sabato, 15 Maggio, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte III)

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In occasione dei 700 anni della morte di Dante, autore della Divina Commedia, il quotidiano Avanti! pubblica in esclusiva e settimanalmente la prosa del sommo poeta italiano. Lo facciamo per rendere omaggio a Dante Alighieri, ma soprattutto per rinnovare lo scopo con cui siamo nati come giornale e andiamo avanti “essere comprensibili”.

 

 

Oggi gli altri tre canti dell’Inferno a cura di Claudio Rocco

Canto VII

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!» cominciò Pluto con la voce chioccia, e Virgilio, quel saggio gentile, che sapeva tutto, disse per infondermi coraggio: «Non farti prendere dalla paura, perché, per quanto abbia potere, Pluto non potrà impedirci di scendere questa roccia». Poi si rivolse a quel muso gonfio e disse: «Taci, maledetto lupo! Consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione il nostro scendere nel buio profondo: lo si vuole in alto, là dove l’arcangelo Michele vendicò l’arrogante violenza commessa dagli angeli ribelli a Dio».

Come le vele gonfiate dal vento cadono avvolte se si spezza l’albero della nave, così cadde a terra la fiera crudele. Scendemmo allora nella quarta fossa, penetrando ancor più nell’avvallamento scosceso che racchiude tutto il male dell’universo. Ah giustizia di Dio! Chi mette insieme nuove sofferenze e pene quante ne vidi? E perché la nostra colpa ci strazia a tal punto?

Come fa l’onda là, sopra Cariddi -nello Stretto di Sicilia-, che si frange con quella con cui si scontra, così qui sono costretti a ballare gli spiriti. Qui, da una parte e dall’altra, vidi gente più numerosa che altrove, che con grandi urli fa rotolare massi con la forza del petto. Incontrandosi le anime si percuotevano, e poi in quel punto ciascuna si rivolgeva all’altra, voltandosi all’indietro, dietro i massi, e gridando: «Perché non dai?» e «Perché getti via?». Così tornavano, i prodighi e gli avari, attraverso il tetro cerchio, da una parte e dall’altra, fino al punto opposto, gridandosi a vicenda parole di offesa; poi ciascuno, quando era arrivato nel suo mezzo cerchio, si voltava pronto a ripetere la sfida. E io, che avevo il cuore inquieto, chiesi: «Maestro mio, ora spiegami che gente è questa, e se furono tutti preti questi alla nostra sinistra che hanno la tonsura sul capo». Ed egli a me: «Tutti quanti nella vita terrena ebbero la mente offuscata al punto da non spendere mai con misura. Lo fanno intendere molto chiaramente le parole che essi latrano come cani, quando giungono ai due punti del cerchio dove la loro colpa diversa li separa. Questi che non hanno coperchio di capelli al capo, furono preti e papi e cardinali, nei quali l’ingordigia di beni terreni mostra fino a che punto può arrivare». E io: «Maestro, tra costoro dovrei ben riconoscere alcuni che furono sozzi di questi mali». Ed egli a me: «Ti illudi: la vita priva di conoscenza che li rese sudici, ora li rende irriconoscibili. In eterno ripeteranno i due urti: gli uni risorgeranno dal sepolcro con il pugno chiuso, e questi altri con i capelli mozzi. Il dare e il possedere senza misura li ha esclusi dal Paradiso, e li ha messi in questa rissa, e non aggiungo altre parole per descriverla. Ora, figliuolo, puoi vedere quanto duri poco l’inganno dei beni affidati alla Fortuna, per i quali gli uomini si azzuffano: neppure tutto l’oro che è sotto la luna, e che c’è stato, potrebbe dare tregua a una sola di queste anime». «Maestro mio», dissi, «ora dimmi anche: questa Fortuna di cui mi fai accenno, cos’è, che tiene in tal modo tra le grinfie i beni del mondo?». Ed egli: «Creature sciocche, quanta ignoranza vi offusca la mente! Ora voglio che tu ingoi le mie parole. Colui il cui sapere trascende ogni cosa fece i cieli e attribuì ad essi gli angeli che li dirigono, in modo che ogni parte dell’universo fa risplendere sui singoli cieli la luce divina distribuendola in maniera uguale. In modo simile Dio istituì per i beni che splendono sulla Terra una guida generale che eseguisse la sua volontà trasferendo gli ingannevoli beni terreni di gente in gente e da una famiglia all’altra, secondo il tempo da Lui decretato, e vincesse la resistenza opposta dall’ingegno degli uomini: cosicché un popolo impera e l’altro è sottomesso, secondo il giudizio di costei, la Fortuna, che è nascosto come il serpente nell’erba. Il vostro sapere non può contrastarla: essa prevede, giudica e dà corso alla sua sovranità come fanno le altre intelligenze celesti. I cambiamenti che opera non hanno interruzione; la necessità di eseguire la volontà di Dio la fa essere veloce: così sono più numerosi coloro che mutano di condizione. Questa è la Fortuna che tanto viene messa sulla croce anche da chi dovrebbe lodarla e la biasima invece a torto e le dà una cattiva fama. Ma essa è beata e non ascolta: con le altre creature originate per prime gira lieta la sua ruota e gode beata. Ora è tempo di scendere in più miserabile luogo: già discende ogni stella che saliva quando cominciai a muovermi, e indugiare troppo non ci è concesso».

