendere al 15% ad aprile 2021.  La pandemia da Covid-19, oltre all’impatto sull’economia, ha avuto anche un costo in termini di posti di lavoro. Se alla fine dell’anno scorso erano circa 22 milioni i lavori scomparsi rispetto al 2019 nei Paesi membri dell’Organizzazione e 114 milioni a livello globale, nell’area Ocse, nonostante una parziale ripresa, ci sono ancora oltre 8 milioni di disoccupati rispetto ai livelli precrisi e oltre 14 milioni di persone inattive in più”.
Nel rapporto si legge anche: “Alla fine del 2020 i paesi membri erano solo a metà strada verso una ripresa della piena occupazione e i livelli pre-pandemia non saranno raggiunti prima alla fine del 2022. Anche sul fronte della crescita il Covid ha inferto un grosso colpo e molti degli stati Ocse non riguadagneranno il pil pre pandemia prima del 2022, mentre per tanti paesi emergenti e in via di sviluppo servirà ancora più tempo”.  
L’organismo internazionale ha anche affermato: “E’ vero che l’uso senza precedenti della cassa integrazione ha limitato le perdite di posti di lavoro In Italia, ma l’uso della cassa integrazione ha raggiunto un picco del 30% nel mese di aprile 2020, ben al di sopra della media Ocse del 20%, ed era ancora all’8% a dicembre 2020, l’ultimo mese per cui i dati sono disponibili”. 
Secondo l’Ocse: “All’inizio della crisi l’Italia ha esteso la possibilità di far ricorso alla Cassa integrazione alla maggior parte dei settori e delle imprese precedentemente esclusi. Questa maggiore apertura della Cassa integrazione potrebbe essere mantenuta in futuro per assicurare una copertura più equa del sussidio tra imprese e lavoratori diversi. Con la progressiva rimozione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 202, diviene particolarmente importante sostenere i lavoratori che corrono il rischio di perdere il posto.  Formare i lavoratori in Cassa integrazione può aumentarne la produttività, riducendo il rischio di licenziamento e migliorando la probabilità di trovare impiego altrove. Per incentivare la mobilità volontaria dei lavoratori, è possibile concedere una riduzione temporanea dei contributi sociali a carico dei lavoratori che decidono di lasciare la cassa integrazione per un nuovo impiego. I giovani sono stati particolarmente colpiti dalle devastazioni della crisi legate al Coronavirus”. 
L’Organismo con sede a Parigi ha fatto sapere: “Nei paesi dell’area Ocse le ore lavorate dai giovani sono diminuite di oltre il 26%, quasi il doppio della caduta osservata tra adulti e anziani (15%). Molti giovani, spesso impiegati in settori duramente colpiti con contratti precari hanno perduto il lavoro, mentre quelli che stavano per accedere al mercato del lavoro dopo aver terminato gli studi hanno faticato a trovare lavoro in un contesto di posti vacanti limitati”.
Di conseguenza, il tasso di persone senza lavoro, istruzione o formazione (neet) è aumentato dall’inizio della pandemia.  Il telelavoro, con la crisi legata alla pandemia da Covid-19, è cresciuto in maniera importante in tutti i Paesi Ocse e anche in Italia, dove precedentemente era molto limitato e coinvolgeva meno del 5% dei lavoratori dipendenti mentre nei mesi scorsi ha raggiunto il 40%.
L’Ocse fa notare: “Il telelavoro ha permesso di salvare milioni di posti di lavoro, ma ha anche generato tensioni sul fronte dell’equilibrio tra via privata e lavorativa e ha anche generato disparità fra i lavoratori. Nell’aprile 2020, il 60% dei dipendenti con istruzione universitaria ha lavorato da casa, ma solo un numero trascurabile di lavoratori con basse qualifiche ha potuto fare altrettanto. In Italia il 58% dei lavoratori con basse qualifiche ha dovuto interrompere l’attività lavorativa, un risultato di 20 punti percentuali più alto rispetto alla media dei Paesi membri dell’organizzazione”.  
Secondo il documento presentato ieri, ‘Employment Outlook’ dell’Ocse: “La ripresa dei livelli occupazionali pre-pandemia non sarà raggiunta entro il 2022. Il Coronavirus ha accentuato le divisioni economiche e sociali”.
Tuttavia, in conclusione, il rapporto presenta una nota di ottimismo per il futuro: “La portata senza precedenti del sostegno statale per rilanciare e rinvigorire le nostre economie è un fonte di speranza”.
Quindi, non è mancato l’appello ai governi per approfittare di questo momento storico per contribuire all’avvento di un lavoro più inclusivo per tutti.
L’Ocse ha sottolineato: “All’inizio della pandemia, l’Italia ha subito un calo del tasso di occupazione inferiore a quello registrato a livello Ocse (-1punto contro -5 punti). Ciò è dovuto al massiccio uso della Cig. Nel 2020, il tasso di occupazione ha fatto solo modesti progressi, e nel febbraio 2021, in Italia c’erano ancora 945 mila occupati in meno rispetto all’anno precedente”. 
Rispetto agli altri paesi dell’area, secondo queste stime, il tasso di occupazione italiano ritornerà ai livelli antecedenti la crisi legata al Coronavirus solo nel terzo quadrimestre del 2022, prima della media Ocse, più tardi che in Germania, ma in linea con la Francia.
Il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann, ha detto: “Oggi è cruciale attuare un quadro d’azione volto ad incoraggiare l’investimento delle aziende e la creazione di posti di lavoro, ma anche favorire le necessarie evoluzioni in termini di aumento delle competenze, conversione e adeguamento tra competenze e posti di lavoro disponibili, per fare in modo che ognuno abbia la possibilità di partecipare alla ripresa dell’economia e trarne profitto. Un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica. È possibile ridurre i costi a breve termine di queste misure mirando maggiormente gli aiuti su settori, aziende e nuclei più vulnerabili, incentivando al tempo stesso le start-up e la creazione di posti di lavoro. La crisi legata al Coronavirus ha colpito i gruppi più vulnerabili: giovani, donne e lavoratori poco qualificati. I piani di rilancio sono oggi un’occasione unica per potenziare il mercato del lavoro e renderlo più inclusivo”.
Sperando di uscire al più presto dal giogo della pandemia, bisognerà affrontare immediatamente gli annosi problemi del mondo dando maggiore dignità all’umanità.

Salvatore Rondello

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