sabato, 23 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte II)

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In occasione dei 700 anni della morte di Dante, autore della Divina Commedia, il quotidiano Avanti! pubblica in esclusiva e settimanalmente la prosa del sommo poeta italiano. Lo facciamo per rendere omaggio a Dante Alighieri, ma soprattutto per rinnovare lo scopo con cui siamo nati come giornale e andiamo avanti “essere comprensibili”.

 

 

Oggi gli altri tre canti dell’Inferno a cura di Claudio Rocco

 

Canto IV

Un tuono pesante spezzò il profondo sonno in cui ero caduto, sicché mi riscossi come chi venga destato con la forza, e alzatomi diressi intorno lo sguardo riposato, e guardai con intenzione per riconoscere il luogo in cui mi trovavo. Ero proprio sull’orlo della dolorosa valle dell’abisso che accoglie il fragore di infiniti lamenti. Era tanto buia, profonda e nebbiosa che osservandone il fondo non riuscivo a distinguere nulla. «Ora scendiamo quaggiù, nel cieco mondo», iniziò il poeta impallidito. «Io sarò il primo e tu il secondo». E io, che mi ero accorto del suo pallore, dissi: «Come potrò venire se il timore ha preso te che sei il conforto alle mie incertezze?». Egli rispose: «È l’angoscia delle persone che sono quaggiù a dipingermi sul volto quella pietà che tu credi timore. Andiamo, perché la strada è lunga». Così si mosse e mi fece entrare nel primo cerchio che cinge l’abisso.

Non c’era pianto qui, per quanto si poteva udire, ma sospiri che facevano tremare l’aria eterna: ciò per effetto del dolore privo di sofferenza fisica, che colpiva grandi folle di bambini, di donne e di uomini. E il buon maestro: «Non chiedi che spiriti sono questi che vedi? Ora, prima di procedere oltre, voglio che tu sappia che essi non furono peccatori, e se hanno dei meriti, non bastano, perché non ricevettero il battesimo che è la porta della fede che è anche la tua; e poiché vissero prima della venuta di Cristo sulla terra non adorarono Dio come dovevano: tra di loro sono io stesso. Per tali mancanze, non per altri peccati, siamo perduti e feriti dalla sola condizione di vivere nel desiderio senza speranza di vedere Dio». Ascoltandolo mi prese un gran dolore al cuore, perché riconobbi persone di molto valore sospese in quel Limbo. «Dimmi, maestro mio, dimmi, signore», cominciai per avere certezza di quella fede che vince ogni dubbio, «da questo luogo, per merito proprio o altrui, uscì mai qualcuno che poi fosse beato?». Intuendo cosa intendevo dire, rispose: «Ero appena giunto in questa condizione, quando vidi venire qui un potente: era Cristo incoronato con la croce, insegna della sua vittoria sulla morte. Portò via da qui l’anima del primo padre Adamo, di suo figlio Abele, quelle di Noè, di Mosè legislatore e fedele servitore, del patriarca Abramo e di re David, di Israel Giacobbe con il padre Isacco e i figli, e con Rachele per la quale tanto Israel aveva fatto servendo Labano, il padre di lei, per quattordici anni, e liberò l’anima di molti altri, e li fece beati. Nessuno spirito umano fu salvato prima di essi».

Continuavamo a camminare mentre egli parlava e superammo la selva, dico la selva, densa, degli spiriti.

Non eravamo molto distanti dal punto più alto del cerchio infernale, quando vidi un fuoco che vinceva in parte le sue tenebre. Eravamo solo un po’ lontani ancora da esso ma non tanto che, da una parte, non distinguessi che in quel luogo viveva gente venerabile. «Maestro che onori scienza e arte, chi sono costoro che manifestano tanta onorabilità che li distingue dagli altri?». Ed egli: «L’onorata fama che di loro si diffonde su nel mondo in cui tu vivi, ottiene nel cielo la grazia che li distingue in tal modo». Intanto udii una voce: «Onorate l’altissimo poeta: la sua anima, che era partita, è tornata». Quando si fu fatto di nuovo silenzio, vidi quattro grandi ombre venire verso di noi: avevano un’espressione né triste né lieta. Il buon maestro iniziò a parlare: «Guarda quello con la spada in mano, che cammina davanti agli altri tre, come un re: quello è Omero poeta sovrano; l’altro che viene è Orazio poeta satirico -sua è l’Ars poetica/l’Arte poetica-, il terzo è Ovidio l’autore di Metamorphoseon/Metamorfosi, Heroides/Eroidi, Ars amatoria/Arte amatoria e Amores/Amori, e l’ultimo è Lucano che scrisse la Farsaglia. Mi rendono onore, e fanno bene, poiché ciascuno di essi ha in comune con me il nome di poeta che la voce solitaria ha pronunciato poco fa».