Attraversammo il cerchio verso l’altra riva, su una fonte che bolle e riversa le sue acque per un fossato. L’acqua era di un colore scuro molto più del nero, e noi, in compagnia delle grigie onde, per una via insolita entrammo nel cerchio sottostante. Questo funesto fiume confluisce nella palude che ha nome Stige, quando è disceso ai piedi delle maligne e grigie scarpate. Io che ero intento a guardare vidi in quel pantano anime piene di fango, tutte nude, e con l’aspetto di chi è in preda alla rabbia. Si percuotevano non solo con le mani ma con la testa, con il petto e con i piedi, lacerandosi con i denti a brano a brano. Virgilio, il buon maestro, mi disse: «Figlio, ora vedi le anime di coloro che furono vinti dall’ira, e voglio che tu creda con certezza che sotto l’acqua vi sono altre anime che sospirano, e la fanno pullulare in superficie, come l’occhio ti mostra ovunque guardi. Confitti nel fango dicono: “Siamo stati abietti in vita, nell’aria dolce rallegrata dal sole, portando dentro di noi il fumo dell’accidia: ora ci disperiamo nel torbido fango”. Quest’inno gorgogliano nella strozza perché non possono pronunciare parole intere».

Così girammo lungo il grande arco della lurida pozza, tra la riva asciutta e la molle palude, con gli occhi rivolti a questi che si ingozzano di fango. Alla fine giungemmo ai piedi di una torre.

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Canto VIII

Dico, continuando il racconto, che molto prima che giungessimo ai piedi dell’alta torre, i nostri occhi furono attratti verso la cima da due fiammette che vedemmo accendere, e da un’altra che ricambiava il segnale da lontano, tanto che appena l’occhio poteva coglierlo. Mi rivolsi a Virgilio, mare di tutta l’intelligenza, e chiesi: «Cosa comunica questo fuoco? E quell’altro cosa risponde? E chi sono coloro che si scambiano i segnali?». Ed egli: «Puoi già scorgere venire su per le sudice onde chi è atteso, se il vapore del pantano non te lo nasconde».

Mai corda d’arco scoccò freccia che corresse tanto veloce per l’aria, quanto filava sull’acqua una piccola barca che vidi venire verso di noi in quel momento, guidata da un solo rematore che gridava: «Sei arrivata finalmente, anima malvagia!». «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vuoto» disse il mio signore, «non ci avrai in tuo potere se non nell’attraversare la palude». Trattenendo l’ira Flegiàs si fece come chi ascolta il grande inganno che ha subìto e se ne rammarica poiché si accorge di non poter sottrarvisi. La mia guida scese nella barca e mi fece entrare dopo di lui, e soltanto quando vi salii io essa parve carica. Appena Virgilio ed io fummo nella barca, l’antica prora si avviò fendendo l’acqua più di quanto non avvenga quando trasporta le altre anime.

Mentre solcavamo la morta palude mi si fece dinanzi uno pieno di fango, e disse: «Chi sei tu che vieni qui prima di esser morto?». E io a lui: «Se vengo, non resto. Ma tu chi sei, che sei ridotto così male?». Rispose: «Vedi che sono uno che piange». E io: «Resta nel pianto e nel dolore, spirito maledetto, ti riconosco anche se sei tutto sporco». Allora esso protese entrambe le mani verso la barca, ma il maestro, attento, lo allontanò dicendo: «Via da qua con gli altri cani!». Poi mi cinse il collo con le braccia, mi baciò il volto e disse: «Anima sdegnosa, benedetta colei che fu incinta di te! Quello spirito fu una persona arrogante nel mondo, il suo ricordo non è adorno di alcuna azione onorata: perciò la sua ombra qui si è tanto infuriata. Quanti che ora lassù sulla terra si credono grandi re, staranno qui come porci nel fango, lasciando di sé orribili porcherie!». E io: «Maestro, desidererei molto vederlo immergere in questa broda prima che usciamo dalla palude». Ed egli: «Verrai soddisfatto prima che l’altra sponda ti sia visibile: è giusto che tu appaghi questo desiderio». Dopo poco vidi le anime fangose far di costui uno strazio tale che ancora lodo e ringrazio Dio. Tutti gridavano: «Dagli a Filippo Argenti!»; e il fiorentino spirito iroso contro se stesso si contorceva mordendosi. Lo lasciammo qui e non ne narro più. Ma una fitta mi percosse le orecchie e mi fece spalancare gli occhi protesi e fissi. Il buon maestro disse: «Ormai, figliuolo, si avvicina la città che ha nome Dite, con la grande folla dei cittadini dannati». E io: «Maestro, già distinguo con chiarezza là dentro nella valle le sue moschee, rosse come se fossero uscite dal fuoco». Egli mi rispose: «È il fuoco eterno che dentro le brucia a mostrarle rosse, come vedi in questo basso Inferno».

E fummo dentro i fossati profondi che difendono quella terra sconsolata: le mura mi sembravano fatte di ferro. Non prima di aver compiuto un grande giro, giungemmo in un luogo dove il nocchiero «Uscite da qui», urlò con forza: «qui è l’entrata».

Più di mille demoni vidi sulle porte, piovuti dal cielo, che stizzosamente chiedevano: «Chi è costui che da vivo cammina per il regno dei morti?». Il mio saggio maestro fece segno di voler parlare con loro in segreto. Allora moderarono un poco la loro grande rabbia, e gli dissero: «Vieni tu solo, e quello se ne vada, che tanto arditamente è entrato in questo regno. Se ne ritorni da solo per la folle via: ci provi, se è capace; perché tu che gli hai mostrato questa oscura contrada, resterai qui».

Pensa, lettore, se mi scoraggiai al suono delle parole maledette, credendo che mai più sarei tornato sulla terra. Implorai: «O mia cara guida, che tante volte mi hai restituito sicurezza e mi hai sottratto al grande pericolo che mi veniva incontro, non abbandonarmi così smarrito; e se ci è negato passare oltre, ritroviamo insieme subito le nostre orme e torniamo indietro». E quel signore che mi aveva condotto fin lì mi disse: «Non temere, perché nessuno può impedire il nostro cammino: ci è concesso da qualcuno che è immensamente grande. Attendimi qui, e conforta lo spirito stanco, e cibalo di buona speranza, perché io non ti lascerò in questo mondo inferiore».