Vidi così riunirsi la bella scuola di Omero, quel signore dell’altissimo canto di guerra, che vola sopra gli altri come un’aquila, che Virgilio onora nell’Eneide. Dopo avere per un certo tempo ragionato insieme, essi si voltarono verso di me salutandomi con cenni, e di tanto il mio maestro sorrise; e ancor più onore mi fecero dal momento che mi vollero tra di loro, sicché fui il sesto fra tanta sapienza. Così raggiungemmo la luce, parlando di cose che è opportuno tralasciare ora, com’era invece appropriato il parlarne in quel luogo e in quel momento.

Giungemmo ai piedi di un nobile castello con sette cerchi di alte mura, difeso intorno da un bel fiumicello. Lo attraversammo come se fosse di dura terra; con quei saggi passai per sette porte e arrivammo su un prato di erba fresca. Vi erano persone con espressioni posate e serie, e con un aspetto di grande autorità: parlavano di rado, con voci soavi. Lasciammo così uno dei lati del prato e ci portammo all’aperto, in uno spazio alto e pieno di luce, da dove era possibile vedere tutti. Da lì, dritto davanti a me, sul verde smalto, mi vennero mostrati gli spiriti grandi, la cui vista mi esaltò. Vidi Elettra -che vendicò col fratello il padre Agamennone, il grande re dei Greci tradito e ucciso dalla madre e moglie Clitennestra e dall’amante di lei-, ed era con molti compagni tra i quali riconobbi gli eroi troiani, i principi Ettore ed Enea, Cesare armato, con occhi rapaci. Vidi Camilla e Pentesilea regina delle Amazzoni donne guerriere: dall’altra parte vidi re Latino che sedeva con sua figlia Lavinia che egli diede in sposa a Enea suscitando l’ira di Turno re dei Volsci che l’amava e al quale l’aveva promessa. Vidi Lucio Giunio Bruto che cacciò Tarquinio da Roma mettendo fine al suo regno; vidi Lucrezia che si tolse la vita perché costretta a soggiacere alle voglie del figlio di Tarquinio; Giulia figlia di Cesare e moglie di Pompeo, Marzia la sposa di Catone il quale combatté Cesare in nome della libertà, fino al suicidio; e vidi Cornelia la madre dei Gracchi, Caio e Tiberio, che andarono incontro alla morte per difendere i diritti della plebe di Roma; e solitario e appartato vidi il Saladino, il grande condottiero che contese la Terra Santa ai crociati e fondò un nuovo impero. Alzando un po’ lo sguardo scorsi il maestro dei sapienti, Aristotele, seduto in mezzo alla famiglia dei filosofi. Tutti lo ammirano, lo onorano tutti: qui vidi Socrate e Platone che, davanti agli altri, gli stanno più vicino; Democrito che ritiene il mondo creato dal caso, Diogene che fece della libertà il suo credo, Anassagora che descrisse la composizione della Natura, e Talete che riconobbe nell’acqua il primo principio, Empedocle che attribuì alla lotta tra Amore e Odio il comporsi dei quattro elementi del mondo, Eraclito che vide il costante mutare delle cose, e Zenone matematico; e vidi il buon raccoglitore di piante, Discoride; e vidi Orfeo capace d’incantare col suo canto la natura e di scendere negli Inferi per sottrarre alla morte la sua Euridice; e vidi Cicerone che trattò della natura umana e fu autore del De officiis/I doveri, del De finibus/Sommo Bene e sommo male, del De senectute/La vecchiaia, e del De amicitia/L’amicizia; e vidi Lino figlio di Urania musa dell’astronomia, e Seneca filosofo morale; Euclide geometra e Tolomeo che spiegò l’universo, Ippocrate il primo medico, Avicenna autore del Canone della medicina e Galeno che studiò il corpo dell’uomo, e Averroè che fece il gran Commento ad Aristotele. Non posso ricordare tutti in maniera completa, perché il vasto argomento che devo trattare mi sollecita al punto che spesso il racconto si mostra inadeguato al fatto che deve esporre.