Così il dolce padre se ne va e mi abbandona qui, e io resto in forse, che “si” e “no” mi lottano nella testa. Non potetti udire ciò che disse loro; ma non rimase molto là con essi, che ciascuno corse a ritirarsi: egli e i demoni. I nostri avversari chiusero le porte in faccia al mio signore che restò fuori e si diresse verso di me a passi lenti. Aveva gli occhi rivolti in basso e lo sguardo privo di ogni sicurezza, e tra i sospiri diceva: «Chi mi ha negato l’entrata nella città dolorosa!». E a me disse: «Non meravigliarti perché mi adiro, poiché vincerò la prova, chiunque difenda all’interno la città. Non è nuova questa loro tracotanza: la manifestarono già a una porta meno segreta che si trova ancora priva di serratura. Sopra di essa tu hai visto la scritta morta, e già al di qua di essa discende il baratro, attraversando senza scorta i cerchi, qualcuno che sarà in grado da solo di aprire le porte della città».

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Canto IX

Quel colore pallido che la viltà mi dipinse sul volto, quando vidi la mia guida tornare indietro, fece velocemente posto al rossore della vergogna. Virgilio si fermò ad ascoltare attento, perché l’occhio non poteva scorgere lontano attraverso l’aria nera e la densa nebbia. «Eppure è necessario che noi vinciamo la battaglia», cominciò a dire, «se non… qualcuno talmente grande ci si offrì in aiuto. Quanto tarda l’arrivo della potenza celeste!». Mi accorsi come egli nascondesse l’inizio del discorso con le altre parole che poi pronunciò, che furono parole contrarie alle prime: nondimeno il suo discorso mi fece paura, perché attribuivo alla parola interrotta un significato forse peggiore di quello che aveva.

«In questo abisso della cavità infernale scende mai dal primo cerchio qualcuno del Limbo che ha come pena solo la mutilazione della speranza?». Posi questa domanda, ed egli: «Di rado accade che qualcuno di noi faccia il cammino che ho intrapreso con te. È vero che un’altra volta sono stato quaggiù, evocato con uno scongiuro da quella terribile maga Eritòne che richiamava le anime dei defunti nei loro corpi. Ero morto da poco quando ella mi fece entrare dentro quelle mura perché ne portassi fuori uno spirito del cerchio dove si trova Giuda. Quello è il luogo più basso e il più oscuro, e il più lontano dal cielo del Primo Mobile che muove tutto: conosco bene il cammino, perciò sta’ sicuro. Questa palude che solleva un gran puzzo cinge tutt’intorno la città dolente, dove ormai non potremo entrare senza dar battaglia». E altro disse, ma non lo ricordo, perché lo sguardo mi aveva attratto verso la sommità rovente dell’alta torre su un punto della quale, all’improvviso, si drizzarono tre furie infernali tinte di sangue, che avevano corpo e atteggiamenti da donna, ed erano avvolte da verdissime bisce d’acqua: per capelli avevano serpentelli e serpi cornute da cui erano avvinte le teste superbe. Ed egli che conobbe bene quelle serve di Prosèrpina, la regina del pianto eterno, «Guarda», mi disse, «le feroci Erinni, persecutrici dei peccatori. Questa sul lato sinistro è Megèra, quella che piange dal lato destro è Aletto, nel mezzo sta Tesifóne»; e a tanto tacque. Ciascuna si apriva il petto con le unghie, si percuotevano con le palme delle mani e gridavano tanto forte che per la paura mi strinsi al poeta. «Venga Medusa: così lo faremo di pietra» gridavano tutte insieme guardando in giù: «Purtroppo non vendicammo l’assalto che Teseo diede agli Inferi quando tentò di portare via con sé Proserpina». «Voltati indietro», mi disse il maestro, «e tieni gli occhi chiusi, perché se la Gorgòne si mostrasse e tu la vedessi, non potresti mai più tornare sopra»: ed egli stesso mi voltò, e non si fidò delle mie mani e volle porre anche le sue sui miei occhi. Voi lettori che non avete la mente traviata dall’errore della malizia, considerate la dottrina che si nasconde sotto il velo di questi versi misteriosi. Essa insegna che la ragione non è sufficiente per affrontare i peccati di malizia che essa stessa commette.

Già veniva su per le torbide onde il fracasso di un suono che provocava spavento, per il quale tremavano entrambe le sponde, fatto non d’altro che di un vento impetuoso per le opposte correnti, che colpisca la selva e schianti i rami, li abbatta e li trascini via, senza che nulla possa trattenerlo; e superbo solleva polvere e mette in fuga animali e uomini. Virgilio mi liberò gli occhi e disse: «Ora volgi la capacità di penetrazione dei tuoi occhi su quell’antica acqua schiumosa, in quella zona dove il vapore è più fastidioso».

Come dinanzi alla nemica biscia le rane si dileguano tutte abbandonando l’acqua, e si ritraggono sul terreno, vidi più di mille anime distrutte fuggire allo stesso modo dinanzi a qualcuno che attraversava Stige senza bagnarsi i piedi. Egli rimuoveva dal volto quella nebbia densa portando spesso innanzi la mano sinistra, e solo da quella molestia sembrava infastidito. Mi resi ben conto che era inviato dal cielo, era un angelo, e mi rivolsi al maestro che mi fece segno di starmene quieto e di inchinarmi a quell’Essere. Ah quanto mi apparve pieno di collera! Giunse alla porta e con una piccola verga l’aprì, senza trovare alcuna resistenza. «Scacciati dal cielo, esseri spregevoli», cominciò a dire sull’orribile soglia, «da dove viene questa vostra tracotanza? Perché recalcitrate dinanzi alla volontà divina il cui fine non può mai essere ostacolato, e che più volte ha aumentato la vostra sofferenza? A che giova dar di cozzo nel destino? Se ben ricordate, il vostro Cerbero ne porta ancora pelati il muso e la gola da quando volle opporsi ad Ercole sceso negli Inferi».

Poi si voltò verso la sporca via, e non ci rivolse parola ma aveva l’aspetto di chi è preso e sollecitato da una preoccupazione diversa da quella di chi gli sta davanti. Noi ci dirigemmo verso la fortezza, sicuri dopo avere ascoltato le sante parole. Entrammo senza dover combattere; e io che desideravo conoscere la qualità del peccato e la condizione dei peccatori che la fortezza rinchiude, come fui all’interno mi guardo intorno: e vedo da ogni parte una grande campagna piena di dolore e di terribile tormento.

Come ad Arles, dove il Rodano forma un lago, come a Pola, presso il Carnàro che chiude l’Italia e bagna i suoi confini, la presenza dei sepolcri rende disuguale l’intero luogo, così lo rendono qui le tombe in ogni parte, salvo che in questo luogo la maniera era più dolorosa, perché intorno ad ogni sepolcro vi erano fiamme che li infuocavano in un modo che nessuna bottega di fabbro esige ferro più incandescente. Tutti i coperchi dei sepolcri erano alzati, e fuori uscivano così terribili lamenti che sembravano venire da sciagurati sottoposti a tormenti. E io: «Maestro, chi sono quelle persone seppellite dentro quelle tombe, che si fanno sentire con sospiri di sofferenza?». Ed egli: «Qui stanno gli eretici con i loro seguaci d’ogni setta, e le tombe ne sono molto più colme di quanto tu creda. Qui il simile è sepolto con il simile, e i sepolcri sono più o meno infuocati».

E dopo che si fu volto verso destra ci incamminammo tra i martìri e le alte mura.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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