La compagnia di sei persone si divise in due: la mia saggia guida mi condusse per un’altra via, fuori dalla calma atmosfera del Limbo, nell’aria tremolante. E giunsi dove non c’è luce.

§§§

Canto V

Così discesi dal primo cerchio giù nel secondo, che cinge minore spazio e tanto più dolore che il tormento che esso infligge spinge a urlare. Lì sta Minosse, orribilmente, e ringhia: esamina le colpe all’entrata; giudica e assegna il luogo di pena secondo i giri che fa compiere alla sua coda. Voglio dire che quando l’anima malnata gli giunge davanti si confessa interamente, e quel conoscitore dei peccati valuta quale luogo dell’Inferno sia adatto ad essa: allora con la coda si cinge tante volte quanti cerchi vuole che sia giù sprofondata. Dinanzi gli stanno sempre molte anime: ciascuna, a vicenda, va verso il proprio giudizio; parlano e ascoltano e poi vengono precipitate giù.

«Tu che sei venuto a questo ricovero di dolore», mi apostrofò Minosse quando mi vide, interrompendo il suo incarico tanto importante, «stai attento a come entri e a chi ti affidi; non t’inganni l’ampiezza dell’entrata!“. E la mia guida a lui: «Perché gridi? Non impedire il suo viaggio predestinato: questo si vuole, là dove potere e volere sono una cosa sola, e non porre altre questioni».

Ora incominciano a giungere al mio udito i lamenti dolorosi; sono arrivato là dove il tanto piangere mi sconvolge: in un luogo muto di ogni luce, che muggisce come il mare in tempesta se è combattuto da venti contrari. La bufera infernale, che non cessa mai, trascina gli spiriti con il suo vortice, li agita sbattendoli e percuotendoli. Quando arrivano davanti alla frana dell’orlo, allora urlano, si disperano, si lamentano; qui bestemmiano la virtù divina. Seppi che a tale tormento erano condannati i peccatori carnali che sottomettono la ragione al desiderio. E come in inverno, sostenuti dalle loro ali, gli stornelli volano in schiera larga e fitta, così quel vento li sbatte di qua, di là, su e giù; mai alcuna speranza li conforta, non di una tregua né di una minore pena. E come le gru volano intonando i loro lamenti e facendo nel cielo una lunga scia, così vidi venire urlando ombre portate da quella bufera. Al che dissi: «Maestro, chi sono quelli che l’aria nera castiga in tal modo?». «La prima di quelle anime di cui vuoi avere notizie», mi rispose allora Virgilio, «fu imperatrice di molte nazioni. Tanto fu rotta al vizio della lussuria che rese lecita per legge la libidine, in modo da cancellare la vergogna del suo comportamento. È Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino ed era stata sua sposa; resse l’Egitto, la terra che ora governa il sultano. L’altra è colei che si tolse la vita per amore, Didone regina di Cartagine, e non tenne fede al giuramento di restare vedova fatto davanti alle spoglie del marito Sicheo, poiché si innamorò di Enea; poi viene la lussuriosa Cleopatra. E vedi Elena, a causa della quale venne tanto tempo di dolore con la guerra di Troia, e vedi il grande Achille, che alla fine combatté con l’amore per Polissena la figlia del nemico Priamo re di Troia. Vedi Paride che per amore sottrasse Elena al marito Menelao, e Tristano che amò Isotta e fu ucciso dal marito di lei». E più di mille ombre mi mostrò e mi nominò con il dito, che l’amore sottrasse alla vita. Ascoltata la mia guida nominare le antiche donne e i cavalieri, fui preso dalla pietà, e ne rimasi quasi smarrito. E cominciai a dire: «Poeta, parlerei volentieri a quei due che vanno insieme, e sembrano essere così leggeri al vento». Ed egli: «Vedrai quando saranno più vicini a noi, e allora pregali in nome di quell’amore che li trasporta, ed essi verranno». Non appena il vento li portò verso di noi, mi rivolsi a loro: «Anime affannate, venite a parlare con noi se nessuno lo vieta!». Come colombe che richiamate dal desiderio vengono attraverso l’aria al nido, con le ali alte e ferme, condotte da una sola volontà, allo stesso modo esse uscirono dalla schiera in cui si trova Didone, e vennero a noi attraverso l’aria maligna, tanto forte fu il mio affettuoso richiamo.

«Uomo pieno di grazia e di benevolenza, che in quest’aria maledetta vieni a visitare noi che tingemmo il mondo di sangue, se il re dell’universo ci fosse amico noi lo pregheremmo per la tua pace, poiché hai pietà della nostra orribile pena. Di ciò che vorrete ascoltare e di cui vorrete parlare, noi vi faremo ascoltare e vi parleremo, mentre il vento, come fa ora, ci concede una tregua. La terra dove nacqui, Ravenna, siede sulla costa marina dove il Po discende per aver pace con i suoi affluenti unendosi ad essi. Amore, che nel cuore gentile trova subito accoglienza, fece innamorare costui della bella persona che mi fu tolta assieme alla vita; e il modo in cui fu estinta la vita nel mio corpo mi offende ancora. Amore, che non consente a chi è amato di non ricambiare il sentimento, fece sì che mi accendessi tanto per la bellezza di Paolo che mi sta accanto, che, come vedi, il desiderio di lui ancora non mi abbandona. Amore ci condusse a una stessa e unica morte. La Caina, nell’ultimo cerchio infernale, attende mio marito Gianciotto Malatesta, il signore di Rimini che ci tolse la vita».

Queste furono le parole che ci vennero rivolte. Quando ascoltai quelle anime travagliate, chinai il viso e lo tenni volto in basso per tanto tempo che il poeta a un certo punto mi chiese: «A cosa pensi?». Risposi: «Ahimé, quanti dolci pensieri, quanto desiderio condussero costoro alla tragedia!». Poi mi rivolsi ad essi: «Francesca, i tuoi dolori mi rendono triste e pietoso fino alle lacrime. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, con quali segni e in quale occasione Amore concesse che conosceste i desideri colmi di timore?». Ed ella a me: «Nessun dolore più grande che ricordare, nella miseria, il tempo felice, e ciò lo sa il tuo maestro. Ma se hai tanto desiderio di conoscere l’origine del nostro amore, parlerò mentre piango. Un giorno noi leggemmo per svago di Lancillotto e di come Amore lo catturò. Eravamo soli e senza timore. Più volte quella lettura ci indusse a guardarci negli occhi, e ci scolorò il viso, ma solo un punto vinse la nostra resistenza. Quando leggemmo che il desiderato volto di Ginevra fu baciato da un così tenero amante, Paolo che mai sarà diviso da me tutto tremante mi baciò la bocca. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, perché ci persuase a baciarci, come Ginevra moglie di re Artù fu convinta da Galeotto a baciare il più grande tra i cavalieri della Tavola rotonda: quel giorno non vi leggemmo più avanti».

Mentre uno spirito raccontava, l’altro piangeva, così che per la pietà venni meno come se morissi. E caddi come cade un corpo morto.

§§§

Canto VI

Riacquistata la percezione delle cose, cancellata dalla commozione per i due amanti che mi aveva turbato con una profonda tristezza, mi vedo intorno nuovi tormenti e nuove anime in pena, appena mi muova o mi volti, e appena guardi. Sono al terzo cerchio, della pioggia eterna, maledetta, fredda e pesante; essa non cambia mai regola o qualità. Per l’aria tenebrosa si riversano grandine grossa, acqua sporca e neve; puzza la terra che le riceve. Cerbero, bestia crudele e mostruosa, latra con tre gole, come un cane, sopra le anime che sono qui sommerse. Ha gli occhi rossi, il pelo del muso unto e nero, il ventre largo, e le zampe unghiate; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta. La pioggia li fa urlare come cani: con uno dei lati del corpo fanno schermo all’altro, si voltano spesso i miseri miscredenti. Quando ci scorse, Cerbero, ripugnante come un enorme verme, aprì le fauci e ci mostrò le zanne: non aveva arto che tenesse fermo. Allora la mia guida distese le mani, raccolse la terra, e con i pugni pieni la gettò dentro le gole bramose. Come quel cane che abbaiando smania per il cibo, e si acquieta solo mordendo il pasto perché solo a divorarlo è attento e occupato, così si fecero quei musi sporchi del demonio Cerbero che stordisce le anime con i suoi latrati al punto che esse vorrebbero essere sorde.

Camminavamo sopra le ombre che la pesante pioggia abbatte, e mettevamo i piedi sopra la loro vacuità che sembra persona in carne e ossa. Esse giacevano tutte quante per terra, eccetto una che si alzò a sedere appena ci vide passarle davanti. «Tu che sei condotto attraverso questo inferno», mi disse, «riconoscimi, se sei in grado: tu nascesti prima che io morissi». E io a lui: «Forse è l’angoscia che ti stravolge a impedirmi di riconoscerti, così che non mi sembra di averti mai visto. Ma dimmi chi sei, tu che sei stato messo in un luogo così doloroso, e soffri di una pena che, se qualcuna ce n’è di più grande, nessun’altra provoca tanta sofferenza». Ed egli a me: «La tua città, Firenze, così piena di invidia che il sacco già trabocca, mi tenne con sé nella vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: a causa della dannosa colpa della gola, come vedi, mi fiacco sotto la pioggia. E io, anima dannata, non sono solo, perché tutte queste subiscono la medesima pena a causa della medesima colpa». E non fece più parola. Gli risposi: «Ciacco, la tua disgrazia mi pesa al punto da provocarmi il pianto. Ma dimmi, se lo sai, cosa accadrà alla città divisa: se vi è qualcuno giusto; e dimmi la causa per la quale l’ha assalita tanta discordia». E Ciacco: «Dopo una lunga lotta le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri che la reggono, i Cerchi e i Donati, si combatteranno a morte, e la fazione selvatica -quella dei Cerchi venuta dal contado- caccerà l’altra con grande oltraggio. Poi avverrà che essa cadrà prima che passino tre anni, e l’altra prenderà il sopravvento grazie al potere di papa Bonifacio che ora dissimula. Questi la manterrà al comando per molto tempo, tenendo l’altra fazione schiacciata sotto di essa, non importa che si lamenti o che sia indignata. Due sono i giusti in città e non vi sono ascoltati; superbia, invidia e avarizia sono le tre fiamme che hanno acceso i cuori». A questo punto mise termine a quel discorso capace di indurre al pianto. E io gli dissi: «Vorrei che mi spiegassi ancora e mi donassi altre parole. Farinata -degli Uberti- e il Tegghiaio -Aldobrando degli Adimari-, che furono uomini così degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo di Cascia e il Mosca -dei Lamberti- e gli altri che applicarono l’ingegno a ben fare, dimmi dove sono e come posso riconoscerli, perché ho un forte desiderio di sapere se il cielo li consola o se l’inferno li avvelena». Mi rispose: «Essi sono tra le anime più nere. Diverse colpe gli pesano addosso giù in fondo: se scendi fin laggiù potrai vederli. Ma quando sarai tornato nel dolce mondo, ti prego di ricordarmi agli uomini vivi. Ora non ti dirò più nulla e non ti risponderò più».

Allora lo sguardo che prima era dritto torse in bieco: mi guardò un po’ e poi chinò la testa, e con il capo in giù cadde come le altre anime cieche. E la mia guida mi disse: «Non si risveglierà più, prima del suono dell’angelica tromba, quando verrà la potenza nemica dei dannati: allora ognuno rivedrà l’angosciosa tomba in cui era sepolto, riprenderà il proprio corpo e il proprio aspetto, e ascolterà la sentenza del Giudizio universale che echeggerà per l’eternità».

Così passammo attraverso la sozza mistura delle anime e della pioggia, a passi lenti, parlando un po’ della vita futura; al che dissi: «Maestro, questi tormenti aumenteranno dopo il grande Giudizio, o saranno minori, o resteranno roventi come sono ora?». Ed egli: «Fai mente alla tua scienza che vuole che la cosa quanto più è perfetta più senta il bene, e così il dolore. Sebbene questi maledetti non vivranno mai la vera perfezione, attendono che la sentenza finale li renda comunque più perfetti nella pena di quanto lo siano prima di essa».

Camminavamo lungo il cerchio seguendone l’orlo e parlando di molte cose che non dirò. Giungemmo al punto dove si discende: qui trovammo Pluto, il gran nemico.

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

